Tre troie e un coglione

Chapter 2 - La scrittrice di racconti erotici

la vicina torna alla carica e joe si sente sempre più a suo agio in sua compagnia

A
Asiadu01

6 months ago

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Tornai a casa più stanco del previsto.

Non del fisico. Della testa.

Alice.

Il suo seno che ballava sotto la canottiera, il modo in cui si era avvicinata, il tono sussurrato, lo sguardo.

E poi quella frase, detta così, come se fosse nulla:

“Ho un fidanzato, lo sai?”

Ero sceso con la mente, con il corpo, con le intenzioni.

Lei mi aveva sollevato. E poi, di colpo, lasciato a mezz’aria.

Il genere di serata che ti fa desiderare solo una cosa: un letto e silenzio.

Ma il destino — o meglio, Raffaella — aveva altri piani.

Ore 21:30. Puntuale come un rituale segreto.

Stavo aprendo il portone quando la vidi. Di nuovo lì.

In piedi davanti alla porta del palazzo, con il telefono in una mano e una borsa enorme nell’altra, con la solita aria da “sto per dimenticare qualcosa di importante ma non so cosa”.

“Ehi!” disse appena mi vide. “Ma ti teletrasporti sempre a quest’ora? Oppure sei tipo un vampiro del terzo piano?”

“Solo un coinquilino del destino, a quanto pare.”

Rise, mettendosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

“Joe, giusto? Te lo ricordi il mio nome o devo rifare tutta la presentazione?”

“Raffaella. 25 anni. Barista con velleità letterarie. Caotica e potenzialmente pericolosa.”

“Perfetto! Sei promosso. Ora possiamo parlare senza dover fingere educazione.”

E fu così che rimasi lì, con la chiave a mezz’aria, mentre lei — come un fiume in piena — partiva con una delle sue conversazioni.

“Giornata assurda. Due clienti hanno litigato su chi aveva ordinato prima il decaffeinato con latte di soia. Poi un tizio mi ha chiesto se avevamo i croissant alla rucola. Giuro. Alla rucola.”

“Perché?”

“Perché il mondo è impazzito, Joe. Ma io sono ancora qui. Viva. E affamata di storie. Tu? Come stai?”

Quella domanda mi prese in contropiede.

Detta così, con sincerità. Niente giochi. Niente doppie letture.

“Abbastanza bene,” risposi.

“Abbastanza è una parola che puzza di rottura emotiva.”

“Diciamo che oggi mi hanno fatto venire voglia di non pensare.”

“Allora pensiamo insieme. Io parlo, tu ascolti, e intanto il cervello si spegne. Funziona, fidati.”

E funzionò davvero.

Parlammo lì fuori per quasi mezz’ora.

Raffaella aveva il dono della parola, ma anche quello dell’attenzione. Ti riempiva gli spazi vuoti, senza invaderli. Ogni tanto si fermava a guardarmi come se volesse studiarmi meglio.

Notai che indossava una tuta leggera, un top sportivo senza spalline, e delle sneakers consumate. Niente trucco, i capelli legati in modo disordinato, ma… bellissima.

Sensuale senza saperlo. Forse proprio per questo.

La luce del portone le illuminava la pelle ambrata, e ogni tanto, nel gesto di parlare, una spallina del top scivolava giù, lasciando intravedere la curva del collo e l’inizio della clavicola.

Le mani parlavano quanto lei, agitate, espressive, ogni tanto finivano per toccarmi il braccio senza nemmeno accorgersene.

“Io scrivo di notte,” disse a un certo punto. “Quando torno stanca morta, apro il portatile e butto giù le cose più assurde. E a volte… sono le migliori.”

“Mandami qualcosa. Sono curioso.”

“Davvero?”

Mi guardò con quegli occhi grandi e vellutati.

“Non lo dice mai nessuno. Di solito fanno finta di ascoltare e poi cambiano argomento.”

“Io no. Io ascolto sul serio.”

Ci fu una pausa. Di quelle piene, leggere.

Lei sorrise. E per un attimo non disse nulla.

Solo uno sguardo, lento. Quasi un invito.

“Allora… magari un giorno vieni da me e ti faccio leggere qualcosa. E beviamo qualcosa. E ci raccontiamo un po’.”

“Mi sembra un ottimo piano,” dissi, sorridendo.

Lei mi guardò. Per qualche secondo. E poi strinse le labbra come chi sta per prendere una decisione.

Fece un passo indietro verso l’ascensore, si appoggiò con la schiena alla parete e disse, con naturalezza:

“Anzi, sai che c’è?”

“Che c’è?”

“Perché non ora?”

Ci fu un silenzio. Uno di quelli veri.

Il genere che succede quando il cuore accelera e la mente si chiede ho capito bene?

“Se non hai impegni, intendo,” aggiunse, con un mezzo sorriso sulle labbra. “Ho una birra in frigo, un paio di racconti scemi nel computer e zero voglia di chiudermi in camera da sola.”

Mi guardava con semplicità, senza secondi fini apparenti.

Ma negli occhi c’era una luce sottile. Un invito. Qualcosa che andava oltre la birra e i racconti.

“Ok,” dissi piano. “Perché no.”

Lei si voltò, prese le chiavi dalla borsa e le fece tintinnare mentre si dirigeva verso la sua porta.

“Benvenuto nel mio regno del disordine creativo, Joe-del-terzo-piano.”

E prima che potessi dire altro, la porta si aprì.

E io la seguii dentro.

Appena entrammo in casa sua, mi colpì subito il contrasto tra l’apparente disordine e l’atmosfera viva che si respirava.

Pile di libri in ogni angolo. Una tazza mezza piena accanto al divano. Un plaid buttato per terra. Le finestre aperte, il vento che faceva svolazzare una tendina leggera.

C’era qualcosa di affascinante in tutto quel caos.

Era il suo riflesso.

Raffaella aprì il frigo e tirò fuori due birre.

“Non è artigianale, ma è fredda. Conta?”

“Conta tantissimo.”

Ci sedemmo sul divano, uno di fronte all’altra. Si tolse le sneakers, infilò i piedi sotto le gambe e mi porse il bicchiere.

Brindammo. A cosa, non lo so. Ma brindammo.

“Allora,” disse, accendendo il portatile e passandomelo con noncuranza, “questi sono i miei racconti. Non giudicarmi troppo. Scrivo di notte, quindi magari domani sembreranno tutte minchiate.”

“Lo farò con severità e sguardo critico,” risposi, già incuriosito.

Iniziai a leggere.

E, cazzo, erano belli.

Davvero belli.

Intensi. Carnali. Sensibili ma ruvidi.

Parlavano di corpi, di pelle, di vuoti da colmare e notti insonni.

Ma non erano mai volgari.

Sembravano scritti da qualcuno che conosceva a fondo il desiderio, e il bisogno di sfiorarsi anche solo con le parole.

“Wow,” dissi alla fine del terzo. “Non me l’aspettavo.”

“Davvero?”

Mi guardava con la testa inclinata e un mezzo sorriso.

“Sono… vivi. Ero… lì dentro. Dentro le teste, i corpi, i pensieri. Non capita spesso.”

“Grazie.”

Si spostò un po’ più vicino, avvicinando le gambe alle mie.

“Sai, a volte penso che l’erotismo sia un modo di vedere il mondo. Non c’entra solo col sesso. È un modo di sentire tutto.”

“Tipo?”

“Tipo… questa birra.”

Sollevò il bicchiere, lo guardò e lo bevve piano, con un sorso lento.

“È sensuale. È fresca, sa di buono, lascia un gusto in bocca. L’erotismo è nei dettagli. Nella lentezza. Nell’attenzione.”

“Non pensi che la lentezza venga scambiata per… esitazione?”

“Solo da chi non ha pazienza,” rispose.

Poi si voltò verso di me, e per la prima volta non sorrideva più.

Mi fissava. Occhi profondi, scuri, spalancati.

“E tu?” chiese. “Ce l’hai pazienza?”

“Solo con chi merita.”

Lei rise. Un riso basso, vero. Poi fece un gesto istintivo, ma naturale: mi toccò il ginocchio.

Lo fece senza guardare, come se fosse normale. Come se fossimo già lì da un’ora.

“Allora magari ti lascio leggere anche quello che non mostro a nessuno.”

“C’è dell’altro?”

“Oh sì. Ma… è più esplicito. Meno elegante. Più me.”

Si morse il labbro, quasi ironicamente.

“Ti scandalizzi facile?”

“Mi eccito più facilmente, in realtà.”

Quella frase, detta così, rimase lì tra di noi.

Lei mi guardò. Senza muoversi. Senza dire nulla.

Poi si alzò lentamente dal divano e disse:

“Aspetta qui.”

Sparì per un attimo nella stanza accanto.

Io restai lì, con la birra in mano, il cuore che batteva, e un unico pensiero:

Raffaella… non è affatto come pensavo.

Raffaella si mosse come se fosse attraversata da qualcosa.

Prese la chiavetta USB, la infilò nel portatile.

Fece un sospiro profondo.

Poi mi guardò negli occhi. Seria, stavolta.

“Quello che sto per leggere non è un gioco, Joe.”

“Ok.”

“È una parte di me che non mostro mai.”

“Allora ascolterò come si deve.”

Lei sorrise appena, poi aprì un file. Il titolo era:

“Corpo a corpo”.

Iniziò a leggere, la voce più bassa, roca.

E subito, le parole mi attraversarono.

_“Lo guardava mentre le slacciava il reggiseno con lentezza, con una pazienza feroce.

Lei gli teneva il viso tra le mani, ansimando piano, mentre sentiva il metallo che cedeva e la pelle che si liberava.

‘Ti voglio nuda e nervosa,’ le sussurrò lui.

E lei si lasciò cadere indietro sul letto, mentre le sue mani esploravano, stringevano, graffiavano.

La bocca di lui trovò il suo seno, la sua pancia, il bordo degli slip.

Ogni centimetro della pelle diventava febbre.

Lui la baciava come si morde una mela. Con fame.

E quando la penetrò, fu lento. Ma non dolce.

Lei si aggrappò alle sue braccia. Si lasciò andare.

Si persero. Corpo a corpo. Senza ruoli. Solo con la pelle e la fame a tenere il tempo.”_

Le ultime frasi le lesse più lentamente, come se ogni parola le restasse addosso.

Quando finì, il silenzio fu pesante.

Il mio respiro era affannato.

Le mani strette. Le gambe rigide.

Lei chiuse il portatile e si morse il labbro.

“È forte. Lo so.”

“È… incredibile,” dissi. “Crudo. Vero. Non c’è niente di più autentico di quello che hai letto.”

Lei non rispose subito.

I suoi occhi si posarono sui miei.

Ci guardammo. A lungo.

E lì capii: lei era quella donna del racconto.

Non nella storia in sé, ma nel modo in cui viveva la carne, il desiderio, la scrittura.

“Ti ha turbato?”

“Mi ha eccitato,” dissi.

“Anch’io. Un po’.”

Fece una risata nervosa, poi si portò una ciocca dietro l’orecchio.

Non sapevamo se ridere o baciarci.

Ma l’eccitazione era lì, tra di noi, appesa come una scintilla pronta a scoppiare.

Io allungai una mano e le toccai il ginocchio.

Lei non si ritrasse.

Le sue gambe erano calde, nude.

Salì lentamente con le dita, fino alla coscia.

Poi si fermò su quella pelle liscia, morbida, così vicina all’intimità che entrambi smettemmo di parlare.

Ci fu una pausa, lunga, sensuale, silenziosa.

I nostri sguardi si cercarono.

Raffaella si sporse piano, la fronte contro la mia.

Le sue mani sulle mie.

I nostri respiri uniti.

“Non possiamo farlo adesso,” sussurrò.

“Lo so.”

“Ma voglio che tu sappia una cosa.”

“Dimmi.”

“Mi hai già toccata. Nella testa. E in basso. Più di quanto immagini.”

Ci guardammo. Fermi. Tesi.

Poi ci allontanammo.

Pochi centimetri. Ma quanto bastava per restare sul filo.

Rientrai a casa con la testa in fiamme.

Chiusi la porta dietro di me e mi appoggiai al muro, ancora col fiato corto.

Il corpo teso.

Le mani che tremavano appena.

Avevo passato un’ora intera con Raffaella a galleggiare su un confine sottile, con la sua voce che raccontava scene di sesso così vive da lasciarmi marchiato addosso.

Mi aveva praticamente spogliato con le parole, mi aveva fatto desiderare il suo corpo solo parlandone, solo lasciando intendere che poteva essere nostro.

E poi c’era Alice, cazzo.

Con i suoi sorrisetti, i finti accenni, il seno che rimbalzava sotto la canottiera senza reggiseno.

Una ragazza dolce, sì. Ma che si divertiva a provocare, a giocare con il limite, e poi chiudere tutto con un “ho un fidanzato”.

Avevo bisogno di sfogarmi.

Avevo il sangue in circolo come se avessi corso per un’ora.

Mi buttai sul letto, presi il telefono, e lo aprii.

OnlyFans.

Il mio rifugio da settimane.

Un profilo in particolare. ReikaLust.

Una cosplayer. Tettona, sfacciata, creativa, eccitante da morire.

Le sue foto erano un mix perfetto di gioco e perversione: cosplay precisi, trucco impeccabile, ma pose e video da far tremare i polsi.

Indossava costumi da personaggi di anime, videogiochi, supereroine — e poi li toglieva lentamente, con quella voce roca e i sussurri che sembravano dire: questo è per te.

aveva pubblicato da poco.

Lo vedevo dal pallino blu.

Cliccai.

Il titolo del video era semplice:

“Oggi non esco. Oggi gioco da sola 💋”

Premetti play.

Lei era lì, vestita da una versione sexy di una maga anime, con il corsetto viola che spingeva su un seno esagerato, stretto, pieno.

I capelli neri raccolti in due codini bassi, le labbra lucide, la pelle chiarissima.

Guardava in camera con un sorriso finto innocente, seduta su un letto sfatto.

Appena iniziò il video, infilò le mani nel corsetto e spinse su il seno, facendolo esplodere fuori piano, centimetro dopo centimetro.

Lo accarezzava. Lo sollevava.

Rideva piano. Quasi parlava da sola.

“Troppo grande per stare al suo posto, vero?”

“Si muove anche quando respiro…”

Serravo le dita.

Guardavo fisso lo schermo.

Poi Reika prese una mano e cominciò a giocare con un seno solo, stringendolo dal basso, facendolo rimbalzare con una lentezza indecente.

La pelle sembrava setosa. I capezzoli duri sotto il tessuto sottile.

Iniziò a mordicchiarsi il labbro, mentre con l’altra mano giocava con l’altro seno, afferrandolo e lasciandolo cadere, facendolo oscillare piano.

Sussurrava:

“Guarda come si muovono per te…”

“Guarda come reagiscono se li stringo così…”

Le dita affondavano nella carne come se ci fossero mille mani immaginarie a toccarla.

Ogni gesto era lento, carico.

Una carezza, poi un colpo. Poi ancora una carezza.

Io ero un blocco di nervi.

Steso, immobile, con il respiro che saltava, la bocca secca.

Poi Reika si sdraiò, ancora con il corsetto aperto.

Fece scivolare un cuscino sotto la schiena, portando il seno ancora più in alto, e iniziò a sfiorarlo con la lingua.

Leccava piano, sulle curve, lungo la pelle tesa.

Si baciava da sola.

Si stringeva.

Si offriva.

E sussurrava:

“Se fossi qui… mi toccheresti così?”

Io lo stavo già facendo.

A quel punto non c’era nient’altro al mondo.

Venni su quel video.

Senza nemmeno accorgermene.

Fu un istante caldo, irrefrenabile, inevitabile.

Le sue mani, la sua voce, quei capezzoli rosati che sembravano morbidi da impazzire… mi trascinarono via con una violenza dolce, liquida.

Rimasi lì, steso. Il petto che si alzava e abbassava. Le dita ancora sporche. Il respiro spezzato.

Guardavo ancora lo schermo illuminato, Reika che sorrideva in camera, come se sapesse.

Poi spensi tutto.

E mi addormentai con quella visione addosso, come una seconda pelle.

Ancora pieno di lei.

Di Raffaella.

Di Alice.

E senza idea del casino in cui stavo entrando.

La mattina dopo mi svegliai ancora stanco.

Come se la notte mi avesse spremuto più del necessario.

Il corpo rilassato, ma la testa di nuovo piena.

Raffaella. Alice. Reika.

Una trinità di desideri a cui non riuscivo più a sfuggire.

Scelsi la via più semplice: spesa, aria fresca, normalità.

Scesi prima di iniziare a lavorare, feci due passi, comprai pane, uova, latte, e quando tornai, lei era lì.

Raffaella.

Davanti all’ascensore.

Indossava un vestito leggero, giallo pallido, che le lasciava scoperte le spalle e seguiva ogni curva del suo corpo come un sussurro.

Si voltò appena, con quel mezzo sorriso da gatta.

“Ehi,” disse.

“Ciao.”

Entrammo nel piccolo spazio dell’atrio, uno accanto all’altra.

Io col sacchetto della spesa. Lei con niente in mano, ma il fuoco negli occhi.

“Sai,” mormorò, chinandosi appena verso di me.

“Stanotte ho iniziato un nuovo racconto. Come quello di ieri.”

Sentii il calore salirmi fino al collo.

“Ah sì?”

“Sì. È su un vicino di casa.”

Mi guardò.

Occhi grandi, pelle liscia, quel profumo familiare e tremendo.

“Mi ha eccitato da morire quello che mi ha detto. E anche quello che non mi ha fatto.”

L’ascensore arrivò.

Entrammo.

Eravamo soli.

Lei si mise alle mie spalle.

Poi si avvicinò piano, finché le sue labbra furono all’altezza del mio orecchio.

La voce era un soffio.

“Nel racconto… lui le slaccia le spalline del vestito.

E poi glielo tira giù piano.

Senza smettere di guardarla negli occhi.”

Mi girai.

La fissai.

Aveva la bocca semiaperta, lo sguardo acceso.

Tutto il corpo parlava la stessa lingua.

Non dissi nulla.

Solo allungai la mano e premessi il tasto rosso.

L’ascensore si fermò, sobbalzando appena.

Raffaella sussultò, ma non protestò.

Anzi.

Mi guardò come se l’aspettasse da ore.

La presi per la vita.

Con forza.

La sbattei piano contro la parete imbottita.

Lei gemette, chiudendo gli occhi, e subito sollevò le gambe, avvolgendomi il bacino.

Il sacchetto della spesa cadde per terra.

Non me ne fregava nulla.

Le mie mani risalirono sotto il vestito, sfiorandole le cosce nude, poi il sedere, sodo, perfetto.

Lei si aggrappò alle mie spalle, affondando le unghie nella mia pelle, e mi baciò.

Fu un bacio violento. Umido.

Di quelli che non sanno più aspettare.

Le nostre lingue si cercavano con fame, le bocche si schiacciavano con rabbia e desiderio.

“Non riesco a smettere di pensarti,” le dissi, premendomi contro di lei.

“Scriverò tutto questo, lo sai?” ansimò.

“Fallo.”

“Ma voglio viverlo prima.”

La presi per il collo e la baciai ancora.

Lei si muoveva contro di me, sfregandosi, cercando, cercandomi.

Era come se il mondo fosse sparito.

Solo noi.

Sudore, fiato, pelle.

E quel vestito leggerissimo che tremava a ogni mio tocco.

Le nostre lingue si intrecciavano con foga.

I baci si facevano sempre più bagnati, più avidi, mescolando saliva e desiderio, mentre i nostri corpi si schiacciavano l’uno sull’altro nel piccolo spazio dell’ascensore fermo.

Le mie mani la stringevano ovunque: la vita sottile, il fianco caldo, la schiena nuda sotto la stoffa leggera.

Lei si muoveva contro di me, avvolta, con le gambe ancora strette attorno ai miei fianchi, come se non volesse mai lasciarmi andare.

“Joe…” sussurrò, con la voce rotta.

“Dimmi.”

“Fammi sentire che mi vuoi davvero.”

Scesi con la bocca lungo il suo collo, le baciai la clavicola, poi le spalle, tirando giù una spallina del vestito con i denti.

Lei chiuse gli occhi, si abbandonò.

Poi mi inginocchiai.

Le sollevai il vestito con lentezza, centimetro dopo centimetro, fino a scoprire le sue cosce nude, tese, eccitate.

La pelle era calda, leggermente umida. Tremava appena sotto il mio respiro.

Non portava nulla sotto.

La guardai. Lei mi fissava dall’alto, le mani poggiate alle pareti dell’ascensore, il respiro irregolare.

“Ti piace guardarmi così?”

“Mi fa impazzire.”

Mi avvicinai.

Le baciai prima l’interno delle cosce.

Piano. Delicato.

Le leccai la pelle, salendo lentamente, fino a sfiorarla lì con la lingua.

Lei gemette forte.

Un suono vero, nudo, che rimbalzò sulle pareti strette.

Affondai di più.

Con la bocca, con la lingua, con tutta la voglia che mi aveva lasciato addosso dalla sera prima.

Lei si muoveva contro di me, sussurrando frasi rotte, parole spezzate dal piacere.

Le mani mi affondavano nei capelli.

Si piegava, si stringeva, stava per esplodere.

Poi, improvvisamente, un suono metallico ci fece sobbalzare.

Uno scatto secco.

Ci voltammo.

L’ascensore aveva dato un segnale.

“Cazzo…”

“Sta per ripartire?”

Lei mi prese il viso tra le mani, ancora ansimante.

Mi baciò forte, con tutta la voglia rimasta lì, sospesa.

“Finiscila più tardi,” sussurrò, con gli occhi ancora lucidi.

“Promesso.”

Mi rialzai in fretta, lei si sistemò il vestito, ridendo piano, tremante.

Ripresi il fiato, premetti il tasto rosso e l’ascensore ripartì.

Sapevo che quella scena mi sarebbe rimasta addosso tutto il giorno.

E che non sarebbe stata l’ultima.

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