Linda la nerd

Chapter 35 - "Conosco una rossa che ti piacerà tanto e sostituirà Tania alla perfezione"

Mentre Linda si avvia nei boschi alla finale della gara di pompini, Tommaso decide di prendere il coraggio e scoprire cosa nasconde davvero Tania...

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Linda sedeva sul bordo del suo letto, silenziosa, lo sguardo abbassato sul tappeto. L’unico suono che sentiva era l’aria che sibilava nel suo naso, ostruito dalla costernazione che da tutta la mattina l’aveva coperta come un abito di stracci puzzolente e lercio, troppo sconvolta per riuscire a pensare ad altro, ma ormai anche passiva a ciò che l’attendeva da non riuscire nemmeno a piangere per trovare un po’ di sollievo una volta finito.

L’eccitazione e lo sconcerto che avevano animato le ore precedenti la sua prima esibizione alla gara di pompini erano completamente assenti, soppiantati da una sensazione, da una certezza che se si fosse presentata o meno alla vecchia segheria e inginocchiata davanti al suo giudice non sarebbe cambiato nulla: tutto stava degenerando. Le acclamazioni per il suo incredibile pompino, che avrebbero dovuto portarle gloria e rispetto tra i suoi compagni di scuola, in realtà l’avevano fatta passare dalla categoria di “sfigata” a quella di “puttana che lo succhia divinamente”, e chiunque le rivolgesse la parola lo faceva esclusivamente perché voleva il suo viso in mezzo alle proprie gambe o per rubarle i segreti della sua bravura.

L’uomo che amava l’aveva lasciata proprio perché si era presentata a quella squallida gara, e Linda soffriva come mai prima di allora per quella perdita. Avrebbe dato la vita per passare un altro giorno tra le braccia di Tommaso, per essere di nuovo sua come quel giorno nella sua camera. Ma lui, abbandonandola schifato, le aveva dimostrato che era solo una sciocca ragazzina, non le giovane e intelligente donna che credeva di essere.

E, come se non bastasse, quella troia di Francesca aveva corrotto i giudici perché lei venisse squalificata, incapace di credere che Linda potesse essere migliore di lei… Solo l’intervento di Tania aveva le aveva permesso di rientrare a far parte della sfida, ma con quale prezzo? Perdere la propria verginità sessuale con quei tre figli di puttana quando l’aveva promessa a Tommaso, il quale gliel’avrebbe presa con dolcezza e non…

Gli occhi dalle iridi azzurre di Linda si chiusero mentre il suono di un sospiro si diffondeva nella stanza immota ed un paio di gocce di dolore solcavano le sue gote, scivolando fino alle labbra che da giorni non illuminavano il suo viso con un sorriso sincero.

Si concesse qualche attimo per commiserarsi, un’eco buia che rimbombava nella sua mente, annodandole la gola, poi riaprì gli occhi e tirò su con il naso. Lanciò un’occhiata alla sveglia che si trovava sul comodino accanto al letto dove Tommaso le aveva fatto scoprire cosa fosse l’estasi sessuale. A quel pensiero sentì la disperazione avventarsi sulla sua anima, ma non aveva più tempo da perdere: mancava un’ora e mezza alla gara e doveva avviarsi.

Si alzò dal letto e prese il telefonino che aveva lasciato in carica sulla scrivania, accanto al coniglietto di pezza Pato, ora sdraiato su un lato, quasi fosse improvvisamente morto di dolore. Linda allungò la mano per prendere il cellulare, ma non poté evitare di accarezzare il peluche, come se questo potesse infonderle un po’ della illusoria felicità che riempiva i primi anni della sua vita e scacciare la realtà che aveva incontrato poi, crescendo.

Avrebbe voluto dirgli qualcosa, sebbene fosse cosciente che era un pupazzo, ma dalla sua gola sarebbero usciti solo singhiozzi.

Prese il telefonino, lo staccò dal cavetto che ricaricava la batteria e scrisse a sua madre, in quel momento al lavoro al ristorante, che avrebbe passato il pomeriggio da un’amica, nel caso fosse tornata a casa e, non trovandola, le avesse chiamato, magari mentre era intenta a spompinare uno di quelli che le avevano sfondato il culo. Un attimo dopo apparve una scritta, in cui la donna le augurava di passare un piacevole pomeriggio in buona compagnia.

La ragazza osservò per qualche istante il messaggio, delusa da sé stessa e in colpa per aver mentito a sua madre.

Prima di uscire bevve un bicchiere d’acqua per mandare giù un’aspirina con la quale cercare di contenere l’emicrania che le stava crescendo dietro la fronte, sebbene sapesse che non era altro che il pianto che non era stata in grado di liberare.

Si avviò nel primo pomeriggio lungo le strade di Caregan praticamente vuote, con la gente a casa a vedere in tv le ultime giornate del campionato di calcio, o il motociclismo, o a godersi la compagnia della propria famiglia. Anzi, notò mentre camminava verso il bosco dove avrebbe preso di nuovo il sentiero per raggiungere la vecchia segheria, sembrava girasse solo una macchina blu con quel coso dietro, quello che usano le auto da corsa di Formula uno per non prendere il volo quando raggiungevano le velocità massime.


Tania appoggiò lo zainetto sul tavolo in salotto dopo che lei e Tommaso furono rientrati in casa.

«Vado a farmi una doccia per togliermi di dosso la puzza di sudore,» proclamò con una voce piatta, che lasciava capire al ragazzo che una profonda agitazione si muoveva ancora dentro di lei. «Dopo vado al lavoro, ma questa sera dovremo parlare».

Cosa che non avevano fatto per tutto il viaggio di ritorno in auto, considerò il ragazzo. Certo, appena avevano lasciato il parcheggio in montagna Tania aveva provato a dire qualcosa riguardo a ciò che era successo mentre stavano facendo sesso in mezzo ai ruderi e a giustificare il proprio comportamento, ma lui non aveva risposto se non a monosillabi, simili a chiodi da ferrovia piantati nelle frasi di lei perché non portassero da nessuna parte. A Tommaso non interessavano le scuse di Tania, le cazzate che avrebbe sciorinato per intortarlo di nuovo e fargli fare quello che lei voleva.

Perché ora aveva capito, si disse, e finalmente. Era da lungo tempo che Tania lo ammansiva con il sesso e lo riempiva di frottole, facendogli credere che le cose andassero secondo la propria versione, edulcorata per i propri interessi. Chissà che cosa gli nascondeva, quali segreti celava…

Per tutto il tempo che aveva passato seduto sul sedile, quel senso di rabbia che lo aveva pervaso durante la scopata e che lo aveva quasi portato a possedere analmente Tania aveva alimentato i pensieri di Tommaso mentre cercava di capire cosa stesse realmente succedendo, come benzina gettata sul fuoco che faceva bollire le sue idee. Troppe cose succedevano in modi sospetti, in tempi sbagliati da quando stava con Tania, e lui voleva vederci chiaro.

“Ma come?” era stata la vera domanda. Di certo non avrebbe potuto domandare a Tania, la quale probabilmente si sarebbe spalmata contro di lui, il suo grosso seno premuto contro i suoi pettorali, la voce che si abbassava per essere più suadente, le mani che lo sfioravano nei punti giusti, e in breve l’afflusso di sangue che doveva sostenere le sue facoltà mentali sarebbe stato deviato per qualcosa di più primitivo ma che la parte rettiliana della sua mente riteneva più importante e piacevole.

No, doveva chiedere a qualcun altro, magari alle sue amiche o alle colleghe di lavoro, o…

Fu il telefonino stesso di Tania a suggerirgli chi interrogare quando emise un suono per avvertire che un messaggio era stato consegnato, perdendosi nel suono dell’acqua che scrosciava nella doccia. Tommaso riportò alla realtà la sua mente e fissò lo zainetto, da cui era giunto l’allarme. Ricordò che la ragazza, mentre risalivano il sentiero, aveva scattato un paio di foto, poi aveva risposto il cellulare in una tasca esterna, essendo i pantaloncini troppo stretti per infilarlo nelle tasche. Poi doveva averlo dimenticato lì in seguito alla sfuriata.

In un attimo il piccolo computer era nella mano destra di Tommaso, fissando il proprio viso riflesso, scuro, nel piccolo schermo. In altre occasioni non avrebbe osato nemmeno guardare l’immagine della schermata di blocco del telefono della sua trombamica, ma in quel momento…

Non ebbe nemmeno bisogno di pensare che era comunque bloccato da un codice pin e da chissà quali altre diavolerie informatiche: un attimo dopo l’immagine del suo viso era ripresa dalla telecamera del proprio telefono, che si sbloccò. Un paio di colpi di pollice e stabilì una telefonata.

«Ohilà, Tommaso,» salutò la voce di Paolo dal piccolo altoparlante integrato. «Com’è andata la camminata?»

Il ragazzo parlò sottovoce e velocemente. «Mi spiace, Paolo, ma è un’urgenza. Hai ancora il codice di sblocco per il telefono di Tania?»

Il collega non si dimostrò offeso: anzi, dal tono di voce, sembrò felice della scelta di Tommaso. «Controlla la posta in arrivo,» rispose. «Ah, conosco una rossa che ti piacerà tanto e sostituirà Tania alla perfezione. Ne riparliamo al lavoro,» aggiunse, quindi riagganciò.

Un istante dopo una notifica sullo schermo annunciava l’arrivo di una e-mail, che Tommaso aprì senza perdere un secondo. Il messaggio si limitava a dirgli di inserire il codice nella schermata di blocco usando la tastiera per il pin ed era seguito da una stringa numerica di quindici cifre.

«Vediamo se il tempo che hai passato nel Dark Web è valso la pena, Paolo, o se ti conveniva restare su Youporn a guardare le zoccole…» mormorò Tommaso, alzando lo sguardo verso la porta del bagno, i cui vetri erano offuscati dal vapore della doccia.

Il suo cellulare nella mano sinistra e quello di Tania nella destra, il ragazzo digitò velocemente quanto compariva nella e-mail, sbagliando un paio di volte per la fretta e imprecando quando ricominciava. Quando premette “Ok” dopo aver inserito correttamente il codice, si ritrovò a fissare lo schermo, deluso che non avesse funzionato, maledicendo mentalmente il suo amico Paolo.

Poi gli chiese scusa con il pensiero quando il suo cuore ebbe un sobbalzo nel vedere la schermata di sblocco dissolversi in una serie di icone più o meno familiari.

Senza nemmeno pensarci, Tommaso premette l’icona di WhatsApp, sicuro che quello fosse la fonte migliore per scoprire cosa Tania non voleva che lui sapesse.


Le ultime case di Caregan non erano delle villette come ci si sarebbe aspettato, ma un paio di austeri, bassi condomini marroni che, agli occhi di Linda, non potevano competere con la sobria bellezza di quello in cui abitava lei. Non sapeva chi ci vivesse, ma di certo non dovevano essere felici di avere un sentiero che si staccava dalla strada asfaltata e si introduceva tra gli alberi del bosco appena oltre, con turisti ed escursionisti che lo percorrevano per raggiungere le proprie destinazioni, soprattutto per il fatto che dovevano lasciare la propria auto nel piccolo parcheggio nei pressi. Quella domenica, comunque, non sembrava esserci molto traffico, considerando che c’erano solo una Volvo rossa e, di nuovo, la Subaru blu con quell’alettone sul retro.

Non che importasse molto alla ragazza, poiché non aveva ancora nemmeno la patente, e in quel momento, se l’avesse avuta insieme ad un’auto, sarebbe fuggita oltre l’orizzonte pur di non andare a quella dannata gara. Ormai, però, era tardi per ripensarci, e i primi alberi del bosco avevano cominciato a trovarsi oltre le sue spalle.

Aveva indossato una maglia con cappuccio che teneva floscio sulla schiena, e aveva messo le mani nella capiente tascona sul davanti, simile ad un tubo di stoffa, in cui aveva messo le chiavi di casa ed il telefonino. Camminava con la testa bassa, pensierosa, con gli uccelli che le urtavano i nervi con il loro dannato cantare. Le foglie marce sotto i suoi piedi scricchiolavano come se avesse camminato sopra delle patatine fritte cadute da un sacchetto gigantesco.

Un uccello, forse un merlo, lanciò un grido, poi un frullare di ali spaventate attraversò l’aria alle sue spalle. Linda si fermò, voltandosi, sbattendo le palpebre. Se fino ad un attimo fa quel bosco era una cacofonia di suoni, sembrava che all’improvviso avessero tolto l’audio all’ambiente attorno a lei.

La ragazza rimase lì un istante, e nonostante fosse la fine di aprile ed un sole imperioso fosse l’unico protagonista di un cielo azzurro, un brivido le corse lungo la schiena. Spazzò con lo sguardo il bosco attorno a lei, cercando di individuare qualche particolare fuori posto, un’ombra che si muovesse, un rumore sospetto. «C’è qualcuno?» gridò, sperando nel suo cuore che nessuno, realtà, la sentisse.

Restò ferma per dieci o quindici rapidi, interminabili colpi nel suo petto, che rimbombavano nelle sue orecchie, poi si convinse che non c’era nessuno e si voltò, riprendendo la sua strada, nella selva rimasta silenziosa.

«Come se non bastasse tutto, adesso mi immagino pure gli aggressori…» mormorò, tornando ad abbassare la testa sotto il peso della sua depressione.


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