Linda la nerd

Chapter 24 - "Sei qui a fare la bella statuina o vuoi succhiarmelo?"

Linda cerca protezione tra le braccia di Alessio, ma...

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«Non perdiamo altro tempo,» disse Alessio, abbracciandola alle spalle e invitandola verso il corridoio. Linda non oppose resistenza, sapendo benissimo che sarebbero finiti a letto: dopotutto, in quale altro modo avrebbe potuto legare Alessio a lei se non con un pompino come quello che aveva fatto a Michele? Era certa che lui non aspettava altro.

Percorsero il breve corridoio, quindi salirono le scale e poi attraversarono una porta che era socchiusa. Linda di trovò nella stanza da letto di Alessio, e subito si chiese quanto ragazze fossero giaciute nude sul letto delle lenzuola ben tirate e senza una grinza. Probabilmente Alessio aveva appena controllato tutto in vista dell’arrivo di lei.

Il locale era spazioso, molto più della sua cameretta. Il letto sembrava disperso, fin troppo piccolo lì dentro. Un paio di tappeti bianchi, pelosi e apparentemente morbidi facevano da scendiletto, mentre uno più lungo, giallognolo, con figure astratte, attraversava la camera, permettendo di raggiungere il grande armadio in legno scuro ed il televisore da almeno cinquanta pollici, sotto al quale giacevano tre console per videogiochi, senza dover calcare il pavimento. Accanto al letto c’era una di quelle sveglie con intelligenza artificiale che, invece di un cicaleggio fastidioso, auguravano la buona giornata e illustravano quali incombenze bisognasse sbrigare quel giorno, e lì vicino un paio di controller con infisse cuffie e microfono per comunicare con gli altri giocatori durante le sessioni online.

Si mormorava a scuola che i genitori di Alessio non vivessero male, ma la ragazza non aveva immaginato fino a quel punto: già solo il computer ed il tablet appoggiati su una scrivania dovevano valere sui tremila euro. Probabilmente la prima macchina che gli avrebbero comprato non sarebbe stata una di seconda mano come avevano promesso a lei per la conclusione della scuola.

Ma, per qualche motivo, Linda non si sentiva particolarmente eccitata da tutto quello sfoggio di sfarzo. Anzi le diede quasi fastidio, come se si volesse nascondere qualcos’altro.

Le parole di Alessio la riportarono al presente. «Bene, Linda, eccoci nel mio regno del piacere, dove ti farò scoprire cos’è un orgasmo».

Lei trattenne una risata prima di girarsi. Era pronta a scommettere tutti i suoi soldi nel libretto di risparmio che aveva in banca che non avrebbe saputo da che parte cominciare a dare un orgasmo ad una donna. Certo, poteva anche essere bravo a far stare bene una ragazza, ma di sicuro non avrebbe potuto nemmeno lontanamente sfiorare i livelli di… Il bisogno di ridere sfiorì come una rosa recisa da giorni e lasciata al sole quando le sovvenne il pensiero di Tommaso, al piacere che riempiva la sua anima quando stava con lui anche vestiti, e la sensazione di essere in paradiso quando facevano l’amore. Dovette fare un profondo respiro prima di riprendersi e, finalmente, girarsi.

Si voltò, allungando le mani verso il suo amante. «Sarò felice di restituirtelo, Alessio,» promise, sorridendo come meglio fu capace.

Ma il ragazzo non si mosse. Anzi, la guardò con un vistoso cipiglio. «Cosa stai facendo?»

Linda rimase un istante immobile, cercando di comprendere cosa stesse sbagliando. Perché lui non l’abbracciava, la baciava con passione sul collo, poi iniziava a spogliarla con lentezza, godendosi con la bocca ogni centimetro di pelle che compariva? «Ma…» provò a dire, abbassando le braccia.

«Non ho capito,» esclamò Alessio, perdendo completamente l’affabilità che l’aveva caratterizzato da quando aveva aperto la porta d’ingresso. «Sei la migliore pompinara della scuola, ma non sai come si fa sesso?»

«Io…» balbettò Linda, ancora più confusa. Certo che sapeva fare sesso, e meglio di chiunque fosse presente in quella cazzo di una N. Sandrini. Piuttosto, non era lui che non ne aveva la minima idea?

Ma Alessio non di pose quelle domande, più occupato a sbottonarsi i pantaloni, che un attimo dopo caddero ai suoi piedi. Le gambe non erano muscolose nemmeno la metà delle braccia, ed erano completamente glabre. Le mutande bianche non riuscivano a nascondere il desiderio del ragazzo, e quando abbassò anche queste Linda ne ebbe un’ulteriore conferma.

Dal pube del ragazzo, crescendo da un cespuglio di peli ispidi quasi biondi, il cazzo si ergeva verso Linda. Non era particolarmente grosso, ma era qualche centimetro più lungo di quello di Tommaso. Una serie di linee blu lo coprivano come una ragnatela, mentre una vena più grossa lo percorreva per buona parte dell’altra nella parte superiore, per poi, come se avesse perso l’equilibrio, scivolare sul lato destro, dividendosi in due nei pressi della cappella e circondando il cazzo come un lazo attorno al collo di un emù. La cappella, invece, era incredibilmente piccola, non più grande della circonferenza del busto del pene, e appena protesa in avanti. Diavolo, le sembrò il teschio di un triceratopo senza corna. Era viola dall’irrorazione del sangue convogliato lì dall’idea di finire nella bocca che aveva fatto quasi svenire Michele per il piacere.

Linda sollevò lo sguardo su Alessio, come a chiedergli se si comportasse in questo modo con ogni ragazza che portava nel suo “regno del piacere”, se fosse così cafone da non provare nemmeno a metterle a loro agio. Ma, pensò, probabilmente le altre nemmeno avevano idea che l’atto potesse svolgersi in un altro modo, più gentile, in cui loro e le loro emozioni venivano messe al centro del rapporto sessuale, e non il cazzo di Alessio già dal primo istante.

«Beh, sei qui a fare la bella statuina o vuoi succhiarmelo?» brontolò Alessio, ormai vistosamente insoddisfatto di quanto stava accadendo.

La ragazza iniziò a provare un intenso fastidio nell’essere in quella stanza, un profondo imbarazzo nel trovarsi davanti quel cazzo. Nemmeno quando si era trovata a succhiarlo a Michele davanti a trenta e passa persone si era sentita così a disagio. Forse neanche in occasione della sua prima, disastrosa volta con Tommaso e Tania accanto che controllava il suo inesistente stile.

Ma immaginò che non ci fossero altre vie di uscita se non farlo. Si mise in ginocchio davanti ad Alessio, con una certa, incontrollabile riluttanza prese in mano il suo uccello e avvicinò la bocca. Una goccia trasparente fuoriuscì dal foro dell’uretra e si disperse nella piega della pelle oltre la cappella. Osservò, nascondendo il disgusto, la peluria sull’inguine. Certi credevano che depilarsi li avrebbe fatti apparire dei marmocchi agli occhi delle loro partner, ma evidentemente non immaginavano che trovarsi dei peli in bocca e negli occhi non sarebbe stato più gradito.

“Vabbè, per questa volta…” pensò, avvicinando le labbra alla base del cazzo. I peli erano ispidi, fastidiosi, non erano morbidi come si poteva credere. Anzi le pizzicavano le guance e avevano un pessimo odore, nonostante il ragazzo avesse avuto il buongusto di farsi un bidet.

Con una mano prese le palle, e mentre con le dita esterne iniziava a coccolare i testicoli all’interno, allungò il medio e cominciò a premere il perineo con forza, una delle tecniche segrete di Tania che Linda aveva sperimentato un paio di volte su Tommaso con grande successo.

«Ma che cazzo stai facendo?» sbraitò Alessio, muovendo le braccia. «Ma come cazzo hai fatto ad essere considerata una campionessa dei pompini se non sai nemmeno cosa mettere in bocca? Devo farti vedere un porno così impari?»

Linda chiuse gli occhi, sospirando. Ma che diavolo ci stava facendo lì, con quell’imbecille? Era stata addestrata a dare il massimo piacere ad un uomo e stava perdendo tempo con uno che non riusciva a immaginare nulla che non avesse visto precedentemente su un sito porno. Letteralmente, Alessio non avrebbe riconosciuto un buon pompino nemmeno se l’avesse morso all’uccello, rovinato com’era dalla visione di pessimi filmati con gente che scopava in stile cinematografico. Sarebbe stato come proporre Vivaldi o Debussy a gente che considerava la trap musica decente.

Lei si alzò. «No, senti, non…» iniziò, ma non riusciva a trovare le parole per descrivere ciò che pensava senza offendere l’imbecille con il cazzo di fuori. No, comprese che lei non avrebbe guadagnato nulla cercando di indurlo a proteggerla con del sesso: essere circondata da ragazzi che cercavano di convincerla ad andare a letto con loro sarebbe stato meglio che finirci con Alessio anche solo una volta.

«Cosa cazzo stai dicendo?» scattò lui, la faccia ridotta ad una maschera di rabbia. «Che non vuoi farti scopare, puttana? Ma lo sai chi sono io?»

«Un coglione, ecco cosa sei!» esplose lei, iraconda, ma subito se ne pentì. «No, Alessio, voglio dire…»

Ma Alessio era impazzito, furente probabilmente perché, per la prima volta, una ragazza si rifiutava di fare sesso con lui. Afferrò Linda per le spalle e la scagliò sul letto. La ragazza urlò per la sorpresa, ma quando si accorse che lui le stava salendo sopra le gambe iniziò a strillare, terrorizzata come mai nella sua vita. Era talmente spaventata che solo dopo qualche istante si accorse cosa lui volesse farle: le aveva messo una mano su un seno e con l’altra le aveva sbottonato i jeans, abbassandoglieli con le mutandine.

Sentiva la sua figa essere sfiorata dall’aria della stanza e vedeva il cazzo di Alessio a pochi centimetri dal suo inguine. Non ebbe nemmeno il tempo di pensare che, fino a pochi minuti prima, voleva che si unissero per stipulare una sorta di contratto di assistenza e protezione, ma in quel momento non avrebbe voluto nemmeno vedere in foto quel membro che stava per cacciarsi in bocca.

«No, Alessio!» gridò a squarciagola, iniziando a piangere. «Ti prego, non lo fare».

«Taci, stupida troia!» rispose lui, lasciando il seno e stringendole la gola. «Non permetterti di non voler scopare con me! Tu sei mia!»

Linda sentì mancarle il fiato mentre quelle dita le bloccavano la respirazione. Oltre il braccio di Alessio, lo vedeva afferrarsi il cazzo e prepararsi a fotterla. Strinse gli occhi, impazzendo dalla paura. Mosse la mano sinistra per fare qualcosa alla faccia del bastardo, spingerlo, graffiarlo, cavargli gli occhi, allungando istintivamente il braccio destro come se non si trovasse su un letto, sotto un ragazzo che voleva violentarla, ma dovesse mantenere l’equilibrio. E qualcosa le sue dita toccarono. Non le importò cosa fosse, bastava che possedesse una massa e che, accelerata, sviluppasse una forza. Un mattone sarebbe stato meglio, anche un sasso, ma quell’oggetto di plastica fu tutto ciò che ebbe la possibilità di afferrare e dovette accontentarsi.

Questa volta fu il braccio sinistro a muoversi per permettere a quello destro di compiere un arco di centoventi gradi, un oggetto bianco che si mosse nella stanza come un bolide nel cielo, che partì dal comodino per schiantarsi sullo zigomo sinistro ed il naso di Alessio. Il rumore che produsse all’impatto fu forse il suono più soddisfacente che Linda avesse sentito nella sua vita, il misto tra un pugno e qualcosa di molle che si fratturava.

Gli occhi del ragazzo si sgranarono un istante dopo, mentre le sue mani abbandonavano di colpo cazzo e collo e si precipitavano sulla sua faccia, nascondendo il sangue che cominciava a sgorgare dalle narici. Iniziò ad urlare piangendo, quasi più terrorizzato di quanto lo fosse stato un istante prima Linda. «Ah! Stronza! Mi hai rotto il naso! Mi hai rotto il naso!»

Lei lo guardò passare da bestia violentatore a coniglio cagasotto, quindi contemplò cos’aveva in mano, scoprendo tra le sue dita un controller macchiato di rosso e con il cavo verde e nero che pendeva tra le corna per l’impugnatura ergonomica finendo nelle cuffie usate per le partite multiplayer. Fissò poi di nuovo Alessio, che stava diventando bianco come la plastica del controller che impugnava, minacciandolo con lo stesso, nemmeno si fosse tramutato in un’arma: «Stammi lontano, figlio di puttana, o ti ammazzo. Scendi, o ti strappo il cazzo e te lo faccio ingoiare!»

La ragazza si chiese dove fosse sparita la spavalderia del ragazzo mentre saltava già dal letto quasi ruzzolando a terra, l’uccello che stava per usare per possederla contro la sua volontà diventare sempre più floscio, come se si vergognasse di quanto aveva quasi fatto, la voce che era un fiume di singhiozzi intervallati da parole rotte dal pianto. Da un momento all’altro avrebbe probabilmente rigettato.

E voleva scopare quello stronzo perché la proteggesse, pensò Linda scuotendo la testa.

Si alzò anche lei con un movimento veloce e atletico. Gettò il dispositivo elettronico sul letto, le cuffie che volavano e rimbalzavano impazzite come se improvvisamente dotate di volontà propria, e si alzò intimo e pantaloni, abbottonandoseli. Lanciò un’occhiata di fuoco al marmocchio di diciotto anni dall’altra parte del letto. «Non vedrai mai più questa,» gli promise indicandosi il cavallo dei pantaloni, «ne proverai mai questa,» e accennò alla propria bocca con il dito. «Sei solo uno stronzo che scopa delle poveracce illuse. Mi fai vomitare».

Lui provò a dire qualcosa, ma l’unico suono che uscì dalla sua bocca furono il pianto distorto da mezze parole prive di senso e significato.

«Non osare mai più avvicinarti a me o rivolgermi la parola,» aggiunse la ragazza, per poi promettere: «E se solo ti lasci scappare una parola su quanto è accaduto questo pomeriggio, giuro che ti faccio finire in tanta di quella merda che ci annegherai. Intesi?»

Il ragazzo provò a dire ancora qualcosa, ma lei lo ignorò. Usci velocemente di casa, perché sentiva che la scarica dell’adrenalina che le stava circolando in corpo si sarebbe esaurita in pochi minuti e non voleva trovarsi lì quando fosse accaduto. Non chiuse la porta alle sue spalle ma corse attraverso il vialetto, mentre un paio di persone, probabilmente dei vicini allertati dalle grida provenienti dalla camera di Adriano, si erano riversati in strada e avvicinati. Linda li ignorò, chiedendosi comunque se avessero intuito cosa stava per accedere lì dentro.

Percorse a perdifiato la via, attraversò l’incrocio guadagnandosi un colpo di clacson e superò un’altra strada, infilandosi in un percorso ciclistico che la portò ad un campo giochi. Per quanto la piccola parte di cervello razionale che in quel momento ancora le funzionava sapesse che lui non sarebbe andato a cercarla da nessuna parte, lei decise di essersi allontanata a sufficienza solo in quel momento. Con le gambe che la imploravano di fermarsi, il cuore che sembrava scoppiare ed i polmoni prossimi a collassare, si fermò ad una panchina. Un centinaio di metri più in là, nel lungo prato falciato di fresco, alcuni bambini correvano e vociavano sotto lo sguardo attento di alcuni adulti. Linda abbracciò le gambe tenendole contro il seno, appoggiò a testa tra le caviglie sentendosi svuotare da ogni erg di forza, e lasciò uscire dagli occhi tutto il dolore che, negli ultimi minuti, si era unito a quello che nei giorni precedenti le aveva gravato sull’anima, sebbene singhiozzando meno rumorosamente dello stronzo che aveva appena picchiato.

Quando si sentì relativamente meglio, per quanto non potesse dire di stare bene, si sciolse dall’abbraccio, scivolò giù dalla panchina e raggiunse una fontanella nei pressi, dove si sciacquò la faccia dal dolore che le aveva rigato le gote e bevve un po’ per liberarsi la gola dalla profonda delusione che aveva ingoiato e cercato di espettorare. Tornò a sedersi alla panchina, sempre accompagnata dalle fastidiose grida dei bambini e da un dannato tordo che non smetteva di zirlare.

Linda estrasse il telefonino dalla tasca della maglia, fissandolo. Fino a pochi giorni prima era un portale magico verso la felicità, dal quale poteva sentire una voce che riempiva il suo cuore di gioia. Ora, invece, quell’incantesimo si era rotto e non era nient’altro che un costoso pezzo di plastica che pesava nella sua tasca e le ricordava solo quanto sarebbe stata triste per il resto della sua vita.

Ma forse… Lo sbloccò, raggiungendo la rubrica. Restò un istante fissando lo schermo, contemplando un nome mentre la sua memoria si riempiva delle emozioni che aveva provato tra le sue braccia, chiedendosi se premere o meno. Fu quasi un’azione decisa dal suo dito quella di toccare il monitor.

***

Tommaso abbandonò il grosso pezzo di lamiera che aveva in mano su un bancale, provocando un rumore di metallo che si disperse nel baccano cacofonico che rimbombava nel capannone. Sentì in una tasca della tuta da lavoro il cellulare vibrare con forza quando si rimise in posizione eretta.

Si tolse i guanti antitaglio riponendoli nell’altra tasca, poi cercò un po’ di privacy uscendo nel piazzale posteriore, dietro ad una catasta di fogli di alluminio zincato. Lanciando un’occhiata al cielo notò che il sole era ormai nel pieno del suo percorso di discesa, e il suo turno sarebbe durato ancora qualche ora.

Controllò che non ci fosse nessuno dei capi nei paraggi e recuperò il telefono dalla tasca. Una fitta si espanse nel suo petto, prendendogli il cuore e abbassandogli gli angoli della bocca quando lesse il nome sullo schermo.

Linda… perché non smetteva di chiamarlo? Sapeva che non le avrebbe più risposto. Era certo che ogni volta che lei cercava di contattarlo si sentiva male quanto lui nel vedere il suo nome. Abbassò gli occhi a terra, incapace di non ripensare quanto fosse stato meraviglioso baciarla. Alla dolcezza di lei quando avevano fatto l’amore nel suo letto…

Dovette stringere gli occhi per non iniziare a lacrimare.

Senza vedere, usando la memoria muscolare, appoggiò il dito sull’icona rossa sotto l’immagine del viso angelico di quella dea e rifiutò la chiamata, sentendo come se avesse dato una sberla a quella meravigliosa creatura.

Avrebbe dovuto bloccarla, si disse. Avrebbe davvero dovuto, per il bene di tutti e due.

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