Chapter 3 - Schiava del peccato
Mi calo nei ricordi e rivivo la passione.
1 year ago
La settimana successiva, una “Giovanna scrittrice” abbastanza rassegnata, ricevette una sorpresa inattesa e assai gradita: il mio giovane amico mi aveva inviato un messaggio, senza fronzoli, quasi clandestino.
C’era solo un nome, un numero di telefono e poi, un’indicazione: “Ha 22 anni e vive a Salerno”.
Una sferzata elettrica mi attraversò dal coccige alla nuca e, di conseguenza, arrossii talmente da sentire la febbre sulle guance. Per fortuna, in casa, non c’era nessuno.
Dal dire, al fare... è vero, non è mai facile: nonostante lo desiderassi con tutta me stessa, non fu facile organizzarmi.
In certi momenti “d’emergenza” ti rendi conto di quanto è abitudinaria e scontata la tua vita. Ma ero decisa, e le difficoltà cercai di superarle tutte; mi sarei sentita un verme se non fossi stata in grado di vivere la situazione che io stessa mi ero cercata.
E poi, diciamocelo francamente, vivere un periodo di segretezza, nascondere le nostre mosse a chi ci ama, ha un suo fascino perverso; magari non tutti i giorni ma, come dicevano i Romani: “Semel in anno licet insavire.” E questo era il momento giusto di “impazzire”, per me!
Provai a contattare il giovane una domenica mattina con un “whatts-app”, lui mi fece uno squillo nel pomeriggio, poi ci scambiammo la mail. Volle vedere una mia foto!
Era stato al Liceo, sì!
Adesso frequentava l’Università, a Fisciano.
Il suo amico gli aveva promesso cinquanta dollari... confermai, vergognandomi e godendone, allo stesso tempo.
Quando si poteva fare?
Beh... quella fu la parte migliore: ci saremmo visti di mattina, quindi, sospetti: zero!
“Ci vediamo alla stazione di Salerno o davanti al Municipio?” scrivo.
“Avrei pensato... in albergo, è più discreto. Che ne dici? Ti conoscono al Baia Hotel?” Lo scrissi con disinvoltura ma la mia mente di moglie e mamma, cercava di calcolare a quante “spese nel supermercato” poteva corrispondere il prezzo di una camera, in quell’Albergo a cinque stelle.
Ormai ero diventata una macchina pronta a trasgredire: segreti e misteri non si contavano più. Mi sentivo eccitata, ringiovanita e un po’ zoccola, visto tutto l’intreccio che stavo tessendo, tutta sola.
Mio marito non sospettava nulla, anzi era felice di vedermi... felice!
I miei ragazzi... neanche a parlarne: se loro fossero capitati nell’albergo e mi avessero incontrato in compagnia di uno studente di primo pelo... semplicemente non avrebbero creduto ai loro occhi, nemmeno se gli avessero mostrato i documenti e il test del DNA.
La cosa più amara di tutta l’operazione fu la spesa, non navighiamo nell’oro e di mio, sono sempre stata un po’ tirchia. Però ero in ballo... e i miei sogni, le mie fantasie, valevano di più. Almeno una volta, una volta ancora, prima di diventare una vecchia decrepita.
Il più corretto fu ragazzo del WEB, che pagò lui il suo amico, senza chiedere niente per sé, fu un vero signore... chissà, forse gli feci anche un po’ pena.
Il giornalaio puzzone, nonostante i pochi libri che ancora gli restavano fossero destinati al macero, intuito il mio interesse per la copia, chiese ben 25 dollari; che ladro.
Il concierge dell’Hotel pure ne approfittò, e alla grande. Una camera mi sarebbe costata, bassa stagione e albergo vuoto, 180 dollari: un’ora o una notte non cambiava niente. Quando la mia romantica follia, mi portò a chiedere il roof garden, situato all’ultimo piano, seppe “violentarmi” senza muovere nemmeno un dito.
Non solo mi spillò 250 dollari, senza fattura né ricevuta, ma mi trattò come una “malata” sessuale, comunicandomi a bassa voce che stavo comprando anche il suo silenzio e quello delle cameriere.
Uscii dall’Albergo, più povera e più infuriata!
Era un giovedì di dicembre. Nascosta sotto un cappello a falda larga, mezzo viso coperto da una sciarpa grigia, accostai con l’auto. Mi guardai intorno furtiva sperando che nessuno mi conoscesse. Nino, il mio “ragazzo” di quell’avventura, ancora non era li. Arrivò con l’autobus, pochi minuti dopo e salì in macchina alla svelta.
Aveva fretta. Si sa come sono i ragazzi: non hanno rispetto per le persone adulte. Per loro, una cinquantenne è una vecchia... ed io dovevo essergli sembrata anche mezza matta.
Il cancello dell’albergo era aperto, con quello che avevo speso, mi c’infilai dentro e scesi nel garage sotterraneo. Almeno gli avrei “scippato” un posteggio discreto a quella sanguisuga.
Il porco del portiere non ci chiese neanche i documenti, in tutta segretezza ci accompagnò, in ascensore, fino all’ultimo piano.
«Sono le dieci e dieci» mi disse discreto, mentre ci chiudeva la porta del roof alle spalle «per mezzogiorno dovete finire. Il bagno è in fondo... non sporcate, mi raccomando!»
Sono sanguigna: se non ci fosse stato Nino a pochi metri, gli avrei sputato in viso. Il “porco” mi stava fregando i soldi, a chi serviva il Salone delle feste in una mattinata del genere, con l’albergo praticamente chiuso? Non volli pensarci, non volli permettere a quel meschino di rovinare il mio idillio: mi era costato troppo. Era il momento di cominciare il mio sogno e di godermi quello che avevo costruito con tanto sacrificio.
Guardai Nino, se ne stava impalato, un po’ a disagio. L’ambiente era freddo, i termosifoni appena avviati.
In compenso l’arredamento era bellissimo, nonostante fosse più che altro estivo. Le poltroncine e le sedie erano in vimini, i mobiletti e i tavoli in rattan, con il piano in cristallo molato. Le piante, quasi tutte senza fiori, tranne i ciclamini, erano curate e sistemate con stile.
Ma il vero capolavoro era la veduta: quel salone era un’enorme veranda da cui si scorgeva, impetuoso e splendido, il panorama della Costiera Amalfitana. La giornata non era delle migliori, nuvole a chiazze, grigie come il ferro, limitavano l’azzurro splendente dei punti sereni. Il mare, nervoso e plumbeo, aggrediva la costa come la volesse schiaffeggiare da millenni.
Dimenticai tutto, ero felice.
Presi Nino per mano con dolcezza e lo guidai in fondo alla sala.
Tolsi cappello e sciarpa, aprii il soprabito ma lo conservai sulle spalle a mo’ di scialle e, davanti a quel ragazzo, nervoso e sconosciuto, mi lascia cadere su un largo dondolo, poi accavallai le gambe, voluttuosa e un po’ civettuola.
«Puoi sistemarti li, se ti trovi comodo» gli dissi, indicando una poltroncina, con la luce a suo favore. Poi estrassi il libro dalla borsa e glielo porsi:
«Lo scritto tutto io, sai?» la cosa non lo sorprese nè lo sconvolse più di tanto «Vabbè... leggimi Una notte a Bratislava, lo trovi nell’indice.
Poi... Conciata per le Feste e, se rimane tempo, La fata di ferro... ci sono assai affezionata.» dissi, emozionata.
Mi abbandonai sulla seduta, carezzata dalla voce un po’ stridula, a volte, impacciata di Nino che, poveretto, ce la mise tutta. Come tutti i giovani di oggi, aveva poca dimestichezza con il linguaggio scritto, ma... andava bene, andava bene anche così.
Avevo un “lettore”... il mio giovane lettore gigolò.
Dopo tanti anni avevo trovato qualcuno che leggesse, un estraneo, uno tra i tanti... non mio marito, non un amico compiacente o un altro scrittore, che più che leggere, spiava il mio livello di preparazione e le idee che la mia mente aveva partorito... no, era un lettore vero, probabilmente l’ultimo.
Avevo investito, in questo gioco perverso, una piccola fortuna... tutto per neanche due ore di piacere puro... ma ne era valsa la pena.
Nino mi leggeva “tutta”... ed io godevo, godevo, come...
come una scrittrice in calore!
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