Tre troie e un coglione

Chapter 7 - non tirare troppo la corda

esagerare con giada porta un rifiuto è una delusione importante.

A
Asiadu01

6 months ago

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L’allenamento continuava serrato. Lei era tosta, non si risparmiava, e io faticavo a stare dietro più alla vista che alla fatica. Giada sudava, si sistemava i capelli, rideva tra una serie e l’altra e ogni volta che si piegava, che si stendeva, che si caricava… era come guardare una visione. Una visione in leggings.

Poi lessi il prossimo esercizio sul foglio condiviso. Squat.

Il cuore fece un mezzo sobbalzo. Ti prego… fammi spottare.

Mi sistemai alla panca a fingere di recuperare, ma con l’occhio fisso su di lei. Eccola: afferrò il bilanciere, lo sollevò con sicurezza e si piazzò sotto.

Il top era ormai incollato addosso, le spalle scoperte, le scapole che si muovevano con grazia mentre prendeva posizione. E quel fondoschiena…

Era perfetto. Alto, sodo, proporzionato. Aveva messo su un lavoro assurdo su quel lato e si vedeva. Santo cielo, ci potevi schiacciare una noce.

E poi, come se l’universo avesse deciso di premiarmi, la sentii dire:

«Oh, vieni un attimo a darmi una mano.»

Non risposi neanche. Mi alzai e le andai dietro, con il cuore che mi batteva fortissimo.

Le mani tese, pronte a sorreggerla se avesse ceduto. E invece no, era precisa. Forte.

Io ero lì, a pochi centimetri.

Ogni volta che scendeva, la vedevo muoversi con eleganza e potenza, i glutei che si tendevano, che si allungavano e si sollevavano, e ogni volta sembrava più lenta, più provocante.

Stava giocando.

All’ultimo squat posò il bilanciere, fece un passo indietro per respirare e si appoggiò di proposito contro di me.

Il suo fondoschiena si poggiò dritto sulla mia intimità, separata solo dalla tuta leggera. Un brivido mi attraversò la schiena.

Lei si girò piano, col sorriso di chi sa esattamente cosa sta facendo.

Mi guardò negli occhi, inclinando la testa con un’aria innocente.

«Wow… tra gli sguardi di prima e questo… deduco proprio che ti piaccia il mio culo.»

Mi si seccò la gola.

La tensione era lì, fortissima. Una corda tirata al limite.

La guardai, trattenendo a stento un mezzo sorriso.

E risposi solo:

«Penso che se ne sia accorta anche la panca piana.»

Giada non si spostò subito.

Fece scorrere lentamente la schiena contro il mio petto, si stiracchiò come una gatta, e si voltò appena, le labbra piegate in un sorrisetto sfacciato.

«Comodo, eh?»

«Abbastanza da voler restare in questa posizione altri dieci squat.»

Lei rise, quella risata bassa e roca che le veniva quando sapeva di avere il controllo.

«Sai che sei più audace del solito oggi?»

Fece un passo indietro, ma si voltò subito.

«Dev’essere stata quella spinta motivazionale sul pacco.»

Scrollai le spalle. «Hai detto che volevi una mano. Io mi sono offerto… tutto.»

Alzò un sopracciglio. «Ah, quindi è un’offerta integrale? Tipo: full service?»

«Solo per clienti premium.»

«Allora dovrò guadagnarmi il pacchetto completo.»

Mi fece l’occhiolino e si girò, lasciando che la coda di cavallo le ricadesse sulle spalle nude.

Passammo al prossimo esercizio: hip thrust.

Io mi piazzai a sistemare la panca, mentre lei prendeva i dischi.

Quando tornò, si sedette e mi lanciò uno sguardo complice.

«Ora ti tocca il mio esercizio preferito. Guarda e impara.»

«Non ho mai avuto dubbi che il tuo preferito fosse uno dove muovi quel culo a ritmo.»

«Parla uno che mi ha spottata sbavando.»

Si sistemò il bilanciere sopra il bacino e si sdraiò, fissandomi mentre si preparava.

«Avanti, vieni a controllarmi la posizione.»

«La posizione del bilanciere o la tua?»

«Entrambe. Anche se credo che la tua attenzione sia molto selettiva.»

Mi inginocchiai accanto a lei, cercando di mantenere una faccia seria.

Le sistemai l’impugnatura, ma ogni suo movimento era un invito: i fianchi che salivano e scendevano, il respiro che diventava sempre più pesante, lo sguardo fisso sul mio, con un sorrisetto nascosto agli angoli delle labbra.

«Ti piace questa vista, eh?» sussurrò senza smettere di muoversi.

«Diciamo che potrei fare l’abbonamento solo per questo esercizio.»

Si fermò, lasciò cadere il bilanciere a terra e si mise seduta, con la fronte sudata e le guance leggermente arrossate.

Poi si avvicinò piano, posandosi con i gomiti sulle ginocchia.

«Se vuoi davvero aiutarmi… potresti anche darmi un massaggino dopo l’allenamento. Giusto per sciogliere un po’ le gambe.»

Mi guardò con quel sorriso malizioso che non lasciava spazio all’immaginazione.

«A meno che tu non abbia paura di toccarmi…»

Le sorrisi.

«Ho più paura di non riuscire a smettere.»

alla fine finimmo l’allenamento e andammo a prendere le nostre cose.

Eravamo tornati in macchina, sudati e stanchi, ma con quell’energia strana che ti rimane addosso dopo un allenamento fatto con la persona giusta. Giada si buttò sul sedile, con una bottiglietta d’acqua tra le gambe e il finestrino abbassato.

«Certo che oggi eri proprio in forma eh… non riuscivo a guardarti troppo a lungo sennò scoppiavo a ridere.»

«Perché? Perché avevo la faccia di uno che voleva nascondere l’erezione?»

«Nooo, macché…» rise, spalancando gli occhi. «Tu non avevi una faccia… avevi scritto addosso “Giada mi sta facendo impazzire e non so come gestirla”.»

Mi voltai verso di lei.

«E tu che provocavi, ridevi, sudavi, ti strusciavi e poi facevi finta di niente…»

«Lo sai che mi piace provocare. È sempre stato il nostro gioco, no?»

Si sistemò i capelli con una mano. «Tu il verginello sfigato… e io la mega figa che ti dà qualche speranza così, ogni tanto. Per sport.»

Scoppiammo a ridere entrambi, ma la sua risata era vera, spontanea, di quelle che ti fanno dimenticare il mondo.

«Sì, peccato che non sono mai stato davvero un verginello.»

«Ma dai, non ci crede nessuno!» disse, battendomi sul braccio. «Tu sei quello che arrossiva se una ragazza lo guardava troppo.»

«Appunto: ho imparato a non arrossire. Ora le guardo io.»

«E a quanto pare… oggi guardavi un sacco.»

Si morse il labbro con un sorrisetto, poi accese la macchina.

Restò qualche secondo in silenzio, poi buttò lì la frase, come fosse niente:

«Senti… se non hai nulla da fare… Mario questa settimana non c’è e mamma ha il turno di notte.»

Mi guardò di lato.

«Vuoi venire da me? Ci guardiamo un film, ci ubriachiamo… come ai vecchi tempi.»

Mi voltai lentamente, il cuore che rimbalzava nel petto.

La tensione era cambiata. Sempre gioco, certo, ma con un peso diverso ora.

Lei mi guardava con quella scintilla negli occhi che conoscevo bene, solo che stavolta era meno scherzosa. Più… carica. Intenzionale.

«Ti porto io a casa dopo, se vuoi… o puoi anche fermarti. C’ho ancora il divano letto.»

Si leccò le labbra, distrattamente.

«Sempre che il verginello regga l’alcol.»

«Sai, odio quando mi chiami verginello.»

Lo dissi mentre il paesaggio fuori dal finestrino scorreva, tra le luci calde del tramonto e la musica bassa in sottofondo.

Giada sorrise senza nemmeno voltarsi, una mano al volante, l’altra a reggere una bottiglietta mezza vuota.

«Oh, scusa allora… ex verginello?»

«Non scherzare.»

«Non sto scherzando. Ma dai, ti ricordo a diciassette anni. Arrossivi solo se ti guardavo le mani. Non mi dire che adesso sei diventato un latin lover tutto d’un pezzo.»

Scosse la testa, ridendo, mentre si fermava a un semaforo.

Mi voltai verso di lei.

«Io ti farei impazzire. E lo sai.»

Questa volta ci fu un secondo di silenzio. Giada non si aspettava che glielo dicessi così, diretto. Mi guardò di lato, le labbra appena schiuse.

Poi sorrise.

«Sì, come no. Fammi indovinare: sei uno di quelli che “eh ma ora ho fatto cose assurde”… e poi non distingue un capezzolo da un gomito.»

«Io distinguo bene. Anzi, li tratto anche piuttosto bene.»

«Ah sì?»

«Mh.»

«Quindi sei diventato uno che fa impazzire le ragazze, eh?»

Fece una curva stretta, poi si voltò e aggiunse:

«Magari anche una come me?»

Il tono era di sfida, ma negli occhi c’era un guizzo diverso.

«Magari proprio te. Te la sei sempre tirata tanto, ma secondo me se solo ti prendessi un po’ meno sul serio…»

Lei rise forte.

«Io? Che me la tiro? Ma fammi il piacere. Sono realista. So quello che valgo. E so anche che a uno come te, qualche anno fa, bastava un mio sorriso per farlo andare fuori di testa.»

La guardai fisso.

«E ora invece no.»

«Ora invece…?»

«Ora invece sono io che ti faccio andare fuori di testa.»

Giada rise di nuovo, ma non con la stessa leggerezza di prima.

Aveva il sorriso allungato, lo sguardo acceso.

Passò la lingua sulle labbra.

«Questa me la segno. Voglio proprio vedere.»

Fece un sorpasso veloce, poi rallentò mentre si avvicinava a un parcheggio.

«Intanto… vediamo come te la cavi a reggere l’alcol. Poi magari, se non svieni, mi mostri queste doti da sciupafemmine.»

Parcheggiò, spense il motore e si voltò.

Lo sguardo era acceso, fisso sul mio.

«Hai paura, ex verginello?»

«No.»

«Meglio. Perché io non faccio sconti.»

stava per aprire la portiera.

«Aspetta.»

Giada si fermò con la mano sulla maniglia e mi guardò di lato, sollevando un sopracciglio. «Che c’è? Hai cambiato idea, verginello?»

Non risposi subito. La osservai. I capelli legati di fretta, ancora un po’ sudata, la pelle luminosa, il top nero incollato addosso, i pantaloncini che si arrampicavano sulle cosce forti, lasciando ben poco all’immaginazione.

Era una bomba. E lo sapeva.

«No. Ho solo pensato…» mormorai, mentre allungavo la mano e, senza troppo preavviso, le sfioravo la gamba, appena sopra il ginocchio. «…che magari stavolta le parti si invertono.»

Lei non mosse la gamba. Anzi. Me la lasciò lì.

«Ah sì?» disse, divertita. «E cosa vorrebbe dire?»

Invece di rispondere, le passai la mano lungo l’interno coscia, molto lentamente, fino a sentire la stoffa calda dei pantaloncini sotto il palmo. Non le staccavo gli occhi di dosso.

Lei li abbassò su di me, più sorpresa che arrabbiata. Incuriosita.

«Sto solo dicendo…» continuai, chinandomi verso di lei, le labbra quasi contro il suo orecchio, «che potrei anche farti impazzire. Ma dovresti lasciarmi provare.»

Lei trattenne il fiato. Lo sentii.

Poi fece quella sua risatina bassa, ruvida, sexy.

«Oh, guarda che sei diventato sfacciato, eh…» sussurrò, la voce più roca del solito.

«Magari mi piace.»

Poi si voltò lentamente, e le nostre facce erano vicinissime. Mi guardò seria, per la prima volta da tutto il giorno. Uno sguardo diverso, più profondo.

Poi sorrise di nuovo, quel sorrisetto storto e famelico che avevo sempre conosciuto e temuto.

«Ma occhio,» disse, con tono velenoso e dolce. «Chi gioca con il fuoco, poi… brucia.»

Scese dalla macchina con calma, facendo apposta a piegarsi lentamente per recuperare la borsa, lasciando che quel fondoschiena perfetto mi restasse negli occhi ancora per qualche secondo.

Poi si voltò verso di me e, con un cenno del mento, mi fece:

«Beh? Vieni o hai già finito di fare il macho?»

Chiusi la portiera dietro di me.

No, non avevo finito affatto.

Salimmo le scale piano, uno dietro l’altra. Lei davanti, io dietro. E meno male, perché Giada… Giada era un problema.

L’ho sempre saputo che era una bestia famelica a letto. Lo capivi dal modo in cui si muoveva, come parlava, come ti guardava. Non serviva che lo dicesse: lo leggevi nei suoi occhi quando prendeva il controllo di una stanza con una battuta e mezzo sorriso. Lo sapevi da come si mordeva il labbro quando rideva troppo.

Era una di quelle che sapevano cosa volevano. E se lo prendevano.

E io… io me lo portavo dentro da anni questo pensiero. Il pensiero di farle perdere il controllo.

Il pensiero di farla tremare.

Di vederla per una volta non pronta, non ironica, non con la risposta pronta… ma nuda, vulnerabile, travolta.

Lei aprì la porta di casa con un click e si voltò verso di me.

«Prendi una birra, io vado a togliermi questa roba sudata. Poi scegli un film. Ma non uno strappalacrime, eh. O ti caccio.»

Sparì nel corridoio, verso la sua stanza. E la sua risata riecheggiò ancora, allegra.

Io restai fermo un secondo, col cuore che batteva forte e la testa che girava.

“Giada… questa volta non scappi.”

Quando Giada scomparve in corridoio, non andai in cucina.

Invece, la seguii. Il cuore mi batteva forte, la testa era un vortice di pensieri, ma uno era più chiaro di tutti: non volevo più restare a guardare.

Era ora di toccare.

«Ti serve una mano a togliere queste cose sudate?» dissi con un tono calmo, ma pieno di tensione.

Lei si voltò appena, sorpresa. Si era già slacciata il top e lo teneva in mano. Mi guardò con un mezzo sorriso, un sopracciglio alzato.

«Ah sì? Ti sei evoluto da verginello a spogliarellista personale?»

Ma non ci fu ironia nella sua voce, solo una provocazione accesa.

«Qualcosa del genere…» sussurrai, chiudendo la porta dietro di me.

Le andai addosso senza aspettare risposta. Le mie labbra cercarono le sue, con decisione. Lei rispose subito, con una fame che non lasciava spazio ai dubbi. Il nostro bacio fu selvaggio, ruvido, pieno di arretrati.

I nostri corpi, ancora caldi e sudati dall’allenamento, si incollarono senza fatica. Sentivo il suo respiro affannarsi, mentre le mani le scorrevano lungo la schiena nuda, stringendola a me.

Le dita si mossero sicure, spinte da anni di desiderio represso. La accarezzai tra le cosce con forza, senza dolcezza, e lei emise un gemito basso, quasi di rabbia.

«Stronzo…» sussurrò tra i denti, mentre mi spingeva sul letto con lei.

Poi mi strinse.

Le sue gambe mi si avvinghiarono attorno alla vita, i talloni mi spinsero contro il suo bacino come se volesse divorarmi.

La guardai negli occhi. Era eccitata. Ma anche esitante.

Quel suo lato dominante stava crollando, un po’ alla volta, e io lo sentivo.

Lei voleva essere toccata. Ma forse, più di tutto, voleva essere sorpresa.

«Ti faccio ancora ridere, Giada?» le sussurrai all’orecchio, affondando la bocca contro la sua pelle bagnata.

Il suo seno nudo mi rimbalzava contro il petto, caldo, pieno, vivo, mentre la baciavo con tutta la fame che avevo addosso. Le mie mani la stringevano ovunque, affondavano sulla pelle sudata, sui fianchi, tra le cosce…

Sembrava che finalmente avessi io il controllo.

Ma Giada non era il tipo da lasciarsi dominare.

In un attimo, con un movimento secco e felino, mi ribaltò sotto di lei. Le sue cosce si strinsero attorno ai miei fianchi, e senza dire una parola si sedette su di me, con quel sorriso maledettamente famelico stampato sul volto. I capelli le cadevano sul viso, il respiro affannoso, gli occhi accesi.

«Pensavi davvero di comandare tu?» sussurrò, ma non attese risposta.

Si mosse.

Lentamente, maledettamente sensuale.

Il bacino che si strusciava contro il mio, con un’oscenità elegante che mi fece tremare le gambe.

Il seno che ballava davanti ai miei occhi, i suoi gemiti bassi che mi scuotevano dentro.

Mi baciava come se volesse mangiarmi, con quella foga che solo lei sapeva avere.

Le mani le scivolavano tra i capelli, sulla schiena, e finalmente… le mie dita affondarono su quel culo.

Morbido, sodo, perfetto.

Quel culo che avevo sognato troppe volte da lontano, ora lo stringevo, lo palpavo con la fame di anni.

Giada gemeva contro la mia bocca, senza smettere di muoversi, senza rallentare.

Era impazzita, una bestia.

E io, sotto di lei, non riuscivo nemmeno a pensare.

Solo a sentire.

Solo a toccare.

Solo a volerla ancora.

D’un tratto si bloccò.

Smise di muoversi, di baciarmi.

Rimase lì, sopra di me, con gli occhi spalancati, come se avesse appena realizzato qualcosa.

Poi scese piano, senza dire nulla, allontanandosi, raccogliendosi in un angolo della stanza.

«Ma che cazzo sto facendo…» sussurrò, quasi parlando a sé stessa.

Io mi tirai su di scatto, il cuore che batteva ancora fortissimo.

«Giada…»

«No. No, no, no…» scuoteva la testa, i capelli scomposti, la voce spezzata.

«Oddio, non volevo… Non volevo tradire Mario, cazzo. Non me ne sono nemmeno resa conto. Non stavo pensando, ero… io…»

Si portò le mani al viso.

Piangeva.

Quel pianto vero, rotto, inaspettato.

Non lo avevo mai visto su di lei.

Non su Giada.

Mi sentii gelare.

Tutto il fuoco che avevamo acceso era stato spento di colpo da un’ondata di dolore.

Il suo, e forse anche il mio.

«Giada…» sussurrai, avvicinandomi piano, come se bastasse una parola sbagliata per farla esplodere.

Lei si scostò appena, tremava.

«Che cazzo ho combinato… Non sono così. Io… sto con lui. E tu… tu sei il mio amico. Cristo. Come ho potuto?»

Le misi una mano sulla spalla, delicatamente.

«Mi dispiace. Giuro. Giuro che non volevo farti stare male.»

«Ma l’hai fatto…» disse, guardandomi con quegli occhi rossi e lucidi.

«Io ho iniziato… lo so. Ma non cambia nulla. Non doveva succedere.»

Annuii.

Non c’era nulla da aggiungere. Solo silenzi e un senso di colpa che ci inghiottiva entrambi.

Mi scusai ancora.

Una, dieci, cento volte.

E lei piangeva in silenzio, col viso tra le mani.

Quella sera sembrava non finire mai.

«Forse Joe… è meglio che vai.»

La sua voce era bassa, rotta, ma decisa.

Aveva gli occhi lucidi, il trucco colato e la maglietta messa male in fretta.

Non c’era più niente di quella Giada di prima, spavalda, provocante.

Solo una ragazza ferita, spaventata, confusa.

Annuii lentamente, senza discutere.

«Hai ragione…»

Mi rivestii in silenzio.

Niente battute, niente sguardi.

Solo un nodo in gola e un peso sul petto.

Scesi le scale piano, senza voltarmi indietro.

L’aria fuori era più fredda di quanto ricordassi.

Forse era solo dentro di me che faceva un freddo cane.

Mi fermai sul portone, col cuore a pezzi e i pensieri in tumulto.

E poi…

Cazzarola.

Ero a piedi.

Mi guardai attorno come un idiota.

Non passava una macchina. Non un’anima viva.

Mi resi conto solo in quel momento che era tardissimo, e che avevo lasciato tutto — telefono, portafoglio, dignità — sul tappeto della sua stanza.

«Ma che coglione…» sussurrai tra i denti, passandomi una mano tra i capelli.

Ora che facevo?

Tornare su?

Chiedere a lei?

Avevo voglia di sparire.

Ma anche solo l’idea di rientrare in quella casa, di rivederla…

Non potevo.

Non ancora.

Mi sedetti sul marciapiede, appoggiando i gomiti sulle ginocchia.

Il sudore si era asciugato addosso, ma dentro sentivo ancora la scossa.

Del suo corpo. Delle sue parole. Di tutto.

La notte sembrava infinita.

La strada fu lunga.

Camminai per più di mezz’ora col cuore pesante e il corpo ancora carico.

Avevo le guance calde, lo stomaco chiuso e… beh, i pantaloni in trappola.

Quel marmo pulsante tra le gambe sembrava chiedere una soluzione, o forse una distrazione.

E allora mi fermai.

Il bar dove lavora Raffaella. Luci basse, serranda mezza chiusa.

Dentro, lei.

Dietro il bancone, in jeans attillati e maglietta annodata sulla pancia.

Capelli raccolti, solito sorriso impertinente stampato in faccia.

Appena mi vide, alzò un sopracciglio.

«Uuh… guarda chi torna a far danni a quest’ora.»

Si passò lentamente il canovaccio tra le dita.

«Hai una faccia… che quasi mi fai pena. Ma quasi, eh.»

«Ho avuto una serata complicata…» risposi sedendomi allo sgabello.

Mi squadrò da capo a piedi, poi sorrise.

«Ehi, mica hai pianto per una femmina? O sei solo arrapato come un sedicenne?»

Si chinò verso di me, poggiando le braccia sul bancone.

La scollatura stretta sul reggiseno nero mi saltò all’occhio.

Era sempre così. Sempre maledettamente calda. E provocante.

Una mina vagante che non conosceva vergogna.

«Magari entrambe le cose,» dissi con una smorfia.

«Ma scommetto che indovini da sola quella che mi fa più male.»

Lei rise. Quella risata roca, lenta.

«Sai che ti voglio bene, no? Ma sei un disastro.

E comunque…»

Si avvicinò ancora, il fiato che sfiorava il mio viso.

«Quel problema lì… se ti siedi comodo e aspetti mezz’oretta, potrei darti una mano a “scioglierlo”.»

Strizzò l’occhio, poi tornò a lucidare bicchieri.

Restai lì.

A fissarle le mani, il sedere quando si allungava per prendere le bottiglie.

A contare i minuti.

A desiderare che il tempo passasse in fretta.

Ero esausto.

Ma con lei… non lo sarei mai abbastanza.

Il turno era finito.

Raffaella uscì dal bar legandosi la felpa in vita, ancora con la maglietta stretta e i jeans che sembravano cuciti addosso.

Mi guardò, poi fece un cenno col mento.

«Allora? Che fai, mi accompagni? O ti accampi davanti al bar a deprimerti?»

Sorrisi appena.

«Ti accompagno. Ne ho bisogno, credo.»

Camminammo piano per le strade semi-deserte della nostra piccola città.

Era tardi. Un sabato notte che stava già morendo.

Le luci arancioni dei lampioni disegnavano ombre lunghe, la brezza tiepida portava odore di basilico e benzina.

«Quindi,» disse lei d’un tratto, «chi ti ha rovinato la serata?»

Scrollai le spalle.

«Litigato con un’amica. Tutto qui.»

Lei si fermò.

Mi si mise davanti. Occhi negli occhi.

«Joe… tu fai schifo a mentire. E ancora di più a fingere di stare bene.»

Abbassai lo sguardo.

Era vero.

«Ma sai una cosa?» continuò, piegando la testa di lato.

«A me non importa con chi hai litigato, o perché.

Importa solo che tu non puoi permetterti di andare in giro con quella faccia. Perché mi rovini la vista.»

Sorrise. Poi fece qualcosa che non mi aspettavo.

Mi spinse contro la parete di un vecchio palazzo, in un vicolo tranquillo.

Il cuore mi salì in gola.

«Raff…»

«Zitto.»

Le sue mani si appoggiarono sul mio petto.

«Hai detto che hai bisogno di tirarti su, no? Allora lascia fare a me.»

Mi baciò.

Senza esitazione, senza dolcezza.

Un bacio carico, diretto, quasi sporco.

Le sue labbra sapevano di menta e birra chiara.

La sua lingua era calda, insistente.

«Non è per amore,» sussurrò poi, «è solo che mi piace vederti perdere il controllo.»

Le sue mani scesero, rapide, e io ansimavo già.

La città intorno dormiva, ignara.

Le persiane chiuse, i marciapiedi vuoti.

Solo noi due, in quel vicolo, con i cuori in fiamme.

Lei si strinse ancora di più a me.

«E poi…» bisbigliò al mio orecchio, sfiorandomi proprio lì, «è un peccato che tu abbia tutto questo marmo nei pantaloni e nessuna che lo apprezzi. O no?»

Io non riuscii nemmeno a rispondere.

Le mani tese, le dita nel punto giusto.

E quel sorriso maledetto.

Era Raffaella.

Ed era il suo modo… di “tirarti su”.

Raffaella si inginocchiò davanti a me, lo sguardo acceso da quella scintilla sfrontata che aveva sempre avuto.

Mi guardò un’ultima volta, mentre le sue dita slacciavano i miei pantaloni con naturalezza disarmante.

«Stai buono… te lo meriti,» sussurrò con un ghigno, poi abbassò il tessuto lentamente.

L’aria notturna mi colpì sulla pelle già calda, mentre lei si avvicinava, il fiato sulle cosce, le labbra a un soffio da me.

E poi… iniziò.

Calda. Umida. Incredibile.

La sua lingua si muoveva con una maestria oscena, la saliva che luccicava alla luce fioca del vicolo.

Le sue mani mi tenevano fermo mentre io le afferravo i capelli, senza nemmeno accorgermene, e sentivo i muscoli delle gambe tremare.

Era famelica.

Sicura.

E sembrava quasi divertirsi nel vedermi perdere la testa, in mezzo alla strada, con la schiena contro il muro e il fiato mozzato.

Ogni suo movimento era preciso, lento, studiato per farmi impazzire.

E io non avevo scampo.

«Ti piace, eh?» mormorò tra una pausa e l’altra, mentre i suoi occhi brillavano di malizia.

Non risposi.

Non ci riuscivo.

In quel momento, il mondo era solo quel vicolo, il suono sordo dei nostri respiri, e Raffaella che aveva deciso che no, non mi avrebbe lasciato andare finché non mi avesse visto crollare.

Si inginocchiò davanti a me con un sorriso malizioso, mentre attorno a noi la piccola città sembrava addormentata. Il vicolo era stretto, discreto, e lei non sembrava preoccuparsene nemmeno un po’. Mi abbassò i pantaloni con un gesto lento, deciso, lo sguardo fisso sul mio viso come per godersi ogni reazione.

La sua lingua fu la prima a sfiorarmi — umida, calda, sapiente. Passò sulle mie parti con una lentezza esasperante, quasi giocando.

Poi, senza dire nulla, lo prese in bocca. Profondamente.

Mi appoggiai al muro, trattenendo un gemito, mentre sentivo le sue labbra scivolarmi addosso e la lingua lavorare con maestria. La tenevo per i capelli, con un misto di stupore e desiderio, mentre lei affondava sempre più, risaliva e tornava giù con un ritmo che sapeva esattamente cosa stava facendo.

Ogni tanto si fermava solo per guardarmi, le labbra lucide, la bocca socchiusa, e poi tornava a giocare con la punta, succhiando più forte, come se volesse vedere fino a che punto potessi resistere.

Era lenta, poi rapida, poi ancora lenta. Una danza perfetta.

Il suono della saliva, il respiro spezzato, il caldo del suo respiro contro di me… mi stavano facendo impazzire.

Quando sentii che stava per succedere, provai ad avvisarla. Ma lei continuò.

Mi prese tutto, fino in fondo.

E poi… lasciò che le esplodessi in bocca, senza esitazioni, mentre la tenevo stretto tra le mani.

Me lo fece fino alla fine, lasciando che il piacere si riversasse sul suo viso, calda e sporca, fiera.

«Sai… oggi sono ben munito» le sussurrai, ancora scosso, con un mezzo sorriso compiaciuto. «Ho i preservativi in tasca.»

Lei si morse il labbro, si tirò su appena, e con un gesto sfrontato si abbassò i pantaloni di cotone leggero, lasciando il sedere nudo sotto la luce giallastra di quel lampione. Si girò, si appoggiò al muro freddo e mi guardò da sopra la spalla, provocante come solo lei sapeva essere.

«Dai… che aspetti allora?»

Quel fondoschiena era perfetto, rotondo, sodo, invitante. Le sue gambe tremavano appena per l’eccitazione, e io sentii l’impulso bruciante di andarle dietro, di prenderla lì, subito.

Infilai la mano nella tasca posteriore con foga, senza nemmeno guardare.

Vuota.

Cercai nella tasca anteriore. Niente.

Controllai l’altra. Ancora nulla.

La mente si annebbiò per un attimo.

«No, no, no…» sussurrai a me stesso, mentre frugavo in ogni angolo, perfino nelle cuciture. «Cazzo…»

Mi paralizzai.

Li avevo… li avevo già tirati fuori a casa di Giada. Li avevo lasciati lì, pronti.

Merda.

Raffaella era lì, piegata in avanti, con il sedere alzato, pronta. Mi guardava, eccitata.

«Che succede?» chiese.

Rimasi in silenzio un secondo, con l’aria colpevole di un bambino che ha rotto qualcosa.

«Li ho… dimenticati. Li avevo tirati fuori prima… da Giada…»

Lei si voltò lentamente, rialzandosi, le mutandine scivolate appena sulle cosce. Sospirò, incrociò le braccia e mi fissò con uno sguardo misto tra delusione e… curiosità.

«Aspetta… cosa vuol dire “prima da Giada”?»

Silenzio.

Il cuore mi batteva nel petto come un tamburo impazzito.

Raffaella mi guardava. E in quel momento capii che non era finita lì.

Non per lei.

Non per me.

E neanche per Giada.

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