Chapter 6 - Lotta slava
Ero caduta in una trappola. Potevo solo sperare che non fosse mortale. Come aveva potuto, Nunzio, farmi questo?
1 year ago
Nunzio si voltò per affrontare il gruppetto di energumeni che si era stretto intorno a noi; in fondo al locale, sul quadrato che avevo notato all’inizio della serata, la grassona si era quasi spogliata, restando in mutande e reggiseno verdognolo, il tessuto era grezzo, probabilmente di provenienza militare.
Se ne stava in quella piccola arena, ora illuminata a giorno... il pavimento era bianco e antiscivolo, con le fughe e i bordi arrotondati.
Al centro, notai una grata di scolo, del tutto fuori luogo e per niente rassicurante.
La donna batteva i pugni, come volesse scaldarsi, sembrava l’incredibile Hulk.
I matti del locale, si erano fatti tutti più vicini, a favore di quella specie di ring. Sembrava scontato: volevano un bagno di sangue.
Vidi anche Nunzio che provava a spiegarsi con quella gentaglia e, poi, gli sentii alzare la voce, ma questo fu un errore: venne spintonato in malo modo, verso un lato e quattro braccia robuste lo immobilizzarono, facendogli capire efficacemente di starsene buono, per evitare il peggio.
Più passavano i minuti, più quella situazione diventava grottesca.
Un momento dopo, toccò a me essere spinta in avanti, verso quella specie di buca, allora capii che non avevo modo di sottrarmi a quella pericolosa avventura.
Quando arrivai a favore delle luci, la calca prese voce e si eccitò; arrivò quella che sembrava una badante e mi disse in italiano:
- Ok, vai su palco, adesso, e dimostrati forte e coraggiosa – sorrise maligna – non cagare sotto e non chiedi tu pietà... perché a tuo fidanzato gli strappano le palle! Vuoi tu questo? – Il sorrisetto si trasformò in una risata sguaiata. Poiché queste battute le aveva dette ad alta voce, i giovinastri li intorno le trovarono oltremodo divertenti, tra l’altro erano pure mezzi ubriachi.
Mentre avanzavo ancora, la biondina mi tolse di dosso la camicetta, strappando gli ultimi due bottoni sopravvissuti dopo la colluttazione.
- Questa solo te impiccia. Vai ... combatti, italiana!
Un ultimo sguardo intorno: la russa grossa mi aspettava per massacrarmi e il suo sguardo diventava a ogni attimo più minaccioso.
Lo sconforto mi pervase ancor di più quando mi accorsi che, sulle scalette di ingresso, da dove eravamo entrati, tra gli spettatori occasionali, c’era anche una coppia di poliziotti. Probabilmente, reduci dalla ronda notturna, si erano defilati, per farsi un sorso “a sbafo” approfittando dell’ora tarda.
L’indifferenza divertita e il distacco con cui sorseggiavano le loro birre, mi fece capire che qualsiasi ribellione sarebbe stata inutile... ero nelle loro mani.
Prima di entrare sotto le luci, feci un gesto, dimenticato ma scolpito nella mia memoria infantile: mi segnai con la croce e, a testa bassa, scesi nel quadrato, sotto i riflettori abbaglianti.
Una specie di piccolo boato si alzò dalla folla che si era creata intorno all’arena; solo allora mi resi conto di quanta gente fosse in attesa di vedermi massacrare. Ebbi anche l’impressione di vedere qualcuno, concitato, che scommetteva dei soldi. Puntavano su qualcosa, probabilmente sulle sorti dell’incontro.
La sciai perdere e decisi, invece, di concentrarmi attentamente, quanto meno per limitare al massimo i danni fisici.
Non sono una gran sportiva, ma nemmeno una sedentaria, la passione per la montagna, soprattutto da ragazza, aveva plasmato il mio carattere ad accettare le sfide, a non darmi per vinta. Così decisi di vendere cara la pelle. Mi voltai verso la mia avversaria che sorrideva, cattiva: aveva tutta l’aria di godersela un mondo.
La donnona mi stava di fronte, leggermente china in avanti, come una tigre pronta a balzare all’attacco.
Anche lei era completamente depilata sotto le ascelle e, da quel che riuscivo a vedere, anche sul pube. La ragazza che era con lei, la cinese, si avvicinò e mi diede un elastico facendomi capire che dovevo raccogliere i capelli. La russa aveva già i capelli fermati da una molla; questa attenzione per i peli mi lasciò perplessa.
La ragazza lasciò il ring e prese una pompa, e una volta aperta la manetta, la poggiò per terra. L’acqua, come un serpente sinuoso, si sparse sul pavimento che era coperto da un specie di sabbia secca; quella, assetata, accolse l’acqua, trasformandosi subito in argilla scivolosa.
La russa mi fece segno di togliermi gli scarponcini, mentre lei faceva altrettanto, con le sue scarpette da ginnastica consunte. L’attimo di confidenza che mi diede, servì a rendermi ancora più vulnerabile: mentre ero ancora alle prese col secondo calzerotto, l’avversaria, liberatasi fulmineamente dalle scarpe, mi fu addosso con uno spintone, mi fece rotolare sull’argilla, fino al bordo che dava sul pavimento esterno, spaccandomi le ossa contro le piastrelle d’angolo.
Le risate generali scaldarono la sala, qualora ce ne fosse stato bisogno.
La russa, si rimise in posizione, senza scarpe e mi faceva segno di rientrare.
Approfittai di essere fuori e, senza più interessarmi del decoro, sfilai anche la gonnellina, che ormai mi impacciava soltanto. Mi tenni le collant a reggicalze, forse mi avrebbero difesa un po’ nelle scivolate.
Avevo appena iniziato ed ero già tutta sporca e impiastricciata.
Tornai in lizza, cercando di capire come sarebbe partito l’attacco dell’altra per difendermi meglio.
Lei fece un paio di finte allargando le braccia, poi, roteando su se stessa, riuscì a cogliermi impreparata sul lato sinistro. Mi prese per il braccio, cercando di tirarmi in avanti per sgambettarmi; con l’altro braccio tentava di agguantarmi le spalle ma io mi difendevo alla meglio.
Purtroppo, era troppo più forte e pesante. Con una finta e uno strappo, scivolò sulla schiena incuneandosi sotto di me che, perso l’equilibrio, le rotolai sopra schiantandomi poi nella melma, a faccia in giù.
Per un attimo non vidi più nulla, cercavo solo di sputare fuori dalla bocca quell’impasto, sporco e puzzolente di umori umani. Quando riaprii gli occhi, le luci mi abbagliarono per un attimo, poi vennero subito oscurate dalla massa enorme che mi stava precipitando addosso.
La russa, salita su una barra laterale che nemmeno avevo visto, mi si era lanciata sopra, come una valanga irrefrenabile.
“Sono morta!” dissi tra me e me.
Grande fu la mia sorpresa quando mi resi conto che la grossa ragazza, con abilità e attenzione, nel rovinarmi addosso, si era ammortizzata sui piedi e gli avambracci. Aveva aperto le gambe di quel tanto che bastava perché il suo corpo toccasse con decisione il mio, ma senza schiacciarmi definitivamente. Pensai allora che non volesse uccidermi subito, per rendere più lunga e divertente la mia agonia.
La mia avversaria si rialzò, rimettendosi in posizione di sfida.
Mi rimisi in piedi rapidamente sputando ancora, ma la russa non mi diede tregua, mi fu di nuovo addosso e, ancora una volta, dopo qualche segnale di resistenza mi ritrovai infangata ma, stavolta, a pancia all’aria.
Di nuovo l’altra mi saltò addosso, ancora una volta senza finirmi. Non volevo sperarci troppo, ma cominciavo a convincermi che la donna combattesse come una vera professionista: forse, pregai dentro di me, non aveva alcuna intenzione di farmi veramente male.
Quella fievole opportunità mi ridiede un filo di speranza di rivedere, viva, la mia casa... un giorno.
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