Le interpretazioni di Alba

Chapter 2 - Le interpretazioni di Alba 2 L'approdo in Abruzzo

Lui scopre che il figlio avuto da lei non è suo; decide di andarsene in Abruzzo dove incontra l'amante ideale; legano e diventano ottimi tombamici; lei si cura anche di rapportarsi al figlio mai rinnegato; per il suo compleanno chiede ai genitori di avere qualche serata come in passato, quando suo padre ignorava la perfidia della madre.

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geniodirazza

1 year ago

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Le interpretazioni di Alba 2

Il ‘piattino’ che mi rifilò Alba, mia moglie, 37 anni, impiegata, era di quelli che non si mandano giù, neppure con un milione di digestivi; a quasi quarant’anni, dopo venti di conoscenza e diciassette di matrimonio, con un figlio quasi maggiorenne, mi convinse a portarla ad ogni costo in vacanza per una settimana a Gran Canaria; solo sul posto mi rivelò che aveva voluto venirci perché le sue amiche che ci erano state le avevano parlato di esperienze stravolgenti di sesso.

Io avevo sempre fatto affidamento su una adamantina fedeltà di mia moglie, non tanto nel senso della mancanza di esperienze ma nella certezza che mi parlasse onestamente anche dei suoi errori; mi trovai all’improvviso di fronte ad una donna che andava a farsi una ‘sveltina’ con uno sconosciuto nel bagno e, quando protestai, mi comunicò come se fosse la notizia meno interessante del mondo che le corna aveva cominciato a farmele da quando si era messa con me.

Mi disse in pratica che, contemporaneamente, stava con un precedente fidanzato col quale stabilì un regime di doppiezza per cui andava a farci sesso settimanalmente come se fosse un ‘dovere’ contro il povero cornuto, degno di non capivo quale punizione celeste, ma poi a casa si comportava come la più normale e affettuosa delle mogli; il dato più squallido era la convinzione che la sua fosse una condotta accettabile e che solo il mio integralismo mi impedisse di consentirle di fare il proprio comodo.

Poiché sapevo per precedenti esperienze che qualunque tentativo di farla ragionare sarebbe stato inutile, decisi di rompere gli indugi ed assumere scelte definitive; poiché la presenza di un figlio mi imponeva responsabilità, le chiesi di firmare una liberatoria per autorizzarmi a fare un esame del DNA per accertare la relazione di paternità con suo figlio; dopo qualche assurda obiezione per appellarsi alla paternità spirituale, firmò.

Tornai a Milano più nero di un cielo in tempesta, non tanto per i fatti in sé quanto per l’atteggiamento perentorio e presuntuoso di mia moglie che pretendeva ad ogni costo di affermare il suo punto di vista, che dovessi farmi carico di suo figlio; amavo quel ragazzo, senza ombra di dubbio; e non avrei esitato a prendermi cura di lui, anche se fosse risultato estraneo a me; ma la pretesa di Alba di fare a modo suo contro il mio parere mi spingeva a odiarla e a combatterla.

L’aereo atterrò verso mezzogiorno; chiamai Franco e gli feci appuntamento alla taverna in piazza; ero certo che non ci fosse da mangiare in casa; prima di andare a pranzo, passai dall’ufficio dove avevo pendente una domanda di trasferimento per andare a dirigere un’azienda di nuova realizzazione in Abruzzo; feci un serie di telefonate e parlai col primo dirigente, unico mio diretto superiore; uscendo, avevo la certezza che l’indomani stesso, se volevo, potevo trasferirmi e prendere servizio.

A tavola, cercai di prendere la cosa da lontano, col ragazzo; gli accennai alla rottura con sua madre, spiegandogli il comportamento infido e scorretto; cercai di ammorbidire le informazioni e i commenti, ma non potei evitargli una dolorosissima reazione quando capì, assai meglio di sua madre, che il nostro tempo era agli sgoccioli, se l’esame confermava che non era mio figlio; alla fine, rinviammo tutto all’esame da fare il giorno seguente.

Rientrati in casa, mi dedicai a raccogliere e mettere in valigia le mie cose; il giorno seguente, temendo l’esito negativo delle analisi, sapevo che avrei dovuto partire per l’Aquila per un trasferimento definitivo; il ragazzo capì e soffrì molto ogni mio gesto; si rifugiò nella sua camera, ma i singhiozzi li sentivo al di là della porta; per non creare disagi nel riassetto della casa, non usai il letto matrimoniale e mi arrangiai sul divano nella sala.

La mattina seguente andammo in un laboratorio di amici e in poche ore ebbi la conferma che Alba aveva concepito il figlio con l‘amante; ormai non mi restava che andare; il distacco da Franco fu più doloroso di quello che avrei voluto specialmente quando si accomiatò con un’ultima considerazione.

“Claudio, l’evidenza scientifica dice che non ho nessun rapporto con te; ma io spero che non ti turberai se continuerò a chiamarti papà, anche se sei solo ‘putativo’ senza altri legami se non l’affetto.”

“Franco, l’imbecillità di tua madre e le evidenze scientifica e giuridica non hanno niente a che vedere con l’affetto; in qualunque momento, per qualunque cosa, per te ci sarò con tutte le mie disponibilità; ti prego solo di non avere esitazioni a chiedere ogni volta che ne avrai bisogno; appena mi sarò sistemato, ti chiamerò e ti darò indicazioni sulla persona a cui rivolgerti se non potrai, per qualunque motivo, relazionarti direttamente con me.”

“Se mamma, nella sua stupidità, insistesse per contattarti?”

“Dille che non voglio nemmeno sentire il suo odore; io amo una donna che avevo idealizzato nella mia imbecillità; lei non assomiglia affatto a quella persona; mi dimenticasse e trovasse una sua dimensione; cercare maschi che la montino le riesce facilmente; imparasse a cercare anche qualcuno che l’ami e voglia vivere con lei una relazione pulita e vera.”

Su quel viatico si chiuse la vicenda del nostro rapporto padre-figlio; poche ore dopo ero in viaggio per la nuova destinazione e, forse, una nuova vita; arrivai nella città a cui ero destinato con il cuore gonfio di un amore calpestato ma non morto, con un bisogno quai fisico di contatto umano, forse di una donna alla quale riferire tutto l’entusiasmo che avevo concentrato su Alba e che lei aveva spazzato via con una sola frase, ‘accetta o vai al diavolo!’

La prima persona che incontrai fu quella incaricata di essere la mia segretaria personale; avevo già esperienza di collaboratrici con quella funzione e sapevo che un feeling particolare doveva crearsi tra noi se dovevamo convivere quasi dieci ore di ufficio al giorno e lavorare ad argomenti delicati e di grande impegno, anche economico, per cui la nostra sintonia sarebbe risultata fondamentale, spesso per la soluzione di lavori di grande delicatezza.

Ci rendemmo conto entrambi che il feeling era nato spontaneo e che ci intendevamo quasi a gesti; scherzammo molto sulle affinità e sulla perfetta convergenza nelle scelte; quasi per curiosità, le chiesi se avesse un rapporto privato impegnativo, insomma una relazione o qualcosa di simile; la risposta mi aprì nuovi orizzonti; guardava con infinito sospetto ai legami condizionanti o di lunga durata; era una singola per scelta e non accettava proposte o impegni a lunga scadenza.

In risposta, le rivelai che ero stato vittima di un matrimonio bacato alla radice e, spinto da lei, le confessai tutta la vicenda di Alba e dei suoi tradimenti, di Franco e del dolore che mi era costato dovere accettare che non fosse mio figlio genetico e legittimo; le confidai anche che non riuscivo a liberarmi né dell’amore alla mia ormai ex moglie né dall’affetto a suo figlio che per diciassette anni era stato anche mio; le dissi anche degli accordi per tenerci in contatto.

“Capo, è ovvio che devi dargli le mie coordinate; sarò in comunicazione e non soffrirà, perché sarò sempre con lui.”

“Ti offendi se ti dico che sono felice che tu possa occuparti del mio figlio putativo, ma che mi piacerebbe anche che adesso ti occupassi anche del padre abbandonato e che lo portassi almeno a cenare?”

“Perché mi dovrei offendere? Portarti, anzi farmi portare, a cena è nel novero delle competenze della segretaria; per il dopocena, verifichiamo in corso d’opera.”

“Scusami se risulto pedante; per i ‘dopocena’ sono problematico, in primo luogo perché do e prendo amore, non sesso; in secondo luogo, perché ho ancora il cuore impegnato dalla mia ex moglie.”

“Claudio, in certi momenti eliminiamo il ‘capo’ e parliamo da donna a uomo; tu dammi quel che vuoi; io ti do quel che posso; se è solo sesso, pazienterai; se fosse amore ricorda che dura solo lo spazio del dopocena; io non prendo impegni; se poi ti scatta il transfert, ti autorizzo anche a renderlo esplicito; non mi dispiace identificarmi con la donna idealizzata da te; spero che tu non resti deluso … “

“Ti parlo e mi sembra di conoscerti da sempre; non mi deluderai, perché sei vera e schietta; mi basta per un dopocena d’amore. Dove mi porti a mangiare?”

“Questo non è difficile; il problema sarà, da domani, trovarti un alloggio; però, con la nostra azienda, abbiamo ottime soluzioni praticabili … “

Prima di chiudere l’ufficio per andare a cena, Lina mi ricordò l’impegno assunto con Franco di fargli avere i recapiti utili per contattarmi; passai a lei il numero del ‘mio ragazzo’ e le dissi di presentarsi come interlocutrice; Franco si sorprese della novità, quando scoprì l‘identità della persona che chiamava; nacque tra i due una simpatia immediata e fu semplice alla mia segretaria fargli presente che poteva chiamare in qualunque momento, anche per parlare di quel che voleva, solo con lei.

Intervenni solo in un frangente per salutare e raccomandargli la massima dolcezza con sua madre, che avrebbe cominciato a pagare uno scotto assai alto per i suoi errori, quando fosse giunta e avesse verificato le novità che avevano sconvolto il nostro piccolo mondo; ci scambiammo affettuosità a tre, scherzando a beccarci alternativamente quando qualche espressione di affetto andava oltre i limiti; alla fine della telefonata, Lina era decisamente solidale con Franco, unica vera vittima della nostra guerra.

Andammo alla trattoria dove ci servirono piatti tipici assai gustosi e ben confezionati; durante la cena non mancarono accenni anche pesanti al dopocena che ci aspettava e mi resi conto che davvero quella donna era perfetta per il ruolo che si proponeva, non solo di collaboratrice in ufficio, ma anche di compagna nella realtà di tutti i giorni; in linea coi miei soliti comportamenti, finii per farmi travolgere ed entrai involontariamente nel suo mondo di emozioni.

Quando uscimmo a notte inoltrata, se non ero innamorato, ero molto vicino a quella condizione di beatitudine che spesso qualche bicchiere di vino riesce a realizzare esaltando le cose di cui si apprezzano le sfumature e le allusioni; Lina mi disse fuori dai denti che il suo appartamento non avrebbe retto due persone determinate a stare insieme anche tutta la notte e a fare salti amorosi ad ogni piè sospinto; decise per me che era più logico andare all’albergo dove ero alloggiato per quei primi giorni.

La camera era decisamente disadorna e la cosa migliore era il grande letto che la occupava per gran parte; scoprimmo che infine era meglio per noi che, di tutto lo spazio, volevamo impegnare proprio solo il letto; chiusa la porta, avvinghiai con passione la ragazza che mi si strinse contro e puntò decisamente il pube contro il mio, quasi a cercare il sesso; non ero messo male ed avevo una lunga esperienza di copule, di tutti i tipi, con mia moglie.

Intuii subito che la donna aveva desiderio soprattutto di calde dolcezze e cominciai a carezzarle il viso, dalla radice dei capelli al mento; prima percorsi tutto con la punta delle dita in delicata carezza, poi feci seguire la bocca che copriva di baci fitti e continui tutta la pelle, dalla fronte in giù; quando le stampai il primo bacio sulle labbra, le sentii aprirsi voluttuosamente mentre la lingua si insinuava e cominciava a leccarmi e succhiarmi la bocca.

Le mani scivolarono lungo il corpo e presi coscienza della linea purissima della schiena fino alla curva delle natiche rotonde, carnose e dolci; lei fece con me lo stesso percorso; infilai una mano tra noi e afferrai, da sopra il vestito, le grandi labbra tumide che segnavano, sullo slip, il classico zoccolo di cammello; ebbi immediata la coscienza che si trattava di una donna molto calda, disponibile e decisamente vogliosa; titillai da sopra lo slip il clitoride gonfio.

Mentre si abbandonava ad un primo, dolce e leggero orgasmo, infilò una mano lungo la mia e afferrò l’asta da sopra ai vestiti; ebbi l’impressione di un piccolo sussulto, quando si rese conto che si trattava di una bella dotazione accuratamente celata dal taglio dell’abito; freneticamente aprì il pantalone e la mano scivolò nel boxer a sentire sulla pelle il calore del sesso che si gonfiava; si fermò un attimo per esclamare un ‘però … ‘ che diceva tutta la meraviglia.

Mi avvolse in un bacio la cui sensualità non ricordavo di avere mai incontrato nella mia esperienza; ricambiai con entusiasmo e allungai una mano sul seno che si rivelò pieno e meraviglioso, eccitante più di quanto avevo immaginato sotto il vestito; non portava nemmeno il reggiseno perché il suo petto era compatto e duro come quello di una ragazzina; mi staccai dal bacio per abbassarmi a succhiare un capezzolo e la sentii gemere.

Si scostò bruscamente, sfilò l’abito e restò solo con lo slip ormai da strizzare; mi spogliai con la massima rapidità e ci fiondammo sul letto; mi piegai a baciarle la vulva e presi a succhiarla; per un gesto sbagliato, le morsi il clitoride; gemette e mi chiese di farlo ancora, mi invitò a ripetere il gesto più volte e cominciai a morderle la vulva tutta intera, dalle grandi labbra alle piccole; infilai due dita, lei si limitò a gemere e godere ancora.

Le montai addosso ed infilai il sesso in vagina; lo accolse con un gemito più profondo e si strinse a me, a cercare un contatto totale; dopo pochi colpi, dovetti trattenere l’orgasmo che montava, anche perché non sapevo se fosse protetta; mi spinse via e si girò carponi, mi sistemai dietro e la infilai a pecorina; un piccolo urlo accompagnò la cappella che urtava la cervice dell’utero; ‘non venire subito’ mi sussurrò ed io mi imposi di non eiaculare e la montai a lungo, con gusto e con passione.

“Se ti piace il coito anale, io non lo rifiuto; se ti va, infilami dietro!”

Ero preoccupato, perché non avevo nessuna possibilità di lubrificarla a dovere; passai più volte la cappella tra vagina e ano, per trasportare tutti gli umori possibili, sperando che lubrificassero abbastanza, sputai sulla cappella e la infilai nell’ano; entrò come una lama calda nel burro; intuii che amava il sesso violento e mi adattai alla realtà; cercai di essere il più brusco ed aggressivo possibile e mi resi conto che effettivamente, più mi incattivivo, più sembrava godere.

Strapazzai a lungo il suo ano, facendo entrare la mazza fino in fondo, fin dentro l’intestino, ritirandola fuori fino a farla uscire e spingendola di nuovo dentro, con violenza, fino a temere di spaccarla; reagiva con gemiti di godimento altissimi, che soffocava nel cuscino per non essere udita dalle altre camere.

Copulammo così per un paio d’ore; lei mi chiese ogni volta sensazioni più violente ed aggressive, si fece penetrare dappertutto e mi succhiò l’arnese fino ad averne le mascelle indolenzite; provai sempre più gusto a giocare con il manganello nella vagina slabbrata e nell’ano spanato, le tormentai le tette fino al dolore e mi accanii sui capezzoli fin quasi a farli sanguinare, con tanta brutalità li mordevo; ogni volta provava più piacere e mi incitava ad insistere, ad andare avanti e godeva come una maiala; l’ultima eiaculazione la volle in bocca, mi mostrò il mio sperma sulla lingua e ingoiò tutto.

Alla fine, mentre mi rivestivo, mi disse che aveva provato un piacere molto intenso, come lei desiderava, e che mi avrebbe incontrato volentieri ancora altre volte, se accettavo di farla godere come piaceva a lei; le spiegai che avevo grossi problemi, ma che ero disposto a fare l’amore con lei ed anche a sperimentare le cose che mi avrebbe chiesto.

Entrammo presto in sintonia; Lina era ogni giorno più contenta di essere collaboratrice e, per certi versi, complice, del suo principale che le confidava anche i segreti più intimi, la teneva in grande considerazione e la imponeva nelle riunioni al massimo livello come esperta indispensabile; nel giro di solo qualche mese era diventata la vera depositaria dei grandi segreti dell’azienda che gestivo con polso fermo e con ottimi risultati.

Considerato che l’accoppiata vincente era ormai assoluta dominatrice del settore, ci furono affidati incarichi sempre più alti e delicati, a cui corrispondemmo con grande efficacia, da operatori esperti e determinati come eravamo diventati; ma la parte migliore della nostra intesa si esercitava nel privato, dove eravamo diventati quasi indissolubili; lei continuava ad affermare a chiare lettere la sua indipendenza e la determinazione a restare singola a vita.

Io invece mi sforzavo continuamente di cercare una qualsiasi alternativa ad Alba che non sapevo dimenticare; ma ogni volta che finivo a letto con una nuova conquista, mi accorgevo alla fine che la mia ex moglie dominava con l’assenza e, molto spesso, mi trovavo ad urlare il suo nome nel momento dell’orgasmo maggiore; questo mi provocò qualche disagio, quando l’interessata di turno se ne accorse e se ne adontò; l’unica che aveva capito era l’inarrivabile Lina.

Quasi a caricare la situazione, lei aveva legato stupendamente con Franco, per lei semplicemente ‘mio figlio’, assecondata da lui che continuava a sentirsi figlio e a interpellarmi come ‘papà’ anche nei momenti meno opportuni; i due passavano ore al telefono a raccontarsi anche i momenti meno importanti della giornata; non mi ci voleva molto a capire che per lei era il surrogato della ‘relazione impegnativa’ che non voleva instaurare con un qualsiasi adulto e scaricava nell’affetto al ragazzo.

Per lui, invece, la situazione era altrettanto impegnativa, perché Lina era il tramite per ‘parlare’ con quello che riteneva suo padre, per essere consigliato e guidato, come avrei fatto se fossi stato presente in casa; io ascoltavo la maggior parte delle comunicazioni perché Lina aveva preso l’abitudine di parlare con lui in vivavoce e spesso mi interpellavano per pareri e commenti, sicché mi trovavo a concedermi anche senza volerlo a quel ruolo di Mentore che Franco mi chiedeva.

Il particolare ‘piccante’ era che dai discorsi tra di loro emergevano anche i momenti di vita della mia ex moglie e questo non favoriva il distacco; d’altronde, mi rendevo conto che anch’io desideravo conoscere gli stati d’animo di Alba, dopo il ‘grande terremoto’; dulcis in fundo, pareva proprio che anche lei avesse colto il meccanismo della comunicazione e, direttamente quando poteva, o comunicando a suo figlio perché riferisse, partecipava al dialogo come in una chat anomala.

Seppi così che aveva passato gli ultimi mesi a piangere tutte le notti per la presa di coscienza di quello che aveva rovinato con la sua presunzione; che il padre genetico di Franco aveva liquidato la questione affermando che non poteva accettare neppure l’ipotesi di una responsabilità nella paternità perché, come Alba aveva tradito me con lui, poteva avere fatto altrettanto con lui e il figlio poteva essere di chiunque; che sul lavoro era discriminata perché le voci sulla separazione l’avevano classificata ‘immorale’.

Momento per momento, quei due avevano costruito una fitta rete di comunicazione per cui mi sentivo coinvolto nella vita di famiglia forse più di quando vivevo in casa con mia moglie e con quello che credevo mio figlio; quando provai a lamentarmene con Lina, mi fece osservare che, volendo, potevo interrompere il vivavoce e restarmene fuori; in realtà, sapeva che anche io partecipavo emotivamente e stupidamente a quei colloqui e calcava la mano per coinvolgermi.

L’apice lo raggiunse quando si rese conto che si avvicinava la data del compleanno di Franco; sapeva che tutti gli anni precedenti avevamo festeggiato con gioia ed avevo fatto un regalo; come mi sarei comportato in quell’occasione? Nella nuova dimensione, avrei fatto finta di dimenticare per accentuare il distacco da madre e figlio? Oppure mi sarei comportato come il solito padre affettuoso, dimenticando completamente i motivi di frizione con Alba e mi sarei riavvicinato un tantino?

Lina mi pose spietatamente il quesito; ci pensai poco, in verità; Franco era stato mio figlio per diciassette anni, aveva il mio imprinting e non me la sentivo, di colpo, di cancellarlo dalla mia vita; avevo anche esaminato con Lina i modi per sostenerlo negli studi e non potevo, proprio al compimento della maggiore età, scomparire dall’orizzonte; restava il solito dubbio su che regalare a un diciottenne; chiesi alla mia segretaria di accertare direttamente da lui cosa desiderasse.

La risposta che arrivò per telefono, in vivavoce quindi direttamente, mi spiazzò completamente; ‘una cena con mia madre e col mio padre putativo’ fu la richiesta che mi piombò in fronte; soprattutto, mi stordiva l’idea di essere a cena con la mia ex moglie, da cui ero separato ma non divorziato; l’imbarazzo rischiava di diventare insopportabile; rivelando una maturità inaspettata, Franco dichiarò che non voleva solo avere vicino l’uomo che continuava a sentire padre; ma desiderava che i genitori si scontrassero.

Ci volle poco, a Lina, per dimostrarmi che la richiesta era quanto di più opportuno e intelligente potesse fare il mio pupillo; non ci eravamo mai confrontati, dopo la rottura, io e sua madre; per lui era vitale sapere la verità fino in fondo, dai protagonisti, anche a costo di vederli venire alle mani; era suo diritto sapere ed era nostro dovere fargli conoscere le terribili realtà celate dietro i documenti di separazione; capii che non potevo sottrarmi e accettai di incontrarci.

Quello che non potevo prevedere era lo sviluppo ulteriore della richiesta.

 

Continua …

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