É tornata mia sorella

Chapter 3 - Il lavoro di Patrizia

Su richiesta di Patrizia, Alessia la accompagna ad un centro commerciale per comprarle il suo regalo di addio al celibato

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È da questa mattina che non riesco a togliermi dalla mente l’immagine del cazzo di Manuele. Provo a scacciare quel pensiero concentrandomi su Saverio, su come sia… dolce? Amorevole?

[Servile. Servile è un termine più adatto. Anche se quello esatto però è “verme”. Sì, meglio se torni a pensare a Manuele, al suo grosso cazzo dritto e lungo, mentre ti scopa prima in figa e poi in culo, che ti ordina di dire che sei la sua troia mentre ti sta venendo dentro… E non dimentichiamo “come lecca la figa… porcaputtana, come lecca la figa!”]

Sbatto le palpebre, tornando a concentrarmi sulla strada davanti a me, piena di traffico. Vaffanculo anche a te! Manuele non esiste più per me…

[Sì, fino alla prossima volta che avrai un prurito alla figa…]

Il navigatore del telefonino attaccato alla bocchetta dell’aria condizionata cinguetta. “A trenta metri, svoltare a destra. La destinazione sarà davanti a voi.”

Metto la freccia e accedo al parcheggio del centro commerciale. Finalmente siamo arrivate…

«Hai chiamato mamma e papà?»

Patrizia solleva lo sguardo dal suo cellulare. Mi ricordavo fosse molto più logorroica, ma durante il viaggio in macchina ho quasi dovuto farle sputare ogni singola parola; nella strada da Caregan alla provincia di Udine, tutto il tempo attaccata a quello smartphone, non ce l’ho proprio fatta a farmi dire che lavoro faccia in Austria.

«No, non voglio che sappiano che sono qui».

Una Ford esce da un posto davanti a noi. Rallento e fermo la Lancia, aspettando che lasci libero quel parcheggio provvidenziale. «E perché?»

Patrizia torna a immergersi in qualche conversazione via chat. Sorride a qualcosa. «Non voglio che si preoccupino».

É inutile cercare di strapparle qualche informazione che non vuole condividere. «Ci siamo».

«Era ora». Mette il telefono in tasca, apre la portiera ed esce. Posso vedere solo il suo busto e le sue gambe, mentre si appoggia al tettuccio dell’auto. Questa mattina era vestita più elegantemente, mentre adesso indossa solo una tuta grigia e viola che le sta quasi stretta. Mi rendo conto che non siamo identiche come credevo: lei è più tonica di me, probabilmente indossa un paio di taglie in meno. La palestra la prende con più serietà. «Sì, è proprio questa!»

Giro la chiave nel quadro e la estraggo; il motore si zittisce. Esco a mia volta, guardando il mastodontico edificio: è basso e largo, di un colore grigio e crema, con alcuni pilastri palesemente estetici rossi; deve contenere diverse decine di negozi e servizi di ristorazione. Oltre la sterminata quantità di auto parcheggiate, ce n’è una colonna che passa davanti ad un servizio di take away di qualche fast food. Degli altoparlanti di pessima qualità rigurgitano della musica commerciale a malapena comprensibile. Mi giro verso mia sorella. «Ci sono centri commerciali anche in provincia di Belluno, senza bisogno di andare fino in Friuli».

Patrizia si scosta dalla portiera e la chiude. «Che palla che sei, Ale. Vedrai che questo è speciale».

Chiudo la macchina. «E tu come lo sai?»

«Me l’hanno detto… gente che conosco».

Sospiro, chiedendomi perché cerco di far parlare mia sorella. «D’accordo, andiamo».

Patrizia sembra eccitata mentre mi supera. «Vedrai, il mio regalo ti piacerà!»

[Sarà uno di quegli anelli vibranti o un pacchetto di preservativi al sapore di frutta… Voglio vedere quando proverai a farli usare a Saverio!]

Vaffanculo anche a te…

***

Sono stupita dal numero di avventori presenti lungo il corridoio che passa tra i negozi e i bar: la calca è tale che a stento si riesce a muoversi, e mi sento soffocare. Patrizia, invece, sembra a suo agio; anzi, un paio di volte si mette anche a sogghignare perché qualcuno le ha toccato il sedere.

«Non mi hai più detto che lavoro fai in Austria».

Lei volta il capo verso di me. «Cosa? Ah, sì. Praticamente faccio quello che ti succederà questa sera: organizzo feste di addio al celibato».

[Non c’è bisogno che glielo chiedi, sai benissimo cosa significa. Non infangare il nome della tua famiglia con la conferma che tua sorella è una troia, e non lo fa solo come passatempo.]

Non voglio credere alla voce della mia coscienza. Magari è la segretaria di una qualche agenzia o… «Cioè…»

Patrizia solleva le spalle. «Cioè sono la puttana che esce dalla torta e spompina tutti i presenti». Sorride alla mia espressione.

[Sì, hai la conferma che tua sorella è una troia, e ci campa pure. E sa divertirsi più di te, alle feste. Non che ci voglia un grand‘impegno, eh.]

«Come… come fai?»

Lei mi lancia un’occhiata sopra la sua spalla sinistra. «Semplice: entro nella torta dopo che l’hanno tolta dal forno». Sogghigna, probabilmente è una battuta che ha ripetuto decine di volte.

«No, intendo… come… come fai a… voglio dire… tutti quegli uomini diversi… a…»

Patrizia fa spallucce. «Immagino di avere davanti qualcuno che mi piace. Faccio finta che il cazzo che mi sta per scopare sia di uno che vorrei farmi davvero».

[Userà mai Manuele come modello? Chissà quante volte…]

Scuoto la testa e sbatto gli occhi, cercando di zittire la mia coscienza e scacciare quel— Impatto contro mia sorella. È immobile nella corrente di persone. «Ehi, non bloccarti così…»

Lei indica un negozio davanti a noi. «Ecco, ci siamo!»

Un’insegna blu con delle stelle e una falce di luna bianche è appesa sopra l’ingresso di una profumeria. Dei caratteri simili a nuvole compongono la scritta “Dreamgate”.

Sono certa che a Feltre ce n’è una della stessa catena, ma preferisco non dire nulla. La seguo mentre taglia il flusso del fiume di persone che spingono carrelli, tengono per mano bambini o semplicemente perdono tempo.

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