High Utility

Chapter 9 - Episodio 8

"Quei due potevano comportarsi come dei pezzi di merda, ma non avrebbero potuto raggiungere il livello di quelle quattro troie nemmeno se si fossero messi d’impegno."

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Giada sembrava stesse facendo uno strano ballo sul posto, incapace di stare sul medesimo piede per più di qualche istante tra le sue amiche nel piazzale della scuola. Le loro stupide chiacchiere sui ragazzi erano un’insensata perdita di tempo, mentre lei aveva una novità incredibile che avrebbe fatto strabuzzare i loro occhi.

Chi mai aveva sentito parlare di qualcosa di tanto pazzesco e incredibile?

Valeria, una ragazza bionda dal viso di una bambola, la fissò, distratta dal suo racconto dell’uscita con Emanuele la sera precedente. «Cos’hai, Giada, le formiche nel culo?» domandò, irritata.

«È vero, Giada,» chiese Alice, una ragazza dai capelli castani e con una coda lunga quasi quanto la lista di amanti che sosteneva di aver portato a letto, «cos’è successo? Alla fine, Alessio ti ha fatta godere?»

Giada si sentì finalmente in diritto di mostrare la sua novità. Prese dalla tasca il suo Samsung di ultima generazione, lo sbloccò con la tipica abilità di chi lo usa con frequenza ed un attimo dopo lo voltò con lo schermo a favore delle amiche. Jennifer, Alice, Valeria e Sofia si avvicinarono, fissando il piccolo monitor, studiando confuse l’immagine che vi campeggiava.

Jennifer, quella che si definiva una nerd, una bionda dall’aria noiosa ma che nascondeva una passione per la tecnologia e parlava di astronomia con la passione le altre mettevano discutendo di astrologia, sollevò lo sguardo dal telefonino, confusa, verso Giada. «Cosa? É una ragazza in stile chibi, giusto?» disse.

«A me sembra uno di quei disegni dei cartoni animati giapponesi,» sostenne Alice.

«Sì,» spiegò Jennifer, sospirando, «il chibi è uno stile della tecnica manga. Lo si usa principalmente quando si vuole—»

Sofia fece un gesto, come a scacciare le parole della lezione di storia dell’arte improvvisata. «Tutta questa eccitazione per un disegno? Potrei scaricarne uno anch’io da Internet senza tante storie».

Giada gongolò. «Non è solo un disegno. È un NFT. Vale ben tre decimi di Ether».

Le ragazze la fissarono confuse, come se avesse detto qualcosa privo di senso. L’unica a capire qualcosa fu Jennifer. «Hai speso quasi mille euro per questo?»

«Cosa?» domandò divertita Sofia. «Spendi soldi per una .jpeg? Sei fuori?»

Le altre due non sembrarono molto più convinte della cosa, sorridendo come se avessero davanti un moccioso che avesse appena fatto qualcosa di imbarazzante e non volevano apparire maleducate.

La fronte di Giada si corrucciò. «Io… ma… Non sapete cos’è un NFT?»

«Un formato file di immagine?» chiese Alice. «Non ci si capisce più nulla tanti ce ne sono».

«No,» la corresse Jennifer, «è qualcosa che ha a che fare con la rete Etherium. Presente le criptomonete?» continuò, notando lo sguardo smarrito dell’amica. «È un… eh… contratto intelligente, mi pare si chiami così».

Alice non fu l’unica a mostrare una certa incomprensione nei tratti del viso.

«Non lo so, non mi sono mai interessata a queste cose,» si giustificò Jennifer.

L’entusiasmo di Giada stava svanendo di fronte alla palese mancanza di invidia delle ragazze a favore di una sensazione di fastidio. E sì che la cosa era così interessante: l’aveva scoperto lei stessa la sera precedente, durante la chat con la sua amica Tina, una ragazza che aveva vissuto nella sua stessa via fino a due anni prima, quando, dati gli esami di maturità, si era trasferita in America con i suoi genitori, dove aveva iniziato a studiare economia all’università. Tina le aveva spiegato cos’erano blockchain, criptomonete, contratti intelligenti, wallet digitali e soprattutto gli NFT, dicendo che poteva essere un ottimo investimento se si conoscevano i trucchi adatti. Le aveva illustrato a grandi linee il mercato, accennando a scimmie, punk in pixel art e gatti blu, i rischi e la possibilità di fare molti soldi.

«In pratica,» spiegò piccata, «questo è una specie di azione fatta da una azienda che vuole aprire i battenti e fare anime in Giappone. Quando gli anime verranno trasmessi nel mondo, il valore del mio NFT aumenterà e quando lo rivenderò ci guadagnerò molti soldi».

Le labbra di Sofia si incurvarono in un sorriso che fece stringere il cuore a Giada, ormai abituata a vederlo prima che la sua autostima venisse presa a martellate da quella serpe castana. «E quanto dovrebbe salire?» sibilò.

Giada sentì mancarsi la forza nelle gambe, rinascere in lei l’insicurezza che l’aveva assalita prima di investire tutti i suoi risparmi in qualcosa che aveva compreso solo in parte. In minima parte, ad essere sincera. «Tina,» balbettò, mentre sentiva lo sguardo delle ragazze diventare simile a puntatori laser di fucili di precisione pronti a colpire ogni sua incertezza, «la… la mia amica… dice che certi vengono… venduti anche a mezzo milione di euro…»

Il sorriso velenoso di Sofia aumentò di intensità. «Ah, certo, mezzo milione. Per il disegno di una vestita da scolaretta, con un coso che sembra un coniglio in testa e una spada. Come dire che non possono copiarlo e averlo aggratis, eh?»

«Tecnicamente è una katana,» la corresse Jennifer, la voce corrotta dal divertimento della gogna che si stava creando, «o magari è una wakizashi, che…»

L’imbarazzo di Giada stava trasparendo sui suoi lineamenti. «Ma… tecnicamente non sono duplicabili… la bloc-cein non…»

«La cosa?» domandò Sofia, incapace di trattenersi o, forse, decisa davvero a calcare la mano oltre il dovuto. «La cio-cio-cein?»

Le altre tre ragazze scoppiarono in una risata tanto fragorosa da rappresentare alla perfezione il suono della frana che travolse e seppellì l’autostima di Giada, con gli altri studenti attorno a loro che si voltarono e guardarle, alcuni sogghignando per riflesso.

La ragazza si sentì sopraffatta da un’ondata di imbarazzo e derisione come mai prima aveva provato. Non tentò nemmeno di aprire bocca o, ne era certa, si sarebbe messa a piangere davanti a tutti, e il magone che le aveva serrato la gola come un anaconda con la sua vittima non le avrebbe permesso di emettere il più semplice vocabolo. Con la dignità ormai a pezzi, e per impedire che venisse polverizzata totalmente, si mise il telefonino in tasca e si voltò, cercando conforto nella compagnia di Luca e, dopotutto, anche in quella di Alessio. Quei due potevano comportarsi come dei pezzi di merda, ma non avrebbero potuto raggiungere il livello di quelle quattro troie nemmeno se si fossero messi d’impegno.

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