I RACCONTI DEL PECCATO

Chapter 6 - Padre, ho peccato.

Una giovane puttanella si finge sprovveduta, ma finirà nelle mire del vecchio parroco porco.

P
pennabianca

1 year ago

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Mi chiamo Sara, ho 21 anni e sono una bella ragazza, di media statura, con un bel seno prosperoso di una quarta abbondante ed un bel culo prominente, che tanto attrae i miei coetanei. Vivo in un paesino fuori da una grande città, dove, ogni mattina, mi reco per lavorare come impiegata in un magazzino di materiali edili. In tema di sesso non ho una relazione fissa, perché a me piace scopare liberamente. Sì, sono una vera puttanella e, spesso e volentieri, mi faccio chiavare in ogni buco, con molta soddisfazione. Adoro tantissimo sentire il cazzo in bocca che si gonfia fino a scaricarsi in gola con bordate di crema, che trovo davvero prelibata. Circa un mese fa, ho partecipato al matrimonio di una mia amica, che si è svolto nella chiesa del mio paese. Una delle cose che più mi ha colpito è stato il parroco. Un gigante, molto alto, imponente, con mani enormi; sembrava un gigante messo lì a dominarci tutti. Mi son chiesta, osservando a fondo il suo corpo, se fosse "proporzionato”, cioè se a quella altezza corrispondesse un'adeguata verga. La cosa mi ha talmente incuriosito che ho cercato di raccogliere quante più notizie possibili su di lui. Ho scoperto che si chiama Ferdinando, ha 48 anni e, da dieci, è parroco nel nostro paese. Non essendo un'assidua praticante non me ne ero mai accorta. Ho cercato, in qualche modo, di attirare su di me la sua attenzione, ma ho potuto rilevare il normale distacco e/o freddezza da parte del parroco in risposta alle mie ostentate provocazioni. Poi, casualmente, una domenica in cui non ero riuscita a combinare nulla, ho notato che una signora si era attardata parecchio nella canonica e, anche se questo ci poteva stare, non mi è sfuggito che, uscendo da lì dentro, la sua camicetta era abbottonata in maniera approssimata, presentando due bottoni allacciata nell’asola sbagliata ed uno addirittura slacciato. Mi ricordo bene che, prima di entrare, avevo notato il pizzo e la finezza dei merletti di quella camicetta, con tutti i bottoni perfettamente chiusi. Dopo alterne fasi di riflessione, ho deciso di andare a confessarmi. Una domenica pomeriggio, sono andata alla messa delle 18:00, ben salendo che vi sarebbe stata pochissima gente; intuizione rivelatasi quanto mai corretta. Mi son seduta sulla piccola panca posta all’interno del confessionale e, dopo poco, lui ha aperto la finestrella con la grata ed ha iniziato la confessione. «Mi perdoni, padre, perché ho peccato.» «Dimmi, figliola, da quanto non ti confessi?»

Gli ho sciorinato una serie di cazzate e lui le ha ascoltate tutte, poi ho volutamente fatto finta di esser in imbarazzo nel riferire alcuni peccatucci. «Io, padre, ho peccato, ma non riesco a parlarne, perché si tratta di una cosa un po’ particolare e non vorrei che lei pensasse che sono una … Oddio! Non riesco a proseguire nella mia confessione!» Gli ho sentito cambiar tono di voce, mentre cercava di esortarmi a parlare. «Dimmi pure liberamente, figliola, cosa ti affligge! Coraggio, non aver remore, il Signore, nella sua bontà, ci perdona ogni cosa.» Io, intanto, mi ero già preparata una bella storiella e così, fingendo profondo imbarazzo, ho iniziato la mia recita. «La notte spio mia madre che, quando mio padre è assente, si fa raggiungere da un suo amico.» Ho sentito un rumore, tipico di chi si sposta di colpo: deve aver sobbalzato. «Figliola, quello che dici è molto grave. Sei sicura che avviene quello che sospetti? Ne hai le prove? Dimmi, come avviene questo peccato così grave, perpetrato da tua madre? Tu l’hai vista bene? Dai, non esser avara di dettagli importanti, che mi servono per comprendere la reale portata della disponibilità di voi donne a peccare.» Hai capito il porco! L'unica cosa che riuscivo a vedere di lui erano le dita, affusolate e intente a tamburellare nervosamente sul legno del confessionale. Era incuriosito dai dettagli ed io già provavo un piacere quasi osceno a descrivere, con minuziosa precisione, il modo con cui martoriavo il mio clitoride nel silenzio della notte, mentre origliavo alla porta di mia madre. Sentivo il respiro roco del prete seguire il ritmo del suo cuore, che non riusciva ad ignorare le provocazioni che si nascondevano nelle mie parole. «Padre, i versi osceni della mamma, i suoi gemiti di piacere, mentre chiedeva a quell'uomo di prenderla contro natura, non sono forse segno evidente di quel che faceva? E' stato in quel momento che ho peccato. Mi son lasciata prendere dalla lussuria e l'ho fatto, scostandomi le mutandine, senza resistervi. Ho cercato sollievo con le dita. Poi ho sentito la mamma, bestemmiare, mentre dal buco della serratura vedevo il membro che le sprofondava tutto nel retto. In quel momento ho desiderato esser al suo posto! Padre, sono una peccatrice ed ho bisogno del suo aiuto!» Mentre cercavo di capire se ero riuscita o meno ad incuriosirlo, mi son resa conto che avevo iniziato a muovermi ritmicamente sul cuoio del seggiolino, su cui ero seduta.

La gonna plissettata non impediva il contatto tra le mie mutandine, ormai fradice, ed il cuoio che, con mia soddisfazione, presentava ormai una chiazza oscena di umori, frutto del movimento ritmico del mio fiore acerbo sul tessuto. La libidine che mi provocava era sconvolgente. Ero certa che l’odore dei miei umori arrivasse fin anche alle narici del prete. «Sei, in qualche modo, riuscita a scoprire chi era il misterioso stallone, venuto a montare tua madre?» Sono rimasta incuriosita dal fatto che, più che esser interessato ad assolvere la mia anima, il prete fosse interessato a sapere se ero riuscita ad identificare il misterioso amante, che aveva sbattuto la mamma selvaggiamente, davanti ai miei occhi. Poi, senza che realmente me lo aspettassi, arrivò il suo ordine perentorio di sollevarmi. «Alzati, avvicinati alla grata e mostra le tue grazie. Devo capire se i pensieri impuri sono ancora in te e se ti sei davvero pentita.» Mi sono girata lentamente, ho fatto salire la gonna, avvicinando alla grata le natiche, mostrando il tessuto che mi accarezzava il culo completamente fradicio. Lui ha osservato ogni cosa e poi mi ha inflitto il castigo. «Puttanella di satana, non basterà pregare per questo, lo sai vero? Occorrerà una punizione fisica, che segni le carni, al punto di redimere la tua anima! Adesso seguimi in sacrestia!» L'urgenza di farmi espiare le mie colpe, non ammetteva ritardi. L’ho seguito nel deserto della chiesa, che stava per tradire, così come ogni altra cosa in cui lui credeva. Mi son ritrovata sola con lui in sacrestia. L'uomo dentro al prete, mi piaceva. Mi son sempre piaciuti i maschi dai quaranta in su che, nella loro maturità, dimostrano di saperci fare. In particolare questo maschio, con il suo fisico forte che tradiva le sue origini contadine, sembrava esser davvero interessante. I suoi occhi di ghiaccio mi avevano spogliato molto prima che le sue labbra mi chiedessero di lasciar scivolare, lungo le gambe, l'intimo che indossavo. «Togliti quelle mutandine, ormai fradice! Sono la prova del peccato che continua ad insinuarsi dentro di te!» Ha preso qualcosa da un cassetto e, quando ho visto di cosa si trattava, mi son sentita mancare: un frustino corto, di cuoio nero. Un brivido di paura ha preso a scorrermi lungo la schiena, mentre lo vedevo avvicinarsi da dietro. Mi ha spinto carponi sul tavolo, senza l'intimo, ma con il tessuto candido della gonnellina, che, al momento, teneva ancora nascosta la mia pelle nuda.

Mi son girata e gli ho avanzato una proposta: «Padre, potremmo fare un accordo? Usar le mani al posto della frusta? Sarà il nostro segreto. La prego mi sculacci, come faceva mio padre quando facevo la birichina!» Lui mi guarda pensieroso. «Per sculacciarti, dovrei toccare il tuo culo immondo!» Io avevo capito che era indeciso e, allora, ho spinto il corpo un po’ più avanti, alzando lentamente la gonnellina, così da esporre le mie natiche candide che hanno fatto capolino dal tessuto, il frustino è stato messo da parte e sostituito dalla sua grossa mano ruvida. «Conta le sculacciate che ti darò! Ti scaccerò il demonio da questo corpo immondo!» Ho scandito il numero delle sculacciate con voce ferma, a dimostrar la mia voglia di espiazione; ho allargato leggermente le gambe, esponendo il sesso glabro, affinché le dita, colpendomi, potessero sfiorarlo. Ho sentito le sue mani colpirmi con sempre meno convinzione, soffermandosi a mirare il mio fiore, che, intanto, colpevolmente, stava iniziando ad imperlarsi di rugiada. I capezzoli non mentono ed i miei spuntavano come due chiodi attraverso una magliettina, che ormai era risalita fin troppo, lungo la schiena. «Puttana di Satana, questo tuo non è pentimento, ma perversa lussuria!» Ha spinto con forza due dita dentro la mia vagina già completamente bagnata e poi ha iniziato a ruotarle dentro di me, portandomi subito ad un piacere che non ho voluto trattenere, lasciandomi andare e godere nella sua mano, riempiendola dei miei umori. Con l’altra mano ha stretto il mio clitoride che, imprigionato e frizionato fra le dita, mi ha portato ad un nuovo orgasmo, che mi ha davvero sconvolto. «uuhhmhmmuum… sì, così, vengo!» Mi ha torturato il clitoride ancora per un po'. Le sue dita hanno preso a disegnare lenti movimenti circolari sul bottoncino e poi, di colpo, lo stringeva e schiacciava sadicamente, provocandomi sensazioni uniche e sconvolgenti. «Sì! Sì! Ancora! Il vero demonio sei tu, padre! Mi fai…io vengo! Dai, ancora!» Ho preso a gemere senza ritegno, esponendomi a lui come una cagna in calore. Dopo avermi fatto di nuovo godere, di colpo mi ha fatto inginocchiare davanti a lui e, aperto l’abito talare, ha estratto il più bel cazzo che avessi mai visto. Lungo ben oltre i venti centimetri, ma era nello spessore la sua peculiarità: enorme, con una cappella esagerata. Mai vista nemmeno nei film porno una mazza simile. Ne sono rimasta subito affascinata e l’ho adorato. Me lo ha infilato in gola con forza e mi son sentita sverginare la gola. Non ero nuova a succhiar cazzi, ma nessuno come il suo! Mi ha tenuto la testa ferma e mi ha scopato la bocca, fin quando mi ha riversato dentro una incredibile quantità di crema dal sapore un po’ acidulo, che ho provveduto ad ingoiare fino all’ultima goccia, poi l’ho pulito alla perfezione con lui che mi osservava in silenzio. Una volta finito, mi ha sollevato e baciato con passione. «Adesso vai e non peccare più, ma ricorda: la punizione può sempre esser rinnovata.» Sono tornata a casa e la sera, nel mio letto, ho ripensato a quella mazza nodosa e possente; ho immaginato di poterla avere nel ventre e mi son bagnata tantissimo. Stavo per darmi piacere ancora con le dita, quando ho sentito la porta di casa chiudersi. Sapevo che non poteva esser mio padre perché, con il suo lavoro di metronotte, non poteva rientrare prima dell'alba. Ho sentito dei passi pesanti, quelli di un uomo, ed i bisbigli della troia di mia madre, mescolarsi in una serie di rumori che facevano capire l'urgenza e la segretezza. Sapere che lei, a poca distanza da me, stava scopando, mi ha eccitato ancor di più e cosi le mie dita esili hanno iniziato a tormentare i capezzoli, per poi scendere tra le cosce e titillare il clitoride, sfregandolo fino a quasi a sentirlo vergognosamente duro. Quel trattamento mi ha fatto venire, ma non ha placato la mia libidine, allora ho sentito forte il desiderio di sapere chi fosse la persona che si intrufolava per l’ennesima volta in casa mia. Mi son avvicinata alla porta della camera da letto che, a differenza delle altre volte, era socchiusa. «Entra! Unisciti a noi, peccatrice!» Ho riconosciuto la voce. Quando ho varcato la soglia, ho subito riconosciuto la grossa verga che avevo svuotato con la bocca, ora piantata nella fica di mia madre; non ne sono rimasta affatto sorpresa. Lui mi ha fissato con occhi di fuoco e la sua voce ha tuonato imperiosa. «Siete uguali! Due cagne possedute dal demonio! Una piccola differenza vi distingue: lei sa liberare la sua mente dal demone impuro del desiderio. Adesso, unisciti a noi, per redimerti!» Ho notato lo sguardo di mia madre, carico di vergogna, che ha cercato il mio, mentre, seguendo il gesto del prete, mi son avvicinata al letto dove lui, in piedi, stava sbattendo la mamma che gli si offriva a pecora. «Sotto! Ora infilati sotto tua madre e vergognati per quanto si bagna, mentre la libero dal bisogno di cazzo. Poi sarà anche il tuo turno di liberarti da questa immonda voglia!»

Ho ubbidito docilmente. Mi son ritrovata distesa sotto mia madre, con la testa infilata fra le sue cosce e, mentre il mio sesso nudo era a pochi centimetri dalla sua bocca, che ansimava sotto i colpi sempre più vigorosi del prete. Lei ha sentito la mano di lui che l’ha spinta a leccarmi la fica fradicia. «Pulisci e preparala al prossimo passaggio, quando, dopo aver liberato te, dovrò affondare la mia verga dentro di lei. Puliscila bene!» Ho ceduto al desiderio. Lentamente ho allungato la lingua ed ho preso a leccare, sia il palo di carne che entrava dentro mia madre, sia la sua fica, da cui sgorgava tanto di quel nettare fatto generosamente produrre da quel grosso stantuffo, che la chiavava profondamente. Ho avuto un orgasmo al solo pensiero di poterlo aver dentro di me. Provavo invidia per mia madre per quanto godeva e colava: i suoi umori erano abbondanti al punto da eccitarmi; allora ho preso ad andar loro incontro con le mie labbra carnose, per farmeli scendere in gola. «Puttana, peccatrice! Senti come ti scaccio il demonio dal corpo? Pulisci quella immonda fessura di tua figlia, che poi tocca pure a lei!» Sapevo che non era rivolto a me. Un sonoro schiaffone ha colpito la natica di mia madre, colpevole di essersi abbandonata tra le mie cosce in un susseguirsi di leccare sempre più ardite. Poi lui è venuto. «Adesso ti purifico con il mio seme. Senti come ti lavo i peccati, donna?» Si è svuotato in lei. La troia si è fatta sborrare dentro. Poi lui ha estratto quel mostro ancora duro e minaccioso, mentre dalla fica dilatata, ridotta ad una caverna, ha preso a colare un misto di sperma ed umori vaginali. Subito dopo, ce lo ha presentato alle bocche, per la pulizia. Abbiamo finito il lavacro al prete con le nostre lingue che, più di una volta, hanno indugiato a cercarsi fra loro, fino a far eccitare ancor più il porco, che mi ha sollevato e messa nella stessa posizione di mia madre, cui ha ordinato di distendersi sotto di me, per proseguire il suo trattamento anche con me. Mi ha appoggiato la durissima cappella fra le labbra della mia fica ricolma di succhi e pronta a riceverlo, e poi, con una spinta decisa, me lo ha infilato tutto dentro. Ho inarcato la schiena per reggere quel mostro, che, di fatto, mi dilatava le pareti della vagina, per penetrare fino in fondo. L’ho sentito bene arrivar fin in fondo con un colpo secco, quasi a volermi sfondare. Per qualche secondo è rimasto immobile, poi ha preso a pomparmi come un toro furioso, con colpi così forti da sollevare dal letto il mio giovane corpo. Godeva come un porco.

«Puttana da redimere, senti come scaccio il demonio da questo tuo corpo immondo? Lo senti con quanto impeto e vigore mi devo adoperare per ripulire la tua anima? Lo senti puttanella?» Ho preso a godere, ormai domata da quella verga mostruosa, che mi ha spaccato la fica in due, per poi, d'improvviso, sfilarsi ed infilarmelo di colpo nel culo. Ho gridato forte, ma lui non ha avuto pietà, proseguendo a spaccarmelo e sfondarmelo, fino a ridurlo ad una caverna. «No, me lo spacchi! Piano, mi fai male!» Mi ha dato uno sculaccione fortissimo e poi me lo ha spinto ancor più a fondo. «Zitta, puttana! Devi soffrire per espiare! Il dolore ti purifica!» Mi ha pompato e fatto godere come una vacca montata da un vero toro; poi mi ha allagato il culo di sperma, facendo leccare tutto a mamma, mentre io dovevo provvedere a ripulire il suo. Da quella sera siamo le sue concubine, le sue complici schiave di quella mazza esagerata, delle sue voglie che lo ha ridotto ad esser aguzzino della sua fede, ormai naufragata nel caldo mare di umori, che veniva a cercare tra le nostre cosce tutte le notti, fin quando non mi son fatta ingravidare. Oggi battezzerà suo figlio.

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