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Chapter 59 - Episodio 58

"Le gattonò sopra, le appoggiò la punta del cazzo contro l’ano e poi si sdraiò sopra di lei, scaricando il proprio peso sulle braccia e sulle gambe. Come lui, la sentì sospirare quando le penetrò con lentezza, poi le baciò il collo. «Sei bellissima,» le disse in un orecchio, «ma anche un filino rompipalle»."

WK
William Kasanova

10 months ago

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Luca sentiva la rabbia e la frustrazione crescere in sé. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente per riuscire a schiarirsi la mente, allontanando quelle emozioni che stavano bruciando i suoi muscoli e la sua volontà di comportarsi come una persona civile, ma l’aria della camera, resa viziata dall’odore di sesso e desiderio della ragazza, quasi lo disgustò. Si chiese se, realmente, l’atmosfera delle camere da letto di Samantha e Flavia, appesantita dai vapori delle loro eccitazioni sessuali, lo avesse fatto impazzire di voglia di possederle ulteriormente o, piuttosto, schifato fin quasi al vomito come in quel momento.

«Cosa vuoi farmi, Giada? Una sega?» domandò lui, lasciando che nella sua voce trasparisse tutta la sua insoddisfazione.

La voce della ragazza fu quasi sbrigativa. «Tanto godi e ti svuoti lo stesso».

Lui sbuffò, poi aprì gli occhi. Fu sul punto di ribattere, ma si trattenne. Se c’era una cosa che aveva scoperto della ragazza, era che, in qualche modo, finiva sempre con il trovare un modo per avere lei ragione, anche quando non era affatto così. Era come discutere con una frana lanciata contro di lui, cercando di convincerla a fermarsi.

Ebbe per un attimo la tentazione di ricordarle che, la prima volta, alla festa, lei si era presentata nuda davanti a lui, si era inginocchiata e se l’era messo in bocca. Lei avrebbe risposto che lo faceva ancora, o che quella volta aveva voluto sedurlo, e non doveva più considerare quell’evento. E poi, aggiungeva, la sua bocca non era quella di una troia come la rossa o la madre della stessa, facendo arrabbiare Luca, cosa che lui aveva compreso essere parte della tattica di Giada per farlo sentire in colpa e plagiarlo.

«Almeno dammi il culo…» propose lui, prossimo a sentirsi sconfitto. L’erezione stava per abbandonarlo, ma, forse, le magnifiche chiappe di lei avrebbero risvegliato il suo desiderio.

Lei mise il broncio. «Sono stanca, Luca… non mi va di saltellare su e giù, e poi è una posizione scomoda…»

Luca trattenne a stento un impeto di furia. Sentì i muscoli delle braccia irrigidirsi e i pettorali contrarsi: in quel momento provò la stessa sensazione che viveva quando veniva preso in giro a scuola. «Potresti metterti a pancia in giù,» propose, la voce appiattita dalla rabbia repressa. «Mi arrangerò da solo».

La ragazza parve poco convinta, quasi non volesse dargli la soddisfazione, come se potesse perdere una parte del proprio potere su di lui in quel modo. Però, alla fine, cedette, o piuttosto lo graziò. «Va bene,» concesse, girandosi, e a Luca parve ci impiegasse più tempo e usasse più movimenti del dovuto. Per essere una diciottenne che stava per avere un rapporto anale, che a suo dire era una cosa che amava e che aveva tenuto solo per lui, sembrava piuttosto una settantenne che si voltava, costretta a ricevere una dolorosa iniezione in un gluteo da un infermiere incapace.

Lui scacciò quel pensiero, e contemplò la figura nuda e di schiena di Giada. In realtà, ammirare quel sedere che si innalzava maestoso, pronto ad accoglierlo, meritava ogni sua singola attenzione mentale e, presto, anche fisica. Non poté trattenersi dall’avvicinare le labbra ad un gluteo e baciarne la perfezione. «Che meraviglia…» sussurrò abbastanza forte perché la ragazza potesse sentire chiaramente. Lei si mosse un po’, forse in risposta a quel complimento. Luca afferrò con entrambe le mani le chiappe e cominciò a massaggiarle, percependo un soddisfacente e piacevole effetto sulla sua erezione; le premette, le strinse con le dita, poi le separò, svelando la valle al loro interno e il buco che custodivano.

Le gattonò sopra, le appoggiò la punta del cazzo contro l’ano e poi si sdraiò sopra di lei, scaricando il proprio peso sulle braccia e sulle gambe. Come lui, la sentì sospirare quando le penetrò con lentezza, poi le baciò il collo. «Sei bellissima,» le disse in un orecchio, «ma anche un filino rompipalle».

Giada rispose con un po’ troppo brio. «Noi ragazze lo siamo».

La rete cominciò a gemere mentre lui iniziava a muoversi dentro il retto della bionda. Era un suono lento, grave.

Luca cominciava a sentire lo stimolo ripresentarsi, e questa volta non aveva intenzione di perdere l’opportunità di avere lui un orgasmo dentro la sua fidanzata. Era più di un’ora che si prodigava per la felicità e soddisfazione di Giada, e riteneva fosse giunto il suo momento. Il calore del culo gli scaldava il cazzo, la resistenza che le pareti contrapponevano era fantastica. Per un attimo pensò che Flavia e Sam non avessero più un culo così chiuso, perfetto per essere scopato.

Ma era anche vero che nessuna delle due aveva mai dato tante rogne quanto Giada…

Tornò al presente, alla bionda sotto di lui che stava possedendo. Lasciò che le sue emozioni provenissero dal corpo meraviglioso che stava scopando, dal profumo della pelle e della morbidezza dei capelli, lo invadessero. Prese una tetta, stringendola e sentendo che il suo stimolo aveva fatto un balzo avanti, un senso di obnubilazione che stava offuscando tutta la sua coscienza che non fosse puntata sul suo inguine prossimo ad esplodere. Afferrò inconsciamente, quasi più un movimento istintivo che voluto, la gola della ragazza, e sussurrò: «Adesso sei mia, puttanella…»

Fu quasi come se fosse improvvisamente esploso un terremoto nella stanza, la sua coscienza che veniva totalmente, dolorosamente svegliata quando lei si mosse sotto di lui come una gatta idrofoba, urlando: «No! Cazzo! No!»

Luca si spostò da lei, più spaventato che altro, ma nonostante questo riuscì ugualmente a ricevere una gomitata nel costato, strappandogli un gemito. «Che diavolo, Giada…»

«Non farlo mai più, pezzo di merda!» strillò lei, girandosi. A tre zampe, una mano che copriva il punto all’altezza della milza in cui la ragazza lo aveva colpito, il ragazzo ebbe l’impressione che Giada fosse diventata più grossa e, dovette ammettere con sé stesso, le fece scattare qualche istinto atavico che si attivava solo in presenza di un predatore. Inconsciamente, si allontanò fino al bordo del letto, alzandosi in ginocchio per avere le mani libere nel caso lo attaccasse davvero.

Lo sguardo della ragazza, in realtà, non sembrava nemmeno quello della stessa persona che, fino a pochi minuti prima, aveva avuto un paio di orgasmi, ma quello di una folle che sembrava uscita da un film dell’orrore, più precisamente della protagonista che seminava morte dopo aver fatto sesso con qualcuno per poi cibarsi delle sue carni ancora calde. Fissava il suo amante mostrando i canini candidi che sembravano quelli di un vampiro o di un animale marrano.

Quasi ricordandosi che era un uomo e che aveva il dovere di difendere la propria mascolinità, Luca la affrontò, sebbene cercasse al contempo di tranquillizzarla, senza accorgersi che stava usando lo stesso metodo che metteva in campo quando si trovava di fronte il grosso pastore bernese di suo zio, che a lui, in realtà, nonostante le assicurazioni che fosse un pacioccone e che abbaiasse solo perché lo conosceva poco, instillava un profondo terrore. Mise avanti le mani, mostrando i palmi, e con la voce più tranquilla che riuscisse a trovare, cercando di trattenere la rabbia che quella dolorosissima gomitata gli provocava, disse: «Che cosa diavolo hai, Giada? Un attimo prima sei…»

«Che diavolo ho?» le fece eco lei, furiosa, «Mi tratti come una puttana, ecco che diavolo ho!»

Luca si lasciò sfuggire dalle narici uno sbuffo di collera. «Mi dai dello stronzo e del pezzo di merda, ma se ti chiamo affettuosamente “puttanella” ti incaz…»

«“Puttanella” le chiami quelle troie di Samantha e della tua ex! Stronzo!»

Il ragazzo sentì letteralmente i muscoli del suo viso perdere la forma che avevano assunto per dissimulare la rabbia che ardeva dentro di lui, crollando in un’espressione che lasciava trasparire solo in parte cosa stava davvero vivendo. Era perfettamente a conoscenza dell’odio che Giada provava verso di loro perché erano state le sue donne al posto suo per diversi mesi, ma in quel momento, sentirglielo dire di nuovo, considerando anche come si era comportata con lui pochi minuti prima, fu più doloroso della botta nell’addome.

Luca abbassò le mani, quasi sperando che lei passasse alle vie di fatto solo per avere una scusa per darle un paio di sberle, ma improvvisamente si sentì disgustato anche solo all’idea di toccare di nuovo la ragazza che aveva appena cercato di possedere analmente. Non ci fu alcuna emozione nella sua voce quando le disse di vestirsi ed andarsene a casa sua.

Giada accusò il colpo, il suo sguardo che passava da furia assassina a sbigottimento in una manciata di secondi. Sbattè le palpebre, balbettando: «Cosa… Luca, io… non…»

Lui diede il buon esempio, scendendo dal letto, nascondendo la smorfia di dolore che il movimento del costato gli causò, e prendendo i vestiti a terra. Senza guardarla, si infilò le mutande, ringraziando il cielo che non le avesse messe al contrario. Quando sollevò lo sguardo sulla ragazza, quella sembrava ancora confusa, ma lo fu solo per un istante: subito assunse l’espressione che aveva sempre quando voleva fare sesso. Luca si chiese quanto fossero reali le altre volte che glielo aveva visto in faccia e che lo aveva portato a darle piacere senza ottenere anche lui quanto si sarebbe meritato.

«Dai,» cominciò lei, sedendosi sui polpacci e spostando le braccia all’indietro, mettendo bene in vista il grosso seno, che iniziò ad ondeggiare quando prese a ruotare leggermente il busto a sinistra e a destra e mordendosi il labbro inferiore, «facciamo la pace. Il mio culetto ha ancora…»

La testa di Luca sbucò dalla maglietta. «Il tuo culetto si alza e se ne va. Devo studiare e non mi piace avere attorno nessuno quando faccio i compiti».

Palesemente basita, Giada si trovò con la bocca aperta ma senza nessuna parola da pronunciare. Rimase qualche secondo ferma, nuda, i seni che smettevano di ondeggiare: al ragazzo diede quasi l’impressione di una statua di creta di un sogno erotico che si stava asciugando e solidificando. Per la fortuna di entrambi, parve comprendere che sarebbe stato non solo inutile ma anche peggio cercare di ribattere e, sconfitta, scese anche lei dal letto e cominciò a rivestirsi.

Pochi minuti dopo, Luca ebbe comunque la creanza di accompagnarla alla porta dell’appartamento. Giada si voltò prima che lui chiudesse la porta, usando la tipica tattica del far sentire in colpa il partner.

«Chiamami, quando ti sarà passato,» gli disse, con una punta di offesa nella voce.

«Se continui così, mi passerà presto,» rispose Luca, senza specificare il soggetto, poi la salutò senza calore e chiuse la porta prima che la ragazza potesse domandargli cosa intendesse.

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