Emigranti

Chapter 9 - Emigranti – Trenta anni dopo 3

Dopo avere scopato coi testimoni indiretti della sua grnde storia d'amore del passato, la signora va a chiudere il cerchio nel bosco dove scopa con un forestale, diverso dal primo ma convergente nello spirito; chiuso il pellegrinaggio e conclusi gli affari, torna a casa

G
geniodirazza

1 year ago

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Emigranti – Trenta anni dopo 3

Entrando in camera, Seba ci trova così: io completamente nuda piegata a pecorina sul letto con un arnese che mi martella incessantemente il sedere e lui in piedi dietro di me che picchia con forza il ventre sulle mie natiche, mentre dalle chiappe gli sbuca il manico di un dildo di grosse dimensioni; si ferma sorpreso per un attimo; e Peppino è velocissimo a sfilare il membro dal mio sedere, facendomi urlare dal dolore (un arnese duro strappato via da uno sfintere provoca più dolore dello stesso arnese quando viola per la prima volta lo stesso sfintere!); con la stessa rapidità si strappa dal sedere il dildo e lo butta su una sedia; e si lancia sulla patta di Seba come un lupo affamato si lancia sulla preda appena conquistata: in pochi secondi, gli sfila la cintura, abbassa insieme pantaloni e mutande; ingoia letteralmente il sesso ancora barzotto; e comincia a succhiarlo come un gustoso bastone di caramello.

Mi riprendo anche io, mi avvicino ai due e comincio a togliere a Seba la camicia che mi dà via libera ai suoi pettorali; strofino le tette contro le sue e con le dita accarezzo i capezzoli che si irrigidiscono al’istante; anche l’asta subisce una netta impennata e Peppino deve rallentare per non rimanere soffocato dalla mazza che gli è cresciuta in gola; bacio appassionatamente Seba sulla bocca, mentre Peppino, sotto di lui, provvede a liberarlo da pantaloni e mutande; tutti e tre ormai nudi, ci accostiamo al letto; spingo Seba sul letto e Peppino si precipita a prendere di nuovo in bocca il membro che per un attimo aveva abbandonato; con una manovra contorta, ma pensata a lungo, sposto il mio basso ventre sulla faccia di Seba che intuisce e prende a leccarmi vulva e sedere; con altre contorsioni, rivolgo la testa al ventre di Peppino e mi prendo in bocca il suo membro.

Comincia così una triplice fellatio in cui non è possibile stabilire per ciascuno degli attori se sia maggiore il piacere che prova ad essere succhiato o quello che gli dà succhiare; per quello che mi riguarda, ho sempre amato le azioni ad una sola direzione: succhiare non mi fa godere l’essere succhiata come il sentirmi strappare l’anima dalla vagina con un’abile succhiata mi impedisce, al tempo stesso, di godermi un sesso risucchiato fino in fondo alla gola; ma quella situazione è talmente intrigante che tutto è piacere allo stato puro; dopo un po’ di tempo trascorso a carezzare, leccare, succhiare, farsi penetrare in profondità fino quasi a  soffocare, Peppino sembra prendere una decisione.

“Ora ti voglio nel sedere.”

Dice a Seba e si sistema gattoni sul letto per farsi penetrare; l’altro non si fa pregare; gli si accosta in ginocchio alle spalle, appoggia la cappella all’ano e con una spinta decisa sprofonda nel retto fino ai testicoli: il dildo aveva già provveduto ad aprire la strada; e i numerosi orgasmi miei che gli erano passati sul sedere avevano in parte lubrificato il condotto; ma mi lascia comunque senza fiato la semplicità con cui il sedere di Peppino riceve la mazza che io avevo provato con qualche difficoltà e certamente con dolore: lui invece non fa una piega e, girate le mani indietro, lo prende per le anche e se lo spinge contro per accentuare la penetrazione; lo guardo meravigliata, mio malgrado.

“Te l’avevo detto che per me era di grande importanza prendermi nel sedere il membro straordinario del mio primo grande amore; è quasi come prima, quando ero entrato nella logica di violentare la donna che mi aveva sottratto una parte di quell’amore; non ce l’avevo con te, ma volevo riprendermi dalla vita qualcosa che sentivo perduto.”

“Giusto! E allora mi pare più giusto anche questo!”

Commento e, dicendolo, mi accovaccio davanti a lui col sedere diretto al suo sesso; infilo la mano tra le cosce, prendo la mazza e me la infilo direttamente nello sfintere che ancora mi duole per la violenta uscita precedente.

Ancora una volta, Peppino sembra scatenarsi, quando si rende conto che il suo membro viola il sedere di una femmina.

“Certo, hai ragione; è proprio così: io adesso sto prendendomi nel retto il sesso del figlio di Nicola e sto infilando il mio membro nel sedere della sua amante migliore: non poteva esserci situazione più completa.”

Rispondo come avevo fatto prima, cominciando a provocarlo per scatenare tutta la sua libidine.

“Dai … scopami … fammi vedere che vali … spaccami il sedere … squarciami le budella … spanami lo sfintere … montami a sangue … sfoga la tua libidine nel mio sedere …”

A mano a mano che incito, sento la sua voglia farsi maggiore e il sesso premermi sempre più a fondo nell’intestino al punto che qualche colpo mi fa persino male; ma la libidine che si è scatenata prende ormai tutti e tre: Seba che picchia con ardore il suo enorme arnese nel sedere di quello che è, involontariamente, diventato il ‘suo’ amante; Peppino, che martella il mio sedere con il suo sesso non indifferente; ed infine, io, che godo soprattutto nel gestire e dirigere quella sessualità sfrenata.

Un colpo più violento, il membro che mi si inchioda nel sedere e Peppino che urla con voce soffocata ‘Godo, godo … sto esplodendo!”; gli fa eco immediatamente Seba ‘Vengo … vengo!’ Io non ho neppure bisogno di comunicarlo perché comincio a squirtare addosso a Peppino mentre lui mi inonda l’intestino di sperma e si prende, intanto, quella, assai più abbondante, di Seba.

L’esplosione conclusiva ci ha distrutto letteralmente: Seba fa fatica a sfilare il membro dal sedere di Peppino e, una volta libero, si sdraia a fianco a me per riprendere fiato; Peppino deve assorbire le emozioni della mazza presa nel sedere prima di riuscire a rilassare il membro che mi ha piantato in corpo; quando si sfila e si sdraia anche lui, dall’altro lato, sono io a rilassarmi e a stendermi a corpo morto sul letto, nel punto stesso dove sono stata posseduta.

“Che situazione meravigliosa!”

E’ il commento di Peppino; lo accarezzo sul viso per dimostrargli solidarietà nel giudizio e l’intenso piacere che ancora mi cullo addosso; Seba non fa commenti ma dalla rilassatezza del corpo si deduce che ha goduto moltissimo; Peppino va in bagno per liberarsi dello sperma preso in corpo e degli umori che gli ho schizzato sul ventre; Seba ne approfitta per sussurrarmi.

“Io tra poco devo andare via.”

E, di fronte al mio sguardo interrogativo.

“Ti ho detto che ho avuto un approccio positivo con mia madre. Se torno presto voglio proprio copularci.”

“Sono felice per te; domani spero che mi racconterai. Se ci pensi, hai avuto proprio una bella esperienza sessuale: prima io, l’amante privilegiata di tuo padre; poi Peppino, il grande amore misconosciuto; e, alla fine, anche tua madre. In pratica, ti sei preso il meglio della storia di tuo padre. Forse era proprio questo che volevi. Anche per questo, sono felice per te.”

Per tutta risposta, mi accarezza una guancia.

Intanto Peppino è rientrato ed io decido di lanciare l’ultima provocazione.

“Decidiamo che ognuno torna al suo lettino o ci facciamo un ultimo giro di giostra?”

Seba ha qualche perplessità, ma l’entusiasmo di Peppino lo travolge e mi si lanciano addosso insieme.

Dico a Seba di sdraiarsi supino sul letto, gli monto sopra e comincio a strusciarmi su lui; Peppino si butta sul membro e lo prende in bocca, dietro la mia schiena, per farlo tornare rapidamente duro; Seba non ha bisogno di sollecitazione e dopo poco la sua asta si erge superba; guido la cappella verso la mia vulva, infilandomi la mano tra le cosce, e comincio a muovermi sul sesso in un saliscendi ad alta tensione erotica; quando sento che l’asta è tutta piantata nel mio ventre, mi siedo sopra ed impongo a lui di stare fermo; mi abbasso a baciarlo e lo obbligo a succhiarmi le tette giunte la livello della sua bocca.

“Voglio provare una doppia.”

Sussurro; e Peppino capisce il mio intento, si accosta alle mie spalle, punta l’asta all’ano e spinge; ma l’asta non entra, impedita com’è dalla mazza enorme di Seba che mi riempie il ventre e impedisce altri ingressi; Peppino va in bagno e torna con il lubrificante che ha già visto sulla mensola; me ne spalma abbondantemente sull’ano e dentro lo sfintere, infilando prima una e poi due dita; se ne spalma in abbondanza anche sul sesso; al tentativo successivo, la sua mazza penetra lentamente; mi sento letteralmente squartare: mai avevo provato una sensazione così violenta di apertura delle carni: i due sessi in contemporanea sono decisamente troppo anche per condotti dilatati come i miei.

Ma nessuno dei tre vuole arrendersi e sento, sotto di me, Seba che preme il sesso contro l’utero con forza sovrumana; Peppino, alle mie spalle, che spinge la mazza come se fosse l’ultima speranza di vita; ed io che metto in atto ogni conoscenza e mezzo per attivare i muscoli interni, dilatarmi al massimo e lasciarmi penetrare: alla fine il bastone passa, con un mio urlo disumano; i due si fermano per un attimo a lasciare che il mio corpo si adatti alla penetrazione e poi cominciano a muoversi in armonia: uno spinge dentro mentre l’altro tira fuori ed io sento tutto il ventre scosso da emozioni che non sono più il dolore ma continui piccoli orgasmi che si sommano e preparano l’esplosione violenta; lo strofinio tra i due membri, separati da un velo di tessuto molle, raddoppia il piacere della penetrazione; la pressione su aree nuove della vagina e del retto accentua il mio godimento; il gioco del dentro - fuori continua per un bel po’ ed io sento l’eccitazione dei due salire alle stelle insieme alla mia.

L’esplosione è improvvisa, anche se è stata perseguita e ricercata per tutto il tempo; e sembra bruciare gli ultimi residui di coscienza di tutti e tre; sento Seba esplodermi nell’utero una sua enorme eiaculazione che, ad ogni spruzzo, mi scatena un orgasmo nuovo; dietro, Peppino mi inonda il retto e provo uno stimolo feroce a defecare, mentre il suo sperma mi lava l’intestino; resisto e aspetto; alla fine, crolliamo impilati l’uno sull’altro; Peppino cede per primo: il suo membro s’ammoscia, scivola via dal sedere ed io lo spingo giù sul letto; lentamente, mi sfilo anche dal sesso di Seba, mentre dall’ano e dalla vulva mi colano giù fontane di sperma che si riversano sul letto; e mi scavalco dal suo corpo per distendermi a fianco; rapidamente, Seba approfitta dello stato di deliquio di noi due per rivestirsi e imboccare l’uscio, con un ultimo saluto della mano e un ‘grazie’ sussurrato e fior di labbra.

Vado in bagno a lavarmi almeno sedere e vulva che ancora colano sborra; quando ho finito, torno in camera e trovo Peppino che, sdraiato sul letto, guarda il soffitto con aria trasognata.

“Che ti prende?”

Chiedo.

“Ancora non ci credo: mi sono fatto penetrare nel retto dal figlio di Nicola e ti ho penetrato nel sedere due volte in una sera.”

“E con questo?”

“Tutta una vita in due ore, dalla mia omosessualità tradita al mio bisogno di fare sesso ancora con Nicola, pur se attraverso il figlio che, detto tra noi, è anche assai meglio come amatore.”

“Questo te lo avevo già anticipato; per quel che riguarda il rapporto con me, un sedere è un sedere, non importa se di femmina o di maschio; e tu credo che ne abbia già provati, di sederi. Il problema sarebbe se tu mi scopassi in vagina.”

“Problema per chi?”

“Mah … per te, ovviamente, che ti fai tanti scrupoli; per me sei prima di tutto e soprattutto un organo sessuale da prendere in mano, in bocca, nel sedere o in vagina, dovunque, con la sola condizione che mi faccia godere.”

“E se io adesso ti proponessi di penetrarti in vagina?”

“E’ una minaccia o una promessa? Qui ci vuole proprio, questo luogo comune. Se ancora ne hai la forza - e lo sperma - fammi godere e mi faccio penetrare in tutti i buchi.”

Non scherza, Peppino: mi prende per la vita e mi fa piombare sul letto accanto a lui; comincia a limonarmi come un vero macho: mi bacia con intensità e mi fa sentire la sua lingua in tutta la bocca, mentre con le mani mi stimola i capezzoli e la vulva, contemporaneamente; mi sdraia supina e mi sale addosso, sempre continuando a baciarmi e leccarmi tette, ventre e vulva.

Quando si rende conto che sono ‘calda’ al punto giusto - anche perché colo dalla vulva come da un rubinetto rotto -  si colloca fra le mie cosce, accosta la cappella alla vulva e spinge dentro: lo sento entrare dolcemente, lentamente, quasi volesse godersi e farmi godere intensamente la penetrazione; i muscoli della vagina cominciano a contrarsi e vibrare spingendomi verso un nuovo, imprevedibile orgasmo; quando la cappella urta la cervice e capisce di avermi penetrato fino in fondo, comincia a pomparmi con maestria e voluta lentezza: ogni tanto spinge a fondo d’improvviso e con violenza; in quei momenti mi sembra che la vulva mi esploda con l’orgasmo che si avvicina; ma, subito dopo, si ritrae e rallenta, solleticando dolcemente la vagina con tutta l’asta.

Va avanti per un poco in questo gioco: piccoli tratti di delicatezza e poi, di colpo, alcune spinte violente che mi scatenano piccoli orgasmi: quando ritiene di non essere in grado di proseguire a lungo il gioco, mi monta con frenesia dieci, venti, trenta volte, ed esplode in un orgasmo eccezionale; lo sperma che mi colpisce la cervice fa esplodere contemporaneamente il mio orgasmo che non è il più forte ma è certamente il più dolce della serata; rimaniamo distesi un poco, l’uno a fianco all’altro; poi lui si solleva a sedere, scende dal letto e recupera il suo kimono, il suo dildo e le sue pantofole.

“Se ne hai voglia, puoi anche dormire qui.”

Gli suggerisco.

“No, grazie; non riesco a dormire nel letto di un altro. E adesso ho veramente bisogno di riposare un poco. Grazie per questa straordinaria serata; grazie per tutto quello che in poche ore mi hai dato. Ci vedremo domani ma solo per gli adempimenti burocratici. Poi, più avanti, ci vedremo anche a Brescia, ma solo da amici.”

“Grazie a te per la disponibilità e per l’amicizia. Ho bisogno anch’io, ogni tanto, di buone sensazioni.”

“Buona notte.”

Mi dice, mentre già è sulla porta.

Come è mia antica abitudine, la mattina appena sveglia, comodamente seduta nel mio personale ‘pensatoio’, mentre scarico dal corpo tutte le scorie, cerco anche di porre in ordine i pensieri e di preparare la scaletta degli impegni per il giorno.

Se si eccettua l’appuntamento pomeridiano con l’avvocato, non ho incombenze da assolvere; ma proprio l’idea di incontrare l’avvocato mi porta inevitabilmente a riflettere sul senso di questo viaggio, nato come obbligo burocratico e risoltosi in una serie di sensazioni (dovrei dire ‘emozioni’ ma la parola mi spaventa, in qualche modo) che interessano tutta la fase della mia vita fino alla ‘fuga’ a Brescia: le case dove ho vissuto la fanciullezza (quella dei miei genitori) e la mia giovinezza (quella del matrimonio); Donatella che mi ha ‘svezzato’ (con la complicità del fratello Genny) al sesso libero da impegni matrimoniali o derivati; la casa degli spiriti con il ricordo di Nicola e il ‘transfert’ sul figlio Sebastiano; l’incontro straordinario con Peppino un tempo antagonista ed ora amico: insomma, mi sembra di aver attraversato tutta la mia esperienza e di potere essere contenta di essermi riappacificata con me stessa o, almeno, con la parte di me che era rimasta a san Rocco.

Un dato però mi sembra mancare al quadro d’insieme: in realtà, a parte la ‘lezione di sesso’ di Genny (e, quindi, Donatella), la mia prima vera esperienza in totale autonomia era stata nel bosco con il forestale sconosciuto, prima prova di ‘un colpo e via’ che nel tempo avrei praticato con grande gusto; mi pare allora che il mio ‘pellegrinaggio’ non sia completo se non torno nel bosco a verificare le ‘sensazioni’ che posso ricevere da quel posto che, a prima vista, mi è sembrato il più stravolto dal nuovo, anche se mantiene caratteristiche di zona verde assai interessante.

Decido allora di andare a vedere sul posto: faccio rapidamente colazione e avverto che sarò di ritorno per il pranzo; prendo la macchina dal garage e mi avvio al bosco; quando arrivo alla curva da dove partiva il sentiero, scopro che ora c’è una strada asfaltata che si inoltra nel fitto verso la cresta dei monti e che una serie di cartelli turistici indicano il lago (che trent’anni prima nessuno aveva mai visto e di cui si aveva notizia come di una favola) il ‘belvedere’ con la caserma della forestale ed altre specificità per specialisti (sentieri particolari, percorsi di salute ecc.)

Seguo la direzione della forestale, che per il mio ‘pellegrinaggio’ era una sorta di meta, e dopo poche centinaia di metri incontro una piccola deviazione asfaltata, anch’essa opportunamente segnalata, che conduce ad una spianata su cui domina una costruzione alpina, di pietra e legno, che intuisco essere la caserma: in realtà, arrivata al parcheggio, scopro che si tratta piuttosto di un punto di ristoro (incluso un bazar per souvenirs e piccolo supermercato) con tavoli e sedie ricavati da tronchi direttamente in loco: il posto è piacevole e ameno, anche se ha perso tutto il senso della naturalezza che ricordavo.

Nella speranza di ritrovare (sul posto e nella memoria) il punto in cui feci la prima masturbazione al forestale e quello dove, poco tempo dopo, mi feci possedere con grande entusiasmo, vado a curiosare sul bordo del bosco osservando gli alberi quasi uno ad uno; ma è praticamente impossibile orientarsi in un ambiente che in trent’anni si è completamente trasformato, aggiungendo, togliendo, ingrandendo, rimpicciolendo: insomma, quello non è più quasi il posto delle mie prime esperienze di sesso libero.

Sto ancora indugiando ad esplorare con la vista il bordo del bosco, quando da dietro alla casa vedo apparire un giovanotto decisamente ben piantato: intuisco che deve essere uno dei forestali e lo saluto vezzosamente; mi risponde con un largo sorriso; senza neppure dover fare molte domande, mi spiega che il locale è chiuso per turno e che nella piccola caserma annessa è rimasto temporaneamente da solo per cui non può essermi di molto aiuto se ho bisogno di qualcosa; gli rispondo che non sono lì per particolari esigenze e che, nel caso, lui sarebbe stato certamente adeguato; mi guarda perplesso e capisco che la voluta ambiguità della risposta lo ha colpito ma che non ha inteso perfettamente; si allontana sul retro, svolta dietro la costruzione e sparisce.

Io non riesco neppure a chiarire a me stessa cosa diavolo sto a fare lì, cosa mi aspettassi e cosa ora vorrei che succedesse; trent’anni prima, una ragazza che girasse per i boschi, sorprendesse un uomo che orinava dietro ad un albero e con lui facesse sesso; tutto questo era accettabile e perfettamente comprensibile; ma, trent’anni dopo, a situazioni completamente ribaltate, una donna matura che incontra ai bordi del bosco un giovanotto prestante o si fa avanti e propone qualcosa o rischia di sbattere contro il muro dei pregiudizi: il problema é semplicemente decidere se e quanto ho voglia di fare sesso con il forestale, se e quanto desidero riempire anche quell’ultimo tassello del mio ‘pellegrinaggio nella memoria’ e copulare con un surrogato di quella prima esperienza.

Decidendo questo, tutto deriverebbe logicamente; naturalmente, il calore fra le cosce si fa intenso e comincio e colare senza neanche un pensiero perverso: a scompigliare le carte, riappare il giovane forestale, che però si è tolto camicia e pantaloni e si presenta in tutto lo splendore della sua giovinezza, bello, piantato, muscoloso e intensamente desiderabile; briga in qualche modo davanti a quella che ritengo essere la caserma e mi lancia frequenti occhiate di appetito represso; per parte mia, lo sguardo è calamitato dal pacco che il boxer non riesce neppure a controllare e l’unico pensiero che riesco a formulare è domandarmi cosa proverò a prenderlo dentro.

Quasi intuendo i miei pensieri, il giovane si gira verso il retro dell’edificio e scompare di nuovo; ma stavolta lo seguo e mi trovo davanti ad una porta socchiusa, esattamene nella parte posteriore della costruzione: non sono certamente nuova, a queste situazioni; ma un vago senso di disagio mi coglie ancora una volta, quando decido di spingere l’uscio ed entrare: non so affatto che accoglienza mi aspetta e non vorrei fare una figuraccia, se mi dovesse respingere perché la divisa lo inibisce, perché mi considera troppo vecchia o per qualsiasi altro motivo.

Ma, come al solito, quando sono in ballo, io ballo, semplicemente lo faccio.

Quindi, spingo la porta ed entro.

L’ambiente è spartano, per non dire povero: un letto da una piazza e mezza, un armadio pesante e senza stile, proprio da vecchi montanari, qualche sedia e due comodini; ma il giovanotto da solo illumina il tutto col vigore dei suoi muscoli, con la bellezza dei lineamenti, col colorito roseo che urla gioia di vivere; non deve essere molto esperto visto il disagio notevole che manifesta di fronte alla mia ‘intrusione’; ma l’istinto della nave-scuola che già in molte altre occasioni mi aveva favorita mi rende sicura che è il momento buono per svezzare un inesperto (se non addirittura un vergine) e che certe fortunate coincidenze non vanno sprecate.

Per buona sorte (o forse per scelta inconscia) ho indossato un abitino semplice senza chiusure se non una cintura in vita, aperta la quale, resto completamente nuda avendo rinunciato anche all’intimo; appoggio la borsa su una sedia, gli vado vicino e gli stampo la bocca sulla bocca mandando la lingua ad esplorare tutto l’interno fino alle tonsille; dopo un attimo di smarrimento, mi ricambia entusiasta cingendomi la vita e piantandomi contro il ventre la verga che è esplosa immediatamente in un’erezione monumentale: gli passo le mani dietro la schiena e vado ad afferrare le natiche dure come marmo stringendolo contro di me finché il membro non mi si strofina contro le grandi labbra; riporto indietro la mano destra e la insinuo fra i nostri corpi per andare ad afferrare il sesso, da sopra il boxer, per sentirne il calore e la potenza che promana.

Quasi applicando a menadito una lezione che apprende progressivamente, mi accarezza la schiena dall’alto in basso e va ad afferrare le mie natiche con ambedue le mani: la sua stretta è così forte che mi solleva quasi da terra e fa giocare il mio inguine sulla sua asta; mentre io mi stacco un poco per abbassarmi a baciargli il petto e succhiargli i capezzoli, lui infila la mano tra di noi, aggancia la cintura e scioglie il nodo; senza esitare; mi scuoto dalle spalle il vestito e sono tutta nuda tra le sue braccia.

Credo che la sua emozione sia pari a quella del bambino che apre il sacco dei regali a Natale e trova tutto quello che aveva sognato e che non sperava: mi bacia e mi lecca il viso e le orecchie, poi scende sulla gola e si perde nell’incavo delle clavicole; si sforza ancora di abbassarsi, senza smettere di tenermi arpionata per il ventre al suo, e scende lentamente e sensualmente verso le tette che - belle sode, piene e grandi per loro natura - gli devono apparire un’immensa montagna di libidine per anni inseguita; le lecca amorosamente: ‘Succhiale’ gli suggerisco e si scatena con le labbra a cercare di strappare un impossibile latte da mammelle inadatte a produrne: sento il piacere sciogliersi nei capezzoli e lo seguo mentre scende a precipizio verso la vulva ed esplodo in un primo, leggero orgasmo che sembra comunicarsi al suo arnese, che si rizza ancora più potente fra le mie cosce: mi faccio allora un dovere di prendere il boxer dai due lati e spingerlo verso le ginocchia; si decide a coordinarsi e lo abbassa ancora di più finché lo può lanciare via scalciando; a quel punto, afferro la mazza di carne e la poggio delicatamente tra le cosce, appiccicata ai peli della vulva, serrandolo fra le grandi labbra e facendo in modo che strusci contro il clitoride rizzatosi come un piccolo pene eccitato.

Decido di essere nave-scuola fino in fondo; gli prendo la testa e la riposiziono su una tetta.

“Lecca, succhia e mordicchia ma delicatamente, senza farmi male.”

Forse ha proprio bisogno di una guida: esegue diligentemente e io sento scatenarsi nel mio petto una turbinio di scosse elettriche che mi attraversano il ventre fino alla vulva e da lì vanno a fulminare il cervello; perdo quasi il senso dello spazio e del tempo; l’unica sensazione è la libidine che mi inonda; l’unico problema è godere al massimo; ma il ragazzo è troppo giovane per resistere a lungo ad un trattamento troppo elaborato; lo fermo e lo guido verso il letto dove lo faccio sdraiare; monto in ginocchio accanto a lui e mi impossesso del suo sesso come fosse un trofeo di guerra: pochi colpi con la mano e lo sento guizzare sempre più eccitato, sul punto di esplodere.

“Riesci a resistere ancora?”

“Si, non c’è problema: ho una certa abitudine a frenarmi.”

“Quando ti masturbi?”

“… Si …”

“Ok; cerca di farmi godere molto.”

Mi abbasso su di lui e comincio a baciare il membro dai testicoli - tesi, gonfi, pronti a scatenare un’autentica eruzione di sperma - attraverso l’asta su cui si possono contare e seguire anche i capillari più sottili, tanto è tesa, fino alla cappella rossa, enorme, gonfia come un grandissimo fungo pronta a violare qualunque piccola fessura si offra.

Dopo aver lambito tutta l’asta, arrivata alla cappella, allargo la bocca allo spasimo e la spingo dentro, verso la gola, titillando le papille di tutta la cavità; provo anche a solleticarla con la lingua, ma è davvero così grossa che non c’è spazio per muovere adeguatamente la lingua; lo muovo in bocca per un po’ e cerco di succhiare al massimo l’enorme cappella; poi mi accorgo che rischia di eiaculare e mi fermo, perché il gioco è solo all’inizio; per dargli anche il tempo di recuperare, mi stendo al suo fianco, spalanco le cosce, prendo la sua testa per i capelli e la forzo ad appoggiarsi sul mio ventre.

“Leccami!”

Gli ordino; e il ragazzo ubbidiente comincia a percorrere con la sua lingua calda e grossa prima l’interno delle cosce poi la vulva; dimostrando grande duttilità, prende a leccare con devozione la vulva tutto intorno, fino al monte di Venere, poi ridiscende e si dedica con amore alle grandi labbra: inserendo due dita, apre al massimo la vulva e lecca delicatamente le piccole labbra, finché arriva sul clitoride e intuisce che è là che deve insistere: ‘Succhiami’ gli suggerisco e diligentemente lo prende in bocca e comincia a succhiarmi come una ventosa; i fremiti di piacere cominciano a percorrermi sempre più intensi e ravvicinati finché, inevitabilmente, gli esplodo in bocca un orgasmo straordinario; lecca, succhia e ingoia tutto dimostrando anche un grande godimento.

Non appena mi riprendo dal languore dell’orgasmo, lo afferro per le braccia e gli indico di salirmi addosso: mi viene sopra e si sposta sul mio corpo finché incontra le mie tette; afferro il membro e lo colloco nello spacco tra i due meloni; li prendo ai lati con le due mani e li spingo a stringere dentro il sesso; gli faccio cenno di cavalcarmi così e lui lo fa: dalle smorfie del suo viso, capisco che è una goduria sentire scivolare nel morbido delle tette il suo arnese d’acciaio e spinge sempre più verso il mio viso, per cui, quando mi rendo conto che è possibile, apro la bocca e faccio in modo che la spinta dei reni mi porti direttamente in bocca la cappella, unendo la sensualità della fellatio al piacere della spagnola; la sua espressione è quella di chi sta intravedendo il paradiso: avrei quasi voglia di concludere lì e di farmi eiaculare in bocca e sulle tette: ho goduto abbastanza per me e potrei anche fermarmi; ma la soddisfazione di vedere la sua gioia della copula mi spinge ad andare più avanti: facendo forza sui suoi pettorali, lo convinco a sollevarsi e staccare il sesso dal mio seno.

Spingendolo, lo esorto a spostarsi più indietro e con le gambe gli indico che deve sistemare le sue ginocchia in mezzo alle mie; quando la posizione mi pare giusta, afferro il sesso e dirigo la punta verso la mia vulva; quando capisce le mie intenzioni, si assesta un poco sul letto, afferra lui il membro e mi strofina più volte la cappella tra le grandi labbra: il contatto con quella voluttuosa mazza umida mi fa sbrodolare involontariamente e rende ancora più agevole il passaggio dell’asta che, lentamente, si impossessa della mia vagina.

Quando sento che la cappella colpisce l’utero, comincio una strana danza per portarlo ad allargare le cosce fino a consentire alle mie di collocarsi tra le sue, me lo schiaccio sul corpo quasi a volermi compenetrare e gli faccio cenno di muoversi in su e in giù sul mio corpo per sentirmi posseduta da tutta l’epidermide su tutto il corpo: non ha bisogno di molte indicazioni e comincia a strusciarsi addosso facendo partecipi della copula le mie tette, i capezzoli e, innanzitutto, il ventre e il monte di Venere, il clitoride ritto e sporgente dalla vulva ed infine la vagina nella quale il sesso si muove quasi entusiasta.

Godo come un’ossessa e sento che anche lui gode: mi chiedo allora se voglio l’esplosione conclusiva; e mi dico che no, che il ragazzo merita un regalo per come ha aderito al ruolo di grande copulatore, senza esserlo, in realtà.

“Se continuiamo così, io non resisto ancora molto.”

Mi dice: io allora stringo le cosce, blocco il movimento del sesso e gli chiedo se ha pensato ad un modo eccezionale di eiaculare; sta pensoso per qualche attimo, poi …

“Nel sedere …”

Dice quasi in un soffio.

“Pensi di farlo a pecorina o faccia a faccia?”

La domanda lo sconvolge; decido di scegliere io e di guardarlo in faccia mentre mi penetra nell’ano.

Lo faccio sfilare ed alzarsi, raccolgo un cuscino e me lo sistemo sotto le reni, sollevo in alto le gambe finché poggio sul letto quasi solo con le spalle; poi lo invito a penetrarmi analmente.

Un po’ esitante, accosta l’enorme cappella al buchetto e comincia a spingere.

“Piano … mi fai male … aspetta un poco … ecco … riprendi”

Diligente e volenteroso segue le mie indicazioni e la sua mazza entra lentamente nelle mie viscere; lui crede che io abbia voluto far godere lui; ma non sa quale piacere trovo nel sentire un bastone di carne, per quanto grosso e nodoso, che mi viola l’intestino e va a stimolare papille del mio corpo ancora non toccate dal piacere sessuale: il suo membro ha questo effetto e non glielo nascondo: a mano a mano che lo sento penetrarmi, mi lascio andare al piacere con lamenti, gemiti e urla per lui insospettati e nuovi di zecca, per me la conferma di un coito anale meraviglioso di cui godo con tutto il mio essere

“Ti piace?”

Qualunque cosa gli chiedo, si limita a fare cenno di si con la testa e ad atteggiare il viso a smorfie di piacere.

“Riesci a vedere il sesso che mi entra nel sedere? Ti eccita? E’ bello il mio sedere? Mi avvisi quando stai per godere?”

Ci sono momenti nel rapporto sessuale in cui mi piace anche comunicare con il partner del momento, anche se è solo una copula occasionale; ma con un ragazzo come lui è ancora più affascinante perché mi rendo conto che al tempo stesso lo eccito e lo spavento: e questo rende ancora più straordinaria la mia eccitazione.

“Sto per venire!!!!”

Sussurra quasi in un respiro.

“Si, sto per godere anche io, forza, facciamolo insieme!”

E ci riusciamo: io scarico dappertutto, su me, su lui, sul letto, gli umori più intensi del mio piacere, mentre sento che nel mio sedere si sta scatenando uno tsunami di sperma, frutto probabilmente di lunga astinenza e di grande eccitazione per la copula attuale; a mano a mano che si rilassa, sento il membro perdere consistenza finché scivola via quasi naturalmente dall’ano (per la verità, enormemente spanato, vista la dimensione che comunque conservava il membro che era ‘scivolato’ via).

Gli chiedo dov’è un bagno per lavarsi e mi indica una porta fuori: un po’ seccata, mi copro alla meno peggio con la vestaglietta recuperata da terra e scappo nel bagno (un piccolo servizio, in realtà) dove posso solo scaricare nel water lo sperma che rischiava di colarmi fuori e asciugarmi dopo con un po’ di tovagliette igieniche; mentre ancora lui cercava in qualche modo di rivestirsi, afferro la mia borsa, vado alla macchina e quasi scappo via; tornata all’albergo in tutta fretta, mi precipito sotto la doccia e subito dopo scendo alla reception, dove Carmine mi avverte che nel pomeriggio incontrerò l’avvocato; ci sarà anche Peppino, mi precisa.

Il pranzo scorre veloce; al momento del caffè, mi raggiunge Peppino che mi fa dare una rapida occhiata al documento che hanno stilato per la cessione; di fronte alle mie esitazioni, mi avverte che ne ha già inviato copia a Brescia, al mio amico avvocato, e che posso sentire anche lui prima di accettare; lo faccio immediatamente; il suggerimento che mi da, di accettare la proposta, mi conferma che Peppino è persona degna di fiducia; mi ritiro in camera e avverto che mi chiamino quando arriverà l’avvocato; puntualmente, alle tre e mezza vengo avvertita che tutto è pronto; dopo una rapida rinfrescata, scendo in sala e mi trovo di fronte al più tipico esemplare di burocrate che potessi immaginare: l’avvocato della società è una figura grigia in tutti i sensi, dai modi all’abbigliamento, dal linguaggio alle espressioni; per fortuna è anche molto efficiente e veloce e in pochi minuti la pratica è risolta.

“Allora non mi resta che riprendere la via di casa!”

Esclamo quasi felice rivolta a Peppino.

“Si, anche se noi poi ci rivedremo a Brescia per la sistemazione dell’appartamento.”

“Va bene, intendevo solo che, per ora, ci possiamo salutare qui; domattina conto di partire assai presto.”

“Buon viaggio, allora!”

Mi congeda Peppino con un lieve bacio sulla guancia.

Vorrei salutare anche Sebastiano ma mi avvertono che è la sua giornata libera e non verrà fino a domani pomeriggio; chiedo a Carmine di salutarlo e mi accomiato anche da lui; mi ritiro in camera, quasi come rifugiandomi; e ripasso gli ultimi due giorni con la ventata di emozioni che mi hanno portato, dalla ‘rimpatriata’ allo scatenamento sessuale, dal ‘pellegrinaggio’ nel passato alla ‘quasi vacanza’ in un ambiente ancora (per poco, forse) abbastanza vivibile e sereno; senza molti rimpianti mi preparo al ritorno e comincio a pregustarmi una nuova vita, in condizioni alquanto più serene, nella città che da molti anni è ormai la mia.

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