La supplente di matematica

Chapter 3 - Le fighe vengono dal paradiso, le professoresse dall'inferno

"Sbatto le palpebre un paio di volte nel tentativo di togliere dai miei occhi Sandra appoggiata con le mani alla lavagna, che ansima il mio nome mentre le stringo da dietro le grosse poppe e scopo quel culo formato da due sfere perfette."

WK
William Kasanova

11 months ago

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La gomitata al braccio mi fa scivolare il dito e manco lo zombie, che si scaglia contro di me. «Porca puttana,» sibilo.

«Ma alla fine, secondo te, chi ci hanno appioppato al posto della vecchia strega?»

Sospiro dal naso, sollevando lo sguardo dallo schermo dello smartphone dove stavo battendo il mio record e lo sposto su Nando, accanto a me. «Ma che vuoi che me ne freghi? Tanto, un professore di matematica vale l’altro, sempre gente che crede che imparare qualcosa che va oltre la divisione serva a qualcosa nella vita».

«Ma non sei curioso di sapere chi c’è di nuovo?»

La mia curiosità a riguardo era durata solo la prima settimana dopo la scoperta che la Mancuso sarebbe finita in ospedale a farsi operare, poi era scomparsa. Non avevo dato molto peso alla cosa, più che altro stupito da quanto, invece, lo fossero i miei compagni: avevano indagato se potesse essere un professore della scuola il sostituto, ma quando erano giunti alla conclusione che non fosse qualcuno che conoscevamo era iniziata una lotteria su come potesse essere chi sarebbe giunto dall’esterno.  Ben presto, la possibilità che fosse una donna bella venne scartata, in nome di una forza cosmica che poteva vagamente essere paragonata alla sfiga (oltre al fatto che nessuna donna avvenente avrebbe voluto finire in una classe di due dozzine di maschi diciottenni che erano più interessati al seno posto su un busto a quello che si accoppiava con il coseno e che il termine “novanta gradi” faceva venire alla mente più facilmente la posizione della pecorina piuttosto che l’angolo retto), sostituita da qualche tizio poco simpatico, che ben presto assunse l’aspetto di un grigio impiegato con gli occhiali spessi, un vestito grigio slavato e pochi capelli con un riporto (“tipico dei matematici, avere il riporto”, aveva sostenuto il buffone della classe, quando l’aveva proposto, e, per quanto fosse una scemenza, era diventato la capigliatura ufficiale del mio modello mentale del futuro supplente).

Il suono del campanello interrompe i miei pensieri, «A momenti lo sappiamo».

Nando stringe le braccia al petto, mettendosi a sedere più comodo sul banco. «Voglio essere fiducioso che sarà qualcuno di simpatico».

Rido. «Un professore di matematica simpatico? Bella, questa».

Qualcuno compare sulla porta dell’aula, è quel bastardo di un preside che ci scopre in giro per l’aula a lezione iniziata. Picchia il pugno sul piano della cattedra, vociando: «Insomma, dove credete di essere? In una bettola? Seduti!»

La facilità con cui appioppa sospensioni e convoca le famiglie è uno stimolo più che sufficiente a farci eseguire il suo ordine. Ognuno corre al suo posto e l’unico rumore è lo strisciare dei gommini consunti sotto i piedi degli sgabelli quando ci sediamo zitti. Lo sguardo assassino dell’uomo passa al setaccio la classe e, soddisfatto, si schiarisce la voce: «Non facciamo brutte figure con l’insegnante di matematica che sostituirà Lina Mancuso, ci siamo intesi?».

Il mutismo che usiamo come risposta è ben accetto dal preside più di qualsiasi scusa. Senza togliere completamente quell’espressione di disgusto dalla faccia, riprende a parlare in direzione della porta: «Prego, professoressa Nobili, si presenti alla classe».

Sembra che a nessuno dei presenti sia sfuggito quel “professoressa” a giudicare dal mormorio che si solleva nell’aula, ma termina subito, quando restiamo evidentemente tutti a bocca aperta nel momento in cui la nuova insegnante fa un elegante ingresso nella classe e una devastante entrata nelle nostre fantasie erotiche a lunghe falcate con le sue chilometriche gambe appena coperte da un tubino grigio tanto corto da lasciar quasi vedere le ginocchia.

«Cazzo, che pezzo di figa…» sussurra incredulo Nando. «Adesso sì che la matematica diventa la mia materia preferita…»

 Forse diventare la mia, di materia preferita, no, ma adesso le lezioni di matematica assumono un aspetto molto migliore, passando dal muso pieno di nei pelosi della Mancuso a quel corpo magro e pieno di curve, un viso ben curato e… cazzo, quelle due tette gonfie, calamitano la mia attenzione come solo quelle della Tadini, nel suo calendario, sono in grado.

«Buongiorno, ragazzi,» saluta la donna, sorridendo, «mi chiamo Sandra Nobili e sarò la vostra insegnante di matematica per le prossime settimane, mentre la professoressa Mancuso resterà fuori. Spero che potremo andare d’accordo e usare proficuamente il tempo che passeremo insieme».

«Mi raccomando…» tuona il preside, passando lo sguardo su ciascuno di noi al pari del fascio di luce di un proiettore di un carcere che controlli che nessuno stia compiendo un crimine. Ma, per quanto aumenti il cipiglio o l’asprezza della voce, nulla impedisce alla nuova insegnante di essere in quel momento nuda e posseduta più o meno volontariamente all’interno della mente di ventiquattro studenti arrapati davanti a quel capolavoro coi capelli castani lunghi fino alla schiena.

Sbatto le palpebre un paio di volte nel tentativo di togliere dai miei occhi Sandra appoggiata con le mani alla lavagna, che ansima il mio nome mentre le stringo da dietro le grosse poppe e scopo quel culo formato da due sfere perfette. È una delusione vederla tornare coperta da abiti mentre si accomoda alla cattedra.

Dopo un ultimo sguardo assassino, il preside saluta l’insegnante e, finalmente, ci libera della sua presenza. Sandra prende il registro cartaceo, lo apre e afferra una penna.

«La Sandrini è ancora rimasta al tempo che la frequentavo io…» confessa, mentre toglie il tappo della penna. Ci guarda, sorridendo: «Lina Mancuso è ancora così terribile come quando era la mia prof di matematica?»

Nel vocio che ne segue, nessuno la smentisce, sia perché è una verità inoppugnabile, sia perché nessuno sarebbe tanto pazzo da dare torto ad una figa simile.

«Va bene, cominciamo con l’appello, almeno associo i vostri nomi ai vostri volti sbarbatelli. Michele Balestri”.

Dal fondo dell’aula proviene un ‘presente’. Sandra solleva lo sguardo e studia per qualche istante l’alunno, come a memorizzare il suo aspetto o per lo meno la sua posizione nel locale. Annuisce e torna a leggere la lista.

«Giovanni Del Dario».

La mia attenzione scivola dalla litania mattutina dell’appello all’aspetto delicato e dolce della donna, alle sue labbra scure quasi quanto le sue pupille, al suo mento appuntito e… le sue tette, cazzo… inspiro mentre contemplo quelle tette. Di nuovo mi scopro ad immaginare le mie dita che le afferrano e sprofondano nelle morbide poppe. Una profonda eccitazione scalda il mio basso ventre e colma la mia mente ma soprattutto le mie mutande. Spingerla contro un muro, baciare quelle labbra gonfie e sentire il mio cazzo che scivola nella sua fica bagnata e…

Nando mi assesta una gomitata, strappandomi dal mio sogno ad occhi aperti. Lo fisso senza nascondere la mia collera ma lui, ignaro di quanto ha appena interrotto, con un cenno della testa, mi indica la versione reale della protagonista della mia fantasia erotica. Sta pronunciando per la seconda volta il mio nome.

Come risposta inconscia, mi alzo in piedi. «Presente!» E, temendo che possa essere visibile attraverso i pantaloni la mia erezione, sposto le mani sul banco, bloccando la visuale sul mio pacco dalla cattedra. Il dubbio che abbia pronunciato quella parola con una voce che possa essere facilmente associata a pensieri poco adatti se rivolti ad un’insegnante mi contorce le budella.

Sandra, però, pare non farci caso, o forse è abituata a diciottenni che, quando la guardano, la vedono principalmente nuda e cosparsa di sborra. «Bene, Gabriele Pierobon, sono felice che anche tu sia dei…»  Si blocca, fissandomi come se stesse riconoscendo una persona che non vedeva da anni. «…nostri. Perdonami la curiosità… non considerarti obbligato a rispondere… ma sei forse parente di Daniele. Daniele Pierobon?»

Un mormorio divertito si solleva attorno a me. Nonostante siano passati anni, Daniele è ancora un personaggio famoso, e non solo a scuola. Non ho la necessità di rispondere perché diverse voci lo fanno al posto mio, e in molte di queste è facile riconoscere una forte dose di ironia. Bastardi, siete solo dei poveri stronzi invidiosi di mio fratello…

Sandra alza la voce per riportare la quiete in aula. «Va bene, va bene! Adesso terminiamo l’appello, poi spero vi vada di imparare quanto è meraviglioso il mondo della radice cubica”.

Il mormorio divertito si trasforma in blanda protesta.

«Ah, non me ne frega niente: quand’ero io al vostro posto subivo, e adesso che sono qui mi vendico su di voi. Se mai voleste diventare insegnanti, e pregate di non avere mai un pensiero tanto stupido, potrete imporre a dei ragazzini indifesi qualsiasi argomento vi aggradi maggiormente. E adesso silenzio o passo a trigonometria. Dov’eravamo? Diego Rizzo».

Riprende l’appello, ma ho l’impressione che, prima di controllare chi abbia risposto e alzato la mano, mi fissi per un lungo istante, con gli angoli della bocca che si sollevano di una virgola e gli occhi che si chiudono appena.

Quando anche l’ultimo nome sul risvolto del registro viene letto dall’insegnante e qualcuno risponde di essere presente, Sandra chiude il libro e si appoggia più comodamente sulla sua sedia. Ruota le gambe verso l’esterno della cattedra, accavallandole: io, dalla mia posizione discostata, quasi addosso al muro dell’aula, non posso impedirmi di lasciar cadere l’occhio sulle cosce che si muovono nel tubino che si resta sollevato un po’. Il battito del mio cuore diventa un martello nelle mie orecchie quando mi scopro a fissare nell’ombra, in mezzo alle gambe, cercando di scorgere il colore delle mutandine che indossa la professoressa. Respiro a tratti, mentre quelle gambe lunghe e toniche si aprono troppo poco per mostrare qualcosa, e la gonna è d’impaccio per la mia curiosità.

Sollevo lo sguardo, sicuro di incrociare quello di Sandra, ma la donna sta controllando qualcosa nel libro di matematica, incurante di quanto ho appena commesso. Gira un paio di pagine, assorta nella lettura, quindi lo chiude. «Visto che mancano un paio di mesi agli esami, e sono sicura che la matematica sarà il vostro cruccio, penso sia meglio un po’ di ripasso… Potrei chiamare alla lavagna…» Lascia vagare lo sguardo nell’aula, poco convinta, finché non passa tutti gli alunni tranne me, dove si ferma. Deglutisco. Fa un sorriso, ma non uno di quelli che ti spingono a farne uno a tua volta.

«Pierobon… Gabriele, giusto?»

Annuisco appena. L’eccitazione che aveva infuocato il sangue defluisce nelle mie viscere, diventando malessere.

Sandra si appoggia allo schienale della sedia di pessima fattura. «Molto bene. Abbi la cortesia di alzare il culo e venire qui».

Un sottofondo di risatine e commenti invidiosi si sparge per l’aula. Ho l’impressione di non essere io quello che si stava alzando, quanto piuttosto il resto del mondo ad abbassarsi, così da giustificare la modifica della visuale sul pavimento e il banco che si dirigono verso il basso.

“Ha scoperto che ho cercato di guardarle la fica…”, penso. Una voce nella parte più profonda della mia mente suggerisce, maliziosa, che lo fa sempre: Sandra accavalla le gambe a favore di qualche studente perché cada in tentazione, poi lei lo castiga umiliandolo, perché sa che siamo tutti dei pervertiti che si sparano le seghe pensando a lei quando torneremo a casa.

Sandra sorride. Continua a sorridere con la bocca, ma gli occhi sembrano lanciare guardi di derisione. Mi fermo accanto alla cattedra, le gambe accavallate ancora puntate verso di me, come il bulbo luminoso di quel pesce degli abissi che lo usa per attrarre le prede, facendosele finire in bocca.

Cerco di distogliere la mia attenzione dal bulbo luminoso. Respirare diventa faticoso, come se la forza di volontà sia quella fisica e il mio sguardo pesi quintali.

Sandra mi studia, picchietta con il retro della penna sul piano della cattedra un paio di volte. «Va bene… Sembri un ragazzo intelligente, Pierobon, vediamo se ho indovinato. Prendi il gesso e scrivi…»

La mia mano si trova a tracciare sulla lavagna dei numeri che mi paiono cose aliene, con Sandra che sembra non volersi più fermare dal dettare. Quando finisce, mi trovo a contemplare l’equivalente di un geroglifico egizio, la bocca secca perché la saliva è diventata il sudore che sta prudendo sulla mia fronte.

Perché cazzo ci sono delle lettere in mezzo ai numeri?

«Allora, Pierobon, spiega al resto della classe cos’hai scritto,» ordina Sandra.

Fisso di nuovo ogni lettera bianca sullo sfondo nero, cercando di capire cosa cazzo abbia scritto. É una formula scientifica? Fisica? Quella cosa che serve per calcolare il… no, è…

«È un numero esadecimale» sussurra qualcuno alle mie spalle.

Sobbalzo quando il suono di una manata esplode sul piano della cattedra. Quella del preside, al confronto, pare la carezza di un ebanista sul proprio capolavoro. Anche la voce sembra quella di un cucciolo se rapportata al ruggito della donna: «Il prossimo che parla lo mando fuori a pedate nel culo!»

Mi ritrovo incapace di muovermi, come se potessi sparire dalla vista di un predatore in mezzo all’aula. Ma il predatore è a meno di un metro di distanza da me, mi fissa, e quando sposto il mio sguardo dalla lavagna alla donna che avevo fantasticato di possedere da dietro, la stessa fa di nuovo quel movimento con le gambe, invertendo la loro posizione. Da lì, poi, ho una visione perfetta del décolleté, due grosse bocce che si stringono una contro l’altra in un vestito volutamente un paio di taglie troppo piccolo proprio lì, creando un solco ancora più invitante di quanto possa esserlo quello di una figa o di due chiappe sode… Le mie narici fremono mentre mi trattengo qualche secondo di troppo, fissandolo, incapace di non pensare di infilare qualche parte del mio corpo in quella fessura: una mano, la mia lingua… il mio cazzo eretto e reso scivoloso dalla saliva della bocca di Sandra, la cappella che si fa strada tra quelle masse di pura beatitudine, la pelle che scivolava lungo l’asta… fottere fino a sborrare su quelle grosse tette… L’eccitazione riempie le mie mutande, gonfia la tuta che, questa mattina, ho avuto la pessima idea di indossare in vista dell’ultima ora di ginnastica.

Passano secoli prima che mi renda conto che Sandra mi fissa in volto, l’espressione del suo che diventa sempre più duro mentre comprende qual è il soggetto dei miei pensieri. Poi, con la velocità di una scudisciata, i suoi occhi si abbassano sulla mia erezione.

Le sue labbra si dischiudono appena, tornando a puntare il suo sguardo contro il mio con l’intensità del puntatore laser di un’arma da fuoco. Il mio cazzo perde ogni velleità di durezza, e anzi si ammoscia al punto tale che sono certo si sia ritirato dentro di me.

Il volto di Sandra è una maschera di rabbia. «Allora, Pierobon! Riesci a rispondere o me­no?»

Ho del cotone al posto del cervello, qualcosa di simile a degli spaghetti stracotti hanno preso il posto delle mie viscere, e sembrano indecisi quale delle due uscite prendere.

La dea non alza la voce quando urla: «Vattene al tuo posto».

Le gambe tremano e un bisogno di vomitare si fa sempre più impellente mentre appoggio il pezzo di gesso sulla scrivania. Fisso le consunte piastrelle del pavimento, desideroso di non scoprire le espressioni di derisione sul volto dei miei compagni, e, a meno che il mio cuore stia battendo tanto forte da coprire ogni brusio, nessuno di loro sta comunque parlando.

Sto trascinando il secondo passo quando Sandra mi richiama. Mi volto, pronto a ricevere una ramanzina, e, invece, la scopro a cercare qualcosa nella sua borsa, prendere il portafogli e prelevarne una moneta da cinquanta centesimi. Me la allunga.

Per quanto ancora l’immagine di lei, nuda, sudata, ansimante, la mia mano che blocca la sua testa contro la lavagna sia ancora vivida nella mia mente come se l’avessi davanti nella realtà in quell’istante, istintivamente evito di toccare la punta delle sue dita. Guardo la moneta, chiedendomi cosa farne. Che sia qualche tipo di insulto?

Sandra rimette il portafogli nella borsa. «Vammi a prendere un caffè. Questa mattina non ho fatto colazione, e se sono tutti al tuo livello avrò un disperato bisogno di energia». Mi guarda come se fossi un deficiente. «Vuoi muoverti?» Non lo aggiunge, ma dal tono di voce potrei giurare che un “pezzo di merda” si sia fermato a metà strada tra noi due.

Esco dall’aula senza che una parola riesca ad uscire dalla mia bocca. Nel corridoio devo appoggiarmi con la mano libera al muro, sicuro che sto per vomitare, trattenendo a stento le lacrime.

«Stronza…» sibilo, un groppo che mi stringe la gola. «Puttana lurida…»

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