Club Tlazo

Chapter 8 - Mattina

L'avventura delle ragazze ha termine, e ognuna ha, anche suo malgrado, scoperto qualcosa di sé stessa.

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Esterno della discoteca Tlazo, ore 06:00

Cristina trovò Miriam appoggiata ad un muro, come se si fosse addormentata, appena oltre la porta da cui erano entrate una vita prima in quell’inferno fatto di sesso.

Dopo essere stata scortata senza una parola, ancora nuda e puzzolente di piscio, fino al piano terra scendendo quattro rampe di scale, alla ragazza era stato consigliato vivamente di usufruire di un bagno presente nella stanza accanto. Non che le sarebbe stato necessario essere spinta a farlo, e, anzi, aveva probabilmente fatto la più lunga doccia della sua vita. Se le fosse stato possibile, si sarebbe pure tolta via la pelle con una grattugia tanto era disgustata. Una volta finito e asciugata, aveva trovato ad aspettarla un vestito nuovo, di un certo valore, doveva ammetterlo, e, nella stanza successiva, un uomo che probabilmente era un avvocato.

La ragazza si soffermò un attimo sul volto dell’uomo, cercando di capire se assomigliasse soltanto ad uno dei tanti che avevano goduto della sua bocca mentre era ammanettata, ma preferì lasciar perdere e firmare una carta che le imponeva il silenzio su quanto era accaduto nella discoteca; si chiese chi mai avrebbe avuto il coraggio di raccontare a chicchessia un’esperienza come la sua, ma preferì non dire nulla.

Le diedero anche la Golden Card, che guardò per l’ennesima volta mentre si avvicinava alla rossa. Un cazzo di pezzo di plastica dalle dimensioni di una carta di credito color oro senza una singola parola. Probabilmente avrebbe potuto farne una anche lei, a casa, con una vecchia tessera telefonica ed una bomboletta di pittura spray.

Mise una mano sulla spalla della sua amica, chiedendosi come se la fosse cavata lei e quell’altra verginella. Probabilmente le avevano tenute in qualche stanza con le sedie appoggiate ad un muro, ad annoiarsi per tutta la notte.

E invece, Miriam fece un salto, come se si fosse svegliata di colpo, voltandosi terrorizzata verso Cristina, quasi fosse pronta a strillare. Quando però riconobbe l’amica, il suo corpo si rilassò.

«Ah, sei tu…» disse in un soffio.

Cristina credette di leggere per un istante nello sguardo dell’amica sia la felicità, sia il dispiacere che alle sue spalle non fosse comparso un mostro.

«Stai bene?»

«Io… io sì…» balbettò la rossa, poi estrasse dalla tasca di un abito diverso da quello con cui era giunta lì la sera precedente la scheda dorata, mostrandolo a Cristina quasi fosse un oggetto proibito. «Ho la Golden Card!» annunciò con uno strano orgoglio, nemmeno l’avesse strappato dalle mani della morte ma la stessa si fosse portata via la sua anima come baratto.

«Non vedo l’ora di tornare a…» iniziò a dire Miriam, ma le parole le morirono in gola e anche la felicità le appassì sul volto. Chiuse la bocca e abbassò gli occhi, mentre un tremito le scosse le membra, come se una folata di aria fredda l’avesse investita. Quando sembrò riprendersi, domandò, con voce sottile, quasi avesse paura a chiederlo: «Hai fatto l’amore con Jiménez? Com’è?»

Questa volta fu Cristina a tentennare. Poi si rese conto che Miriam non aveva specificato quale Jiménez. «Ce l’ha piccolo, quello stronzo,» disse, e sembrava sputasse quelle parole. Ma non poté trattenersi dall’aggiungere: «È più uno da puttane con le tettone che da ragazze di classe come me, quel figlio di troia, quindi ho preferito baciargli il culo e andarmene».

Miriam annuì, o più esattamente scosse la testa come quei pupazzetti che si mettono sui cruscotti che la muovono ad ogni sobbalzo della guida. Cristina ebbe per un momento l’impressione che avesse davvero incontrato qualche vip, ma questi le avessero fatto qualcosa di brutto, come darle della droga.

«A proposito di tettone,» riprese la bionda, «quell’altra figa di legno di Eleonora che fine ha fatto?»

Come se il ricordo scatenasse una sensazione di dolore, Miriam strinse la testa tra le spalle quando disse: «L’avevano portata via, ad un certo punto. Non so che cosa le hanno fatto…»

Pochi attimi dopo, la porta da cui era uscita Cristina si aprì di nuovo, ma lentamente e cigolando, attirando l’attenzione delle due ragazze. Alla bionda fu impossibile trattenere un verso di sorpresa, mentre Miriam, stupita, dava voce allo stesso pensiero: «Ma… quella è Eleonora?»

Cristina non seppe cosa rispondere. Quella era davvero lei, ma… non poteva essere lei.

La ragazza dal seno prosperoso era tra i due gemelli Grant, abbracciando entrambi, baciando uno e poi l’altro sulla guancia, alternativamente. I due uomini la cingevano con un braccio ciascuno, non vietandosi di palpare alcune zone del corpo della bionda in particolare.

«Ci vediamo, ragazzi,» disse Eleonora, sciogliendosi dalla loro stretta con un movimento degno di un felino.

«Ci mancherai,» risposero gli altri due, sospirando.

La ragazza, percorsi alcuni passi, si voltò verso di loro e, un sorriso lussurioso sulle labbra, afferrò con entrambe le mani il decolleté dell’abito che le era stato donato dalla direzione della discoteca, abbassandolo quando bastava per far vedere i seni fino ai capezzoli. «Questo per divertirvi nei momenti di noia,» disse con un occhiolino.

Uno dei gemelli le mandò un bacio, l’altro le giurò il proprio amore.

Eleonora rise di gusto mentre si girava e si avviava verso le sue due amiche, rimettendo l’abito. «Ciao, ragazze. Come va?» domandò, la sua voce squillante che esprimeva tutta la sua felicità.

Cristina sbatté le palpebre, confusa. «Ma cosa…»

«Ele!» esclamò Miriam, facendo qualche passo verso l’amica. Solo in quel momento, Cristina si accorse che la rossa camminava con fatica e, a giudicare dalla smorfia sul viso, con dolore. «Stai bene? Dove ti hanno portata?»

«Oh, amica mia!» Eleonora abbracciò la rossa con trasporto. «Come sono felice di rivederti! Ti hanno dato la Golden Card, vedo».

Miriam lo sollevò davanti alla ragazza. Sorrideva, ma agli occhi di Cristina non sembrava esserci nemmeno una briciola di felicità.

Eleonora protese una mano verso di lei. «Me lo fai vedere?»

La rossa apparve stupita. «Come, non te l’hanno dato?»

«No,» rispose la bionda. Infilò una mano nel solco tra i grossi seni ed estrasse un cartellino con una catenina argentata che le cingeva il collo. Lo mostrò all’amica: un tesserino con il logo della discoteca e il nome della ragazza scritto a mano. «Mi hanno dato questo, dopo che ho chiesto un colloquio di lavoro per un posto nella sala dove ci hanno legate,» spiegò, incapace di trattenere un sorriso ed un luccichio negli occhi.

Al contempo, il volto della rossa sbiancò e gli occhi le si sgranarono.

«Sì,» continuava Eleonora, come se stesse confessando qualcosa che l’aveva divertita ma che, sapeva, avrebbe fatto meglio a tacere, «ne approfitterò per pagare a tutte la vacanza, così da sdebitarmi con voi due».

Cristina non riuscì a spiccare parola.

«E ho visto il signor Jiménez,» continuò la ragazza, ancora più sorridente, «e ha detto di volerlo fare lui, di persona, il mio colloquio. Che onore!» disse, sogghignando soddisfatta. «Tra l’altro, devo dire che era seguito da una ragazza che immagino fosse la sua segretaria, che è un pezzo di fica pazzesca».

La bionda guardò la verginella avviarsi lungo la strada, seguita da Miriam zoppicante. Le due iniziarono a parlottare sui gemelli Grant dopo che la tettona aveva sostenuto di esserci finita a letto. La vide fermarsi dopo qualche metro, voltandosi verso di lei. «Dai, andiamo, Cristina: ho voglia di chiederti qualche consiglio su come ammorbidire il calciatore quando farò il colloquio,» disse con il sorriso che le illuminava gli occhi, poi scoppiò a ridere. «Anzi, più che “ammorbidirlo”, indurirlo!»

Nella penombra che la mattina non aveva ancora scacciato da quel vicolo, Eleonora non poté vedere lo sguardo assassino di Cristina. Quando poi l’altra riprese a camminare seguita da Miriam, Cristina prese dalla tasca la sua Golden Card, la fissò con disprezzo per un istante, poi la scagliò in un cestino della spazzatura.

«Andate tutti a fanculo…» sbottò a bassa voce, seguendo poi le altre due, ma senza avvicinarsi troppo.

 

Fine

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