Chapter 2 - "Ti serve un vero cazzo"
Linda, consapevole di non aver la minima possibilità nella gara di pompini, si ritrova sul ponte sopra il Piave, disperata, pronta a fare una pazzia.
1 year ago
Linda era disperata. Disperata come non lo era mai stata prima di allora. Non era tornata a casa ma aveva vagato tutto il pomeriggio per la cittadina di Caregan con la cartella in spalla, tormentandosi su come avrebbe potuto uscire da quella situazione. Non che qualcuno se ne sarebbe accorto, visto che i suoi genitori non c’erano mai il venerdì. Nulla sembrava fattibile senza rimetterci, e tutto pareva operare contro di lei. Giunse ad una conclusione dolorosa, che le squarciava il cuore e l’anima. Sentiva gli occhi bruciare al pensiero di ciò che stava per fare, e appoggiata al parapetto del ponte vedeva l’acqua del Piave scorrere indifferente ai suoi drammi. Non poteva più fare altro, e l’unica cosa era trovare il coraggio per eseguire il suo proponimento. Lanciò uno sguardo furtivo a sinistra ed uno a destra, assicurandosi che non ci fosse nessuno che potesse fermarla.
La strada era libera e sul ponte non c’era nessuno. Si tolse lo zaino, lo appoggiò a terra. Dove doveva andare non le sarebbe servito, si disse. Poi lo fece. Sarebbero bastati pochi gesti, un ultimo colpo di coraggio e la porta del sexy shop accanto al ponte si sarebbe aperta, si sarebbe avvicinata alla commessa, o chi ci fosse stato dentro a servire, e avrebbe chiesto un cazzo di gomma.
No, non un cazzo di gomma… che figura ci avrebbe fatto chiedendo un “cazzo di gomma”? Com’ era quel termine che aveva trovato su Wikipedia? Di… di… Dildo! Un dildo. Esatto: un dildo. Già a stento dimostrava diciassette anni, se si fosse presentata chiedendo un “cazzo di gomma” la commessa avrebbe pensato fosse davvero minorenne e le avrebbe forse chiesto un documento. Non aveva certo intenzione di andare a casa, ora che era pomeriggio passato, prendere la carta d’identità e tornare indietro usando i mezzi pubblici. Almeno in quel momento aveva con sé lo zaino, e all’interno vi avrebbe nascosto il… il… il dildo, cazzo! Perché non le veniva in mente quel fottuto nome?
Controllò di nuovo che non ci fosse nessuno che potesse conoscerla, nonostante fosse dall’altra parte di Caregan: l’ultima cosa che voleva era venire scoperta da qualche conoscente mentre entrava in un sexy shop. Già si chiedeva come nascondere ai suoi genitori il fatto che avrebbe partecipato ad una gara di pompini, se poi si fosse aggiunta la chiacchiera che frequentava quei negozi…
Comunque, Linda si fece coraggio e attraversò la strada ed il parcheggio semivuoto. A parte la scritta sopra la porta, sarebbe stato impossibile sapere cosa contenesse l’esercizio commerciale, poiché le vetrine erano coperte da una pellicola rosa e la siluetta di una donna a gambe aperte indirizzava lo sguardo su una promozione di DVD: due a venti euro, tre a venticinque.
Il cuore le batteva all’impazzata quando appoggiò la mano sulla porta, fermandosi all’improvviso. Cosa avrebbe trovato una volta dentro? Avrebbe rischiato di trovare qualcosa di orribile? Uomini che si masturbavano guardando film porno? Donne nude? Un’orgia in corso? L’avrebbero forse coinvolta nell’atto? Magari qualche vecchio con la pancia da birra, sudato e puzzolente l’avrebbe presa, gettata su un tavolo o un letto, strappato le mutande e, tenendole una mano sulla testa per tenerla ferma, urlante, scop…
«Linda?» esclamò una voce alle sue spalle. «Sì, sei tu, Linda!» aggiunse la voce femminile, sorpresa e decisamente felice.
La ragazza, sebbene fino ad un istante prima fosse stata in un lago di sudore, in quell’istante le parve le avessero rovesciato addosso un catino di acqua ghiacciata, il cuore che le si fermava per un istante. “Cazzo”, pensò, “sarebbe stato meglio entrare subito e farmi scopare dal vecchio…”
Temendo di scoprire chi fosse a chiamarla, si voltò lentamente, tenendo gli occhi fissi e ruotando lentamente la testa, spazzando il piazzale del sexy shop. Chi diavolo poteva mai essere a…
Ormai non aveva più le forze per sorprendersi, già in stato di shock e in quello che chiamavano stato di “attacco o fuga”, e quando la vide non poté fare a meno di provare una profonda frustrazione e desiderio di accasciarsi a terra e piangere. Perché non poteva essere qualcun altro invece di Francesca a sorprenderla davanti ad un…
Ma poi, come emergendo da una nebbia causata dallo spavento, la sua mente razionale le fece notare che non poteva certo essere Francesca: quando mai si era comportata educatamente con lei, dimostrandosi allegra di vederla come la ragazza che si stava avvicinando.
In effetti, non era affatto Francesca: i capelli erano più chiari, e anche la pelle sembrava fin troppo bianca. Mancava forse qualche dito di altezza e, beh, quello era un sorriso, un sorriso provocato dal piacere di vederla, ammise la ragazza, stupita.
E no, quando si avvicinò, Linda ebbe la certezza che non era Francesca. E non sapeva affatto chi fosse. Lei sorrideva, come se avesse incontrato una cara amica, ma Linda non la riconosceva. Una vecchia compagna di classe che aveva cambiato scuola tempo prima? No, sembrava avere qualche anno di troppo. Un’amica di mamma? No, almeno non una di quelle che la venivano a trovare ultimamente. Una sua amica di chat? Una vicina di condominio?
Lei si fermò davanti alla ragazza. «Non ti ricordi di me?»
Linda lasciò che la sua memoria scorresse un altro paio di facce, poi scosse la testa. «No, mi spiace».
La nuova arrivata rise. «Oh, Linda. Io invece mi ricordo di te,» poi accennò col capo al negozio di prodotti erotici. «Mi sembri davvero fuori luogo, qui».
La studentessa non poté che darle ragione con una smorfia.
La ragazza bruna indicò il bar vicino. «Dai, vieni che beviamo qualcosa, che se passa qualcuno pensa che siamo qui a comprarci un paio di cazzi di gomma».
Linda, che ormai non sapeva più come imbarazzarsi ulteriormente quel giorno, le chiese un istante per recuperare lo zaino prima di seguirla nel caffè, quindi, una volta all’interno, presero posto ad un tavolino in disparte.
«Quindi non ti ricordi di me?» domandò l’altra, che dal sorriso che le illuminava il viso sembrava non essere offesa.
La ragazza le chiese perdono per non essere in grado di riconoscerla, le mani sotto le gambe e lo sguardo abbassato sull’orribile tessuto a quadretti rossi e bianchi della tovaglia.
La mora rise, forse anche un po’ troppo per Linda. Evidentemente si aspettava il contrario, e questo la divertiva oltre il sensato. «Dio, non ci posso credere!» esclamò dopo qualche secondo, asciugandosi un occhio da cui stava per sfuggire una lacrima di gioia. «Pensavo di essere rimasta nella storia della gloriosa N. Sandrini, che tra l’altro non ho mai capito chi diavolo fosse e perché gli sia stata dedicata una scuola superiore, e invece già dopo quattro anni nessuno si ricorda di me».
Linda sollevò lo sguardo dal tavolo e la fissò, chiedendosi chi… Poi sussultò. «Cazzo, sei… Ehm, scusa, intendevo dire… Sei Tania, quella che ha allagato i bagni della palestra?»
L’altra sollevò un dito di ammonimento. «“Si dice che abbia allagato” è più corretto, perché per i carabinieri non c’erano abbastanza prove per trovare un vero colpevole del fattaccio».
«Diamine…» mormorò Linda. A quei tempi frequentava la prima superiore, e ricordava di aver visto in Tania proprio ciò che non sarebbe voluta diventare. Beh, riconobbe in quel momento, non le sembrava quel demonio che aveva creduto di intravedere a quei tempi. Anzi, sembrava una ragazza serena e felice. A differenza sua.
Effettivamente, aveva a che fare con una celebrità della loro scuola… e non la stava trattando male.
La cameriera arrivò a prendere le ordinazioni e, una volta tornata dietro al bancone, le due ragazze cominciarono a parlare della propria vita. Tania confidò di ricordarsi di Linda perché, allora, quando ancora passavano le giornate nello stesso edificio, l’aveva vista qualche volte e le era sembrata un gattino sperduto. Un po’ le dispiaceva per questo, e avrebbe voluto aiutarla, ma temeva che questo avrebbe potuto attrarre l’attenzione dei bulli su di lei gli anni successivi, quando Tania avrebbe finito gli studi.
Linda non disse nulla perché non voleva affrontare quell’argomento e cercò di sviare su qualcosa di meglio, per quanto non le venisse in mente nulla di interessante nella propria vita, se non, appunto, essere vittima dei bulli.
Un paio di tazze colme di the fumante vennero posti davanti alle due, e dopo un sorso e l’aggiunta di una seconda mezza bustina di zucchero, Tania s’infilò proprio nel discorso che Linda non avrebbe voluto affrontare.
«Perdonami se te lo dico, ma mi stupisco di averti trovata davanti a un sexy shop».
Il viso di Linda s’imporporò. «Io…»
Tania le lanciò uno sguardo d’intesa. «Volevi comprare qualcosa per migliorare la tua vita sessuale con il tuo ragazzo?»
L’imbarazzo ebbe vita breve sul viso di Linda, presto abbattuto da una smorfia di dolore. «Ma quale vita sessuale, ma quale ragazzo…» mormorò. «Ero qui per comprarmi uno… coso là… un…»
«Un vibratore?» domandò Tania con la stessa noncuranza con cui avrebbe potuto discutere di scarpe. Portò la tazza alle labbra, bevve silenziosamente un sorso e poi la riappoggiò sul piattino. «Ne avevo uno carino, ma poi l’ho perso quando mi sono trasferita dal mio ragazzo. Anche se credo sia stato lui a farlo sparire. Scommetto che è sotterrato da qualche parte in giardino. Mhmm… dev’essere anche per questo che non vuole un cane… Comunque, se vuoi un consiglio da una che ne ha fatto uso per anni, posso accompagnarti a comprarne uno, tipo amiche che fanno shopping,» aggiunse con un sorriso.
Linda si chiese se la stava prendendo in giro. No, non sembrava, le pareva sincera. E poi se era vero quanto aveva detto sul fatto che avrebbe voluto prenderla sotto la sua ala protettiva anni fa, magari poteva aiutarla in qualche modo in quel momento…
«Io… ehm…» provò a dire Linda, che dovette bere anche lei un sorso di the per sciogliere il nodo che le si era formato in gola. Quando il piattino risuonò sotto il contatto della tazzina, la ragazza prese un profondo sospiro e lasciò che le parole uscissero una dopo l’altra, svotandosi l’anima di un peso che non avrebbe potuto sopportare ancora per molto. «Avevo intenzione di comprare un… un… un cazzo di gomma perché mi sono… più o meno… iscritta ad una gara di… di pompini». Quel “pompini” le uscì come se fosse stato un tappo di sughero che veniva, dopo tanta fatica, espulso dalla pressione del vino ancora in fermentazione nella bottiglia.
Fissò Tania, aspettandosi la reazione alle sue parole. Sicuramente sarebbe stata schifata o peggio. L’avrebbe insultata dandole della zoccola e andandosene, lasciandola lì, sola come lo era sempre stato.
Aveva fatto male a confidarsi, si disse, scoraggiata, temendo il peggio.
La ragazza la fissò a sua volta, come se stesse metabolizzando le sue parole, poi, con la totale sorpresa di Linda, sorrise divertita. «Che figata! Perché quando andavo a scuola io non organizzavano cose simili? Sarebbe stato di gran lunga meglio che mettere gli asciugamani arrotolati negli scarichi dei water della palestra!»
Linda fece un balzo sulla sedia, allibita. «Stai scherzando?» chiese. Ma erano tutti impazziti?
«No, diavolo!» esclamò e, rendendosi conto di avere il volume della voce troppo alto, si chinò verso Linda, sussurrando: «Io adoro i pompini. È bellissimo: è incredibilmente erotico ed è il modo più semplice per farti tuo un uomo. Un pompino fatto bene è qualcosa che ti eleva a livelli divini nel cuore di un maschio».
La bionda sbattè un paio di volte gli occhi. Sul serio, che cazzo stava succedendo attorno a lei? Tutte adoravano davvero mettersi in bocca l’uccello di un uomo, o era solo lei ad essere strana.
«Quindi vuoi comprare un dildo per esercitarti, ho capito bene?»
L’altra annuì lentamente.
«Ma non va affatto bene,» sentenzio Tania dall’alto della sua esperienza. «Tanto vale farsi una carota prima di metterla nel minestrone. Ti serve un vero cazzo».
Lei reagì con un po’ troppa violenza nella voce. «Eh, grazie. Lo so che mi serve un cazzo per imparare a fare i pompini se non voglio sembrare ancora più una sfigata di merda a scuola, con tutti che già mi prendono per il culo. Beata te che sono anni che ti ficchi in bocca il cazzo del tuo ragazzo, e devi essere una specie di luminare in materia, ma io ho una settimana anche solo per capirci qualcosa e non so nemmeno da che parte cominciare,» disse, sputando tutto il veleno che aveva raccolto negli ultimi giorni, guardando Tania che non sussultò quando la attaccò verbalmente.
Annuendo con la testa, Tania le si avvicinò di nuovo. «Hai perfettamente ragione, ragazzina: io sono brava, e ho un ragazzo a cui mi piace succhiarglielo. Tu devi imparare e non hai letteralmente un cazzo di possibilità di farcela con quella gara».
Linda, ora davvero arrabbiata anche con lei, strinse le braccia sul seno. Adesso l’avrebbe mandata a cagare. Oh, sì. Pensava che avrebbe potuto aiutarla in qualche modo, e invece era venuta qui a farsi bella davanti a lei con le sue pratiche da mignotta, il suo fottuto ragazzo e…
Ma Tania non aveva ancora concluso. «Quindi, l’unica soluzione che vedo è: tu vieni con me a casa mia e di Tom, ti presento a lui, lo convinciamo a “sacrificarsi” per una buona causa, e poi lo “usiamo” per istruirti alla nobile arte del pompino».
La bocca di Linda rimase aperta a metà del “Ma vaf…”, scordando completamente cosa stesse per pronunciare nell’udire le parole della mora dalla pelle chiara. Solo dopo qualche secondo si accorse in che posizione si trovavano le sue labbra, e lentamente le chiuse. Si tirò indietro nella sedia fino a fermarsi contro lo schienale, e rimase in silenzio per qualche istante.
«Ma mi stai prendendo in giro?» chiese, infine, stordita, in un soffio di fiato.
Il sorriso di Tania si alzò ulteriormente. Le fece cenno di seguirla mentre lasciava delle monete contate sul tavolino. «E non dimenticare lo zaino».
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