Chapter 7 - L'ambulatorio dell'amore
"Spruzzi di sperma le colano sopra gli occhi chiusi, lungo il naso, sulle labbra, gocciolandole sulla maglia e i pantaloni. Ciocche fulve brillano di seme liquido. Puzza di sborra come potrebbe esserlo solo una pornostar dopo un bukkake, ma non ha la stessa espressione soddisfatta."
11 months ago
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Isabella ❤💦
Ciao Gabri… mi spiace per ieri pomeriggio, credo di essermi comportata male, con te. Ma devi capirmi: mi sento messa da parte, umiliata per come guardate tutti la nuova prof… Ti va se, dopo, all’intervallo, ci vediamo? 😉😘
Leggo per una seconda volta il messaggio su WhatsApp. Un’ombra di collera nei confronti di Isabella per la scopata mancata, ma soprattutto per la scenata insensata che mi ha fatto mezza giornata fa, ancora grava sul mio petto, e mi sono trovato a rimuginare su questo tutta la mattina. Inizio a credere sia pazza, o qualcosa del genere. Ho evitato di vederla mentre raggiungevo la N. Sandrini per non parlarle, e non sono sicuro di volerle rispondere. Anzi, no: sono sicuro di non volerle rispondere. Sono quasi dispiaciuto di aver letto il suo messaggio, con le due spunte blu che l’assicurano che ho controllato cosa mi ha mandato.
Il trillo del distributore automatico mi richiama alla realtà. Spengo lo schermo del telefonino, lo rimetto in tasca, alzo lo sportello della macchinetta e ne cavo il bicchierino di plastica caldo e fumante di caffè.
Dovrei davvero sputarci dentro… quella troia non si meriterebbe nient’altro. E Isabella è convinta di avere problemi con la Nobili perché è troppo figa, quando io sono trattato come una merda davanti a tutta la classe…
Questa mattina, quella stronza non ha nemmeno provato ad interrogarmi. Anzi, ha passato a spiegare il codice binario, un metodo di conteggio privo di senso se non si è un computer. Io, come un cretino, mi sono tranquillizzato, illudendomi che non sarei nemmeno finito sotto lo sguardo della stronza, mentre le sue tette erano state l’unico mio interesse, immaginandomi la sensazione di stringerle, di succhiarle, il mio cazzo irrigidirsi mentre la Sandra della mia fantasia si concedeva e io la scopavo, punendola per come mi aveva insultato durante tutte quelle lezioni. E, invece, a dieci minuti dal termine dell’ora di matematica, gli occhi della troia si sono posati su di me, e con un ghigno, mi ha chiamato.
E io, da bravo pervertito, ho sollevato i miei dalle sue bocce un istante troppo tardi.
«Pierobon, che ne dici di ripagarmi per quanto hai ammirato fino ad ora andandomi a prendere il caffè?»
Un mormorio divertito si è alzato alle mie spalle.
Mi sono chiesto quanto sarebbe proseguito quello scherzo mentre mi avvicinavo alla cattedra e Sandra mi dava la solita moneta. Per lo meno, non devo offrire io.
Attraverso il corridoio deserto dell’istituto, come al solito vuoto, senza un professore, un bidello, uno studente in giro. In effetti, potrei starmene qui per mezz’ora senza il rischio che mi becchi qualcuno, se non sentire l’ennesima romanzina dalla troia perché ho impiegato troppo a prendere il suo caffè del cazzo...
Imbocco le scale per raggiungere il terzo piano, e per qualche motivo mi risuonano nelle orecchie le parole di mio fratello. Per fare tua una donna, falle bere la tua sborra…
Isabella me la succhiava letteralmente fuori dal cazzo, la mia sborra, perché - in condizioni normali - era innamorata pazza di me. Sandra, invece? Daniele sostiene che mi odia perché lui non se l’era mai scopata, preferendo sua sorella Anna, e si vendica su di me… e se invece fosse pazza di me, e non di lui? Se, in quanto studente, non può avere rapporti che non siano da insegnante con me, e mi denigra perché cerca di nasconderlo, sia a me che, soprattutto, a sé stessa?
Sorrido a quell’evidente cazzata che, però, non mi dispiace. Sandra inginocchiata davanti a me, nuda, il mio cazzo nella sua bocca, la saliva che scivola fuori dalle sue labbra e cola sulle sue tettone, avida di seme… il mio cazzo in tiro è sballottato a sinistra e a destra nei miei jeans mentre cammino, una sensazione piacevole e divertente.
Metto la mano sulla maniglia della porta dell’aula. Sorrido al pensiero dell’inondazione di bega calda e collosa che avrei pisciato nella gola di quel pezzo di figa, fino a soffocarla.
Il mio sorriso si dissolve quando entro e quel pezzo di figa me lo trovo davanti per davvero, ma vestita, seduta alla cattedra, che mi fissa con astio.
«Alla buon’ora, eh. Stavo per chiamare la squadra cinofila perché pensavo ti fossi perso», esclama, facendo ridere qualche bastardo. Un paio di risate le riconosco.
Le consegno il bicchiere senza dire una parola, trattenendo a stento la rabbia, ma non del tutto il mio sguardo dallo scollo della sua maglia.
Sandra se ne accorge, gli angoli della sua bocca che si alzano in un sorriso che non saprei definire se provocatorio o di scherno. Abbassa appena la voce, come se non voglia farsi sentire dal resto della classe. «O hai fatto una fermata ai gabinetti per queste?» domanda, guardandosi i seni. «Dopotutto, devi avere il sangue di quel puttaniere di tuo fratello Daniele, o sbaglio?»
La voce non è abbastanza bassa da non farsi sentire nelle prime file di banchi, a giudicare dai nuovi sghignazzi soffocati e dai commenti sussurrati che giungono alle mie spalle. Mi trattengo appena dallo strapparle di mano il bicchiere, scatarrarci dentro e farglielo bere con la forza. Lurida troia…
La campanella suona: è una fortuna, perché se dovessi vedere per un altro istante questa carogna mi metterei ad urlarle contro tutta la rabbia che mi ha causato da quando ho avuto la disgrazia di conoscerla.
Nando, nel banco accanto al mio, ha la cortesia di non commentare, ma prende dal tascone dello zaino il cellulare, immergendosi nelle foto di modelle in Instagram.
Prendo anch’io il telefono, richiamo il messaggio di Isabella e digito a mia volta.
Gabriele
Ci vediamo davanti all’infermeria.
****
Come mi aspettavo, non c’è nessuno nell’infermeria della scuola, ma la porta è aperta, nel caso qualcuno ne abbia bisogno e non si vuole perdere tempo a trovare la chiave. Mi fermo a pochi metri di distanza, prendo il telefono e fingo di controllarlo: i professori e i bidelli sanno che alcuni studenti ne usano il gabinetto perché non è lercio come quelli dei bagni comuni, e cercano di impedirlo. Se ad entrare, poi, sono in due insieme, peggio ancora, ma è proprio quanto ho intenzione di fare con Isabella.
La ragazza supera un capannello di studenti della terza e della quarta, fermi lungo il corridoio. Il suo viso si illumina di un sorriso che, per qualche motivo, mi pare meno sincero del solito. Non provo nemmeno a rispondere, i muscoli della mia faccia contratti da una rabbia che stringe il mio petto a tal punto che il tentativo si concluderebbe in una smorfia di disgusto.
Isabella riconosce il mio stato emotivo. Assume un’espressione da cucciolo sgridato. «Sei così arrabbiato con me, Gabri?»
Devo trattenermi dalla tentazione di risponderle di sì, che è colpa sua e della scopata che ha mandato all’aria ieri pomeriggio. Forse sarebbe meglio, e invece svuoto il sacco. «Quella troia di una Nobili…» Alle mie stesse orecchie, la mia voce pare il ringhio di un animale chiuso in un angolo. «Mi ha fatto fare una figura di merda davanti a tutta la classe».
Isabella annuisce. «La odio anch’io… Mi…» fa ma si blocca, sposta un attimo lo sguardo da una parte, lontano dal mio. Quando torna a guardarmi, mi accarezza il viso. «È una donna pessima, non darle ascolto, qualsiasi cosa ti dica».
Più facile a dirsi che a farsi. «D’accordo».
La ragazza lancia un’occhiata verso le due estremità del corridoio. I ragazzi se ne sono andati, probabilmente ai distributori automatici, e non c’è nessun altro in vista. Mi si avvicina, appoggia una mano sul mio pacco e lo stringe con delicatezza, come quando arriva a casa mia; un’ondata di calore si irradia dal mio inguine infiammando ulteriormente le emozioni che stanno bruciando dentro di me, mentre il mio cazzo inizia a prepararsi ad entrare in azione.
«Sono certa che non hai scelto di vedermi davanti alla porta del pronto soccorso per caso, vero, Lele?» La sua voce è diventata più bassa, suadente.
Avvicino la mia bocca al suo orecchio. «Ti voglio».
Prende una mia mano. «Suppongo di dovermi scusare per ieri sera». Dà una nuova controllata veloce al corridoio e apre la porta. La seguo all’interno.
L’infermeria è un locale di ridotte dimensioni con un lettino da ambulatorio con sopra quelle ridicole coperture di carta che si strappano quando ti ci sdrai sopra, un armadio chiuso a chiave per custodire qualche medicinale e una cattedra con i bordi scheggiati usata come tavolo, con un pacchetto di cerotti aperto e la confezione di un termometro a infrarossi abbandonata accanto; la luce entra dai finestroni dai quali pendono avvolgibili storti e che non devono essere stati mossi da prima della mia nascita; qualche filo di ragnatela impolverato brilla al sole. L’ingresso del bagno è socchiuso, e spero che nessuno l’abbia usato negli ultimi giorni, o tanto varrebbe farlo nei gabinetti comuni, con puzza di piscio e cannabis inclusi.
Isabella accende la luce del bagno, qualcosa che si potrebbe definire di lusso rispetto a quelli che siamo autorizzati ad usare: un pacchetto formato famiglia di carta igienica del discount, un annaffiatoio, uno specchio e, oltre al water, anche un bidet e un box doccia con una macchia gialla dovuta all’acqua che gocciola dal soffione posto ad un paio di metri. La ragazza chiude la porta dietro di noi.
Inspiro a fondo, il cuore che mi martella nelle orecchie. Non so se è eccitazione o rabbia, ma ho una voglia irrefrenabile di sbatterla contro uno dei muri piastrellati, bloccarla con il mio corpo e palpeggiarle le tette e la figa mentre le fotto la bocca con la mia lingua. Già l’aria sembra satura dell’afrore del mio cazzo che riempie le mutande al punto tale da darmi fastidio, e non vedo l’ora di sentire anche l’olezzo della fregna di Isabella.
Lei torna da me sorridendo, quel sorriso da sgualdrinella che mi lascia sempre immaginare cosa voglia farmi e tutte le volte mi sorprende. Si prende da una tasca un elastico viola scintillante di brillantini, con l’altra mano i suoi lunghi capelli fulvi e con un movimento sicuro dettato dall’esperienza si fa la coda. «Ti voglio, Lele. Ricordati che io sarò sempre con te e ti rispetterò, non come…» Non aggiunge altro, ma dal tono della voce e dallo sguardo pare chiaro che si stia riferendo alla Nobili, sottintendendo con il suo silenzio qualcosa di molto volgare nei confronti dell’insegnante. «Vorrei che mi facessi urlare di piacere, come fai quando siamo a casa tua, ma l’intervallo è troppo breve e.… e dovremo accontentarci».
Si inginocchia davanti a me, apre i miei jeans e li abbassa. Fissa per un istante la deformazione del tessuto delle mie mutande; sorride alzando gli occhi verso i miei. «Spero di essere io a fartelo diventare così grosso».
Inspiro profondamente, stringo le dita delle mani e le libero. Non ricominciare con quella cazzata, quella fottuta bocca aprila solo per succhiarmi il cazzo, troietta… «Ma certo, amore,» dico a denti stretti. Le appoggio una mano sulla nuca, e non so come mi trattengo dal gettarla contro il mio inguine: mi limito ad accarezzarla, sebbene il mio movimento vada a scatti, i muscoli del mio braccio che sembrano avere degli spasmi, lottare contro la mia volontà.
La ragazza afferra l’elastico degli slip e abbassa. La mia nerchia pare sgranchirsi e allungarsi verso di lei, come la lingua dentata dell’Alien quando attacca la sua vittima. Un brivido mi corre lungo la colonna vertebrale, il mio inguine sembra in fiamme.
Lei afferra il cazzo, lo sposta di lato e lo lecca sul lato sinistro con la punta della lingua. Mi aspetto di vedere un getto di sborra colpirla in faccia tanto sono eccitato. L’altra mano accarezza i miei coglioni, scivola tra le gambe, in mezzo alle chiappe e il mio buco del culo si apre quando il dito medio di Isabella vi si infila. Grugnisco quando lo percepisco frugarmi il retto, il mio cazzo farsi ancora più turgido e caldo.
La ragazza prende tra le labbra la mia cappella e la sua lingua comincia a scivolare attorno, bagnandola.
Il grugnito diventa un grido roco, soprattutto quando il dito nel culo trova la prostata. Un senso animale di bisogno di fottere e godere sommerge la mia mente, l’impressione di pisciare lava corre lungo l’interno della mia nerchia mentre le palle sembrano essere strette da una morsa. L’immagine della puttana dai capelli castani e le tette grosse prende il posto della mia fidanzata, finalmente sottomessa e costretta a bere la mia bega.
Sandra mi guarda soddisfatta, abbandonando il suo lavoro di bocca per chiedermi: «Ti piace, amo-»
Con una mano afferro la sua coda, con l’altra il mio cazzo, puntandoglielo contro come un’arma. Apri quella cazzo di bocca, troia! penso con tale intensità che rimbomba nelle mie orecchie. Ettolitri di sborra bollente, acida, liquida, schizzano fuori di me, sparati con la pressione di un idrante, ogni spasmo del mio inguine dolore e piacere, la mia rabbia che viene spruzzata fuori dal cazzo come un veleno che abbandona il mio corpo.
Mi sento vuoto, vuoto come può essere qualcuno appena nato, ripulito come qualcuno che si è fatto una doccia calda dopo una giornata passata a lavorare nel fango, soddisfatto come qualcuno che abbia appena fottuto la più bella e carogna figa che abbia mai visto nella sua vita, l’abbia sottomessa e scopata fino a renderla la sua puttana.
Sì, Daniele, ho fatto bere la mia sborra a Sandra: adesso è mia.
Un sospiro esce dalle mie narici, pieno della rabbia che ha oppresso il mio petto tutta la mattina. La soddisfazione ha l’odore acre del mio sperma.
Abbasso lo sguardo sorridendo, desideroso di vedere la mia nuova professoressa preferita marchiata come mia proprietà. Tra le mie mani, invece di capelli castani ne trovo di rossi, al posto di Sandra soddisfatta della mia sborrata c’è Isabella, il suo bel viso distorto in una smorfia di incredulo disgusto.
Spruzzi di sperma le colano sopra gli occhi chiusi, lungo il naso, sulle labbra, gocciolandole sulla maglia e i pantaloni. Ciocche fulve brillano di seme liquido. Puzza di sborra come potrebbe esserlo solo una pornostar dopo un bukkake, ma non ha la stessa espressione soddisfatta.
Isabella ha un fremito come se stesse tornando in vita, emette un gemito e solleva le mani, le dita contratte come gli artigli di un rapace. Un ruggito le sfugge dalla gola. Scuote la testa, gettando gocce di sborra in giro sul pavimento come un cane bagnato. Un suo braccio si muove di scatto, colpendomi il polso della mano con cui le tengo i capelli. «Lasciami, bastardo!»
Si getta indietro, allontanandosi da me, spingendosi con le mani. Si passa le dita sugli occhi, pulendoseli. Mi fissa con odio. «Lurido figlio di puttana, che cazzo hai fatto?»
Sgrano gli occhi. Davvero, che cazzo ho fatto?
Isabella si afferra al lavandino e si solleva. Si gira verso lo specchio. Se fino a quell’istante aveva temuto un disastro, dall’espressione è evidente che la situazione è anche peggiore. Si passa le mani sul viso, toccandosi il mio seme, fissandosi le dita come se avesse toccato del sangue infetto. Singhiozza. Mi fissa usando il riflesso dello specchio. «Pezzo di merda… volevo farti un piacere… vaffanculo…»
Faccio un passo verso di lei, spaventato. Il senso di piacere sfuma in qualcosa di più simile ad un attacco di diarrea. «Isa… mi spiace… cosa posso…»
«Levati dai coglioni!» I suoi denti biancheggiano sul riflesso nello specchio. «E fai sparire quel cazzo di merda!»
Prendo un rotolo di carta igienica e glielo porgo. Un movimento della sua mano lo fa cadere a terra e rotolare fino alla doccia.
«Vattene! Vattene ti ho detto, bastardo!» Afferra una saponetta sul lavandino e me la scaglia contro. Mi copro il volto con un braccio, la saponetta mi manca, impatta contro il muro alle mie spalle. «A te non permetto di mancarmi di rispetto, coglione!»
Faccio per aggiungere qualcosa, per dire di nuovo che mi dispiace. Cosa cazzo ho fatto… Lei si gira, apre l’acqua imprecando sottovoce. Mette le mani sotto il getto e si lava il volto.
Mi sento piccolo, come se avessi quattro anni e fossi alto trenta centimetri. Indietreggio fino a sbattere con la schiena contro il muro, allungo una mano per afferrare la maniglia e apro silenziosamente la porta. Isabella non mi degna di uno sguardo, troppo impegnata a cercare di togliersi la mia sborra dalla maglia e a passare acqua sulla macchia che non vuole andarsene.
Esco come un codardo senza darle la schiena. Il gorgoglio dell’acqua e soprattutto lo sbottare della mia fidanzata - non vorrà più nemmeno vedermi dopo questo… - si smorza quando chiudo l’uscio.
Inghiotto un grumo di saliva che sembrava essersi solidificata, gli occhi che mi bruciano ed un senso di profonda inadeguatezza che mi stringe il corpo, soffocandomi. Mi rendo conto che il mio cazzo, che si è raggrinzito fino a raggiungere delle dimensioni imbarazzanti, esce ancora dalla patta. Rigurgita ancora una filagna di sborra che cola e dondola sfiorando il pavimento. La stacco con un dito e me lo pulisco sui pantaloni.
Afferro il cazzo, con la sensazione di un corpo alieno attaccato al mio inguine, qualcosa che non avevo mai visto e che sembra impossibile l’abbia mai avuto. Il tessuto delle mutande si impregna di sborra quando lo copro con gli slip.
Lo stomaco si contrae, preannunciando un conato di vomito. «Porca puttana…»
La mia mano si muove per riafferrare la maniglia ma riesco a impedirmelo. Isabella ha bisogno di non vedermi, di stare sola. É la cosa giusta da fare, e al tempo stesso mi sembra di essere un codardo… Mi sono sempre detto di essere un ragazzo coraggioso, pronto a prendermi le mie responsabilità, e invece…
«…e invece ogni donna mi sta trattando come una merda».
Cos’è successo, perché tutto ha cominciato ad andare a puttane? La Nobili, la mia ragazza… cosa sto sbagliando?
Prendo il telefono dalla tasca e lo accendo. Manca un minuto al suono della campanella e al termine dell’intervallo. Isabella avrebbe fatto in tempo a tornare in classe o sarebbe stata sgridata per colpa mia?
Osservo di nuovo la porta del bagno, da cui proviene ancora il suono dell’acqua che scorre. Entrare o meno? Sospiro e me ne esco dall’infermeria. Probabilmente, Isabella avrebbe preferito ricevere un rimprovero che vedere di nuovo quello che l’ha sborrata da capo a piedi immaginando di scoparsi una donna differente. Me ne vado con la coda tra le gambe.
Torno nel corridoio, senza nemmeno controllare se ci sia qualcuno in vista, e faccio per mettere in tasca il telefono, ma mi fermo. Digito un messaggio.
Davanti alla porta della classe, la notifica di WhatsApp e la campana suonano contemporaneamente. Mi siedo al banco leggendo la risposta.
Fratellone
Problemi gnometto? Certo ke vengo prenderti asp fuori dalla squola
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