Le spose di Krakh'thul

Chapter 2 - Seconda parte

Seconda parte

WK
William Kasanova

6 months ago

50 views2,199 words

Barcolliamo spinte dagli orchi fino alla torre fuligginosa, nel salone circolare dove abbiamo perso ogni diritto di essere le spose di Krakh’thul. Non abbiamo nessuna resistenza da opporre alla chiusura dell’anello sulla nostra caviglia, le nostre braccia pesano come piume quando vengono sollevate dietro la schiena e legate. Le lacrime solcano il nostro volto, i seni sono caldi per il pianto che a stento tratteniamo.

Coppie di orchi sono accanto a noi, l’Anziano cammina curvo, appoggiato al bastone con il globo luminoso. Ci guarda. Contempla i nostri corpi, i nostri seni, le curve, i nostri capelli del colore dei raggi del sole. “Abbiamo dovuto farlo,” pronuncia, la sua voce che rimbomba tra le mura della torre. “Il possente dio Krakh’thul vuole che le sue spose elfe giungano qui vergini, immacolate, senza mai essere state compagne di un elfo o un'altra creatura. Venite cresciute lontane dal dolore e dalla fatica, siete perfette sotto ogni aspetto fisico, ma presentarvi a lui prive di esperienza sarebbe una follia.” L’anziano orco sale le scale che lo portano al suo seggio rialzato. Si appoggia alla balaustra, il bastone ancora in mano, il volto illuminato dalla luce cangiante del globo. “Krakh’thul è un dio possente e buono, prodigo con chi si dimostra più meritevole, ricompensando il suo popolo. Ma ci sono già migliaia di spose attorno a lui, nel regno di Narg’Vul, ognuna di queste con anni di conoscenze in più rispetto a voi.”

Il silenzio regna nella sala, solo il suono del nostro respiro affannoso è udibile tra queste mura nere.

L’anziano riprende a parlare, la sua voce si fa più bassa. “È nostro dovere accompagnare voi, elfe vergini e prive di esperienza, al livello delle altre spose di Krakh’thul, cosicché anche il vostro villaggio possa godere della magnanimità del dio. Il nostro compito, quello dei sacerdoti, sarà difficile, richiederà molto impegno e dolore, come potrete leggere sulle espressioni dei loro volti.”

Un brusio si alza dagli orchi attorno a noi. Li sentiamo commentare la cosa, ammettere con felicità che sono pronti a sacrificarsi per il nostro bene, per quello di Aeloria.

Tiriamo su con il naso, sbattiamo le palpebre per poter asciugare gli occhi. Il nostro petto si libera dall’oscura oppressione: ci eravamo sbagliate, non avevamo capito cosa stesse accadendo davvero…Loro ci stanno aiutando, impiegano il loro tempo e le loro forze per renderci migliori. Si sacrificano, non meno di noi.

“Ricordate: ogni vostra sofferenza, ogni nostra sofferenza, qui migliorerà la vita di chi è nel vostro villaggio.”

Gli orchi attorno a noi annuiscono, sorridono e annuiscono. Sono felici per la prosperità che porteremo ad Aeloria. Non possiamo essere da meno.

Ci mettono una mano sulla testa, due ci trattengono per i fianchi. “Inchinati avanti,” ordina l’orco. Le sue labbra foruncolose si distendono in un ghigno. “A Krakh’thul piace molto quello che stiamo per farti. E non preoccuparti per la mia fatica e il dolore che proverò.” Non possiamo esimerci dall’imparare qualcosa che il nostro munifico sposo apprezza: spingiamo avanti il busto, i nostri seni dondolano sotto di noi, i nostri glutei si aprono. Davanti al nostro viso compaiono gli stami rugosi verdi che gli orchi hanno tra le gambe.

“Apri la bocca, troia,” ordina l’orco. Ancora quel termine, cosa significa?

Facciamo come richiesto. L’antera rossa si appoggia sulle nostre labbra, il nostro fiato si mozza, un senso di disgusto stringe il nostro petto quando quel grosso dito entra nella nostra bocca. L’orco mette una mano dietro la nostra nuca e l’altra sotto il nostro mento e ripete quanto ha fatto ieri nell’orchidea di rugiada. Tratteniamo a stento il vomito, un suono viscido proviene dalle nostre fauci, la saliva ci strozza o cola dalle labbra. Stringiamo gli occhi: lo facciamo per i nostri cari ad Aeloria.

L’orco alle nostre spalle ci tiene per le anche, sentiamo qualcosa di caldo scivolare tra i nostri glutei, appoggiarsi al nostro anello celato. L’orco davanti estrae lo stame rugoso in una cascata di saliva dalla nostra bocca. Ansimiamo. Siamo confuse, non… L’anello celato si apre, dilata, si spezza, è una scudisciata di dolore che attraversa il nostro corpo, ci fa schizzare lacrime dagli occhi come se possano spegnere il fuoco che si divampa tra i nostri glutei. Strilliamo. I nostri capelli d’oro vengono afferrati dall’orco, tirati, e la nostra testa con la bocca spalancata in un urlo muto. “Questo è per la gloria di Aeloria, troia,” sussurra il mostro. Quello davanti torna a riempirci le labbra, a stento respiriamo per il naso tappato.

***

Piangiamo tutta la notte, ma silenziosamente. Ora che siamo consce che questo servirà ad essere le spose migliori di Krakh’thul, non vogliamo che si accorga che stiamo soffrendo. Siamo gettate sul pagliericcio di pancia, incapaci di trovare un’altra posizione, e anche così non riusciamo ad abbandonarci all’oblio del sonno per il dolore. E per la vergogna di aver vomitato quando l’orco davanti a noi ha afferrato la nostra testa e, mentre gemeva lui stesso per il dolore, dal suo dito ha spruzzato qualcosa di disgustoso nella nostra gola. L’immagine del nostro vomito sul sacro pavimento del tempio ci perseguiterà per il resto della nostra esistenza. Non ricordiamo molto, se non che, invece di punirci per l’empietà, gli orchi sono scoppiati in grasse risate.

***

Osserviamo l’Anziano zoppicare tra di noi, appoggiato al suo bastone dal globo luminoso. Ci studia, contempla i nostri corpi nudi, un sorriso mesto compare sul suo volto. “Ci giunge voce questa notte che il villaggio di Colle Niveo è stato colpito da una sciagura…”

Ci guardiamo l’una l’altra, non tratteniamo un brusio. Qualcuna di noi aveva mai sentito parlare di Colle Niveo? Al nostro villaggio era mai stato nominato? Forse… forse una volta, i Saggi avevano accennato a qualcosa con un nome simile… sì…

Siamo riportate alla realtà dal suono del bastone che picchia contro il pavimento in sasso della torre. “A Colle Niveo vivono elfi ribelli, che non hanno voluto accettare la benevolenza di Krakh’thul, rifiutandosi di scegliere spose da donare al nostro munifico dio tra le loro più belle fanciulle.” L’Anziano si ferma, ci guarda ma non ha lo sguardo di ammirazione di pochi attimi fa, sostituito da uno più duro. “La protezione di Krakh’thul non è scesa sul loro villaggio, e un’alluvione, mandata da qualche divinità locale, o qualcuna che loro stessi hanno la follia di venerare, ha colpito la comunità e causato morte e distruzione.”

Nei nostri cuori scende un senso di angoscia, nostri simili sono stati colpiti da una calamità. Un nuovo brusio si alza tra di noi, subito interrotto dallo sbattere del bastone sul pavimento. Il globo si irrossisce, lunghe ombre si formano sul volto dell’Anziano. “Non dovete riservare compassione per loro: i nostri dignitari hanno più volte raggiunto il villaggio in passato e parlato con i loro Saggi, spiegando loro che stavano sbagliando, che solo onorando lo sposalizio celeste di Krakh’thul avrebbero avuto una vita serena e prospera, ma hanno deciso di non accettare e ora ne pagano le conseguenze.” La luce del globo perde intensità. “Si sono rovinati da soli, e non meritano altro che disprezzo e odio. Non come il vostro villaggio o quelli che hanno riconosciuto che solo accettando Krakh’thul possono assicurarsi la tranquillità per loro e per le generazioni successive.”

Il nostro petto è gonfio di orgoglio, le nostre schiene sono più dritte. Il nostro desiderio di essere le migliori spose del dio che protegge Aeloria si accresce. Accogliamo con felicità la coppia di orchi che raggiunge ognuna di noi.

Il dito con la punta rossa è già fuori dai calzoni. “Inginocchiati, troia, che oggi facciamo qualcosa che Krakh’thul ama molto.”

“Te lo spiegheremo per bene,” sogghigna l’altro, anche lui pronto con lo stame verde e rugoso, da cui cola una goccia trasparente.

Tutto, per Krakh’thul! Tutto, per Aeloria!

***

Usciamo dal dormitorio con il sole che splende appena sopra i tetti di Zargrath, i raggi che accarezzano l’erba e illuminano il menhir che ci ricorda Aeloria. Da sopra il muro di cinta compaiono le teste di alcuni giovani orchi, che cercano di scavalcare. “Siete delle fighe pazzesche!” urlano, “Vogliamo scoparvi tutte!” Le nostre guardie scattano come cervi alla vista del lupo, ma vanno nella direzione opposta. Abbandonano le loro lance, prendono dei sassi dal prato e li scagliano contro i ragazzi. “Andatevene, bastardi! Non osate toccarle! Tornate a spingere i carretti!”

Ci fermiamo, voltiamo il viso in direzione dello scontro: i giovani orchi che non avevano scavalcato fuggono nella strada, gli altri si affrettano a superare il muro per trovare salvezza. Uno viene colpito alla schiena e lancia un urlo, un altro è preso alla testa e cade dall’altra parte della barriera. Grida si alzano dalla via.

Le guardie tornano da noi, raccolgono le loro lance dal prato e riprendono a scortarci fino alla torre.

È la terza volta, questo mese, che succede. Abbiamo perso il conto di quante volte sia accaduto, da quando siamo qui.

***

Siamo sdraiate a terra su un fianco. Le braccia sono legate dietro la schiena, un seno si congela sul pavimento in pietra. È sempre freddo in questa torre, ci chiediamo perché non accendano mai il grande fuoco al centro del tempio. La nostra gamba non incatenata è appoggiata sulla spalla di un orco, il suo stame si muove dentro la nostra orchidea di rugiada. Abbiamo sentito gli orchi chiamarlo “cazzo”, ma pensiamo sia un nome segreto, da sacerdote, e non ci piace molto come suona.

L’orco anziano cammina tra di noi, il bastone che risuona tra i muri ad ogni colpo a terra, contempla i nostri corpi, sorride ai volti doloranti dei suoi simili nel renderci le migliori spose di Krakh’thul. Porta la mano libera dietro la schiena. “Questa mattina è accaduto di nuovo il tentativo dei nostri giovani di assalirvi.” Fa qualche passo senza pronunciare una parola, poi ricomincia, la voce più stentorea. “Ormai da tempo i teologi hanno compreso che la rabbia degli dèi è causata da uno squilibrio nel Thaumicorin, il flusso magico che fa da ponte tra il nostro mondo mortale e i regni celesti. Gli dèi, guidati da Krakh’thul, crearono un cosmo perfetto, privo di diseguaglianze, dove gli orchi, i nani, i crillidi e altre razze inferiori vivevano in pace tra di loro.” Si ferma e solleva lo sguardo verso il foro circolare alla sommità della torre. L’unico suono è quello viscido che la nostra orchidea di rugiada produce sotto la spinta continua degli stami. Quando torna a parlare, l’Anziano sembra stanco. “Poi apparvero gli elfi.” Ci guarda, il suo volto rugoso e verde ha perso ogni espressione di piacere. “Non si sa da dove siete arrivati, ma avete portato il più grande affronto verso le divinità.”

Tratteniamo il fiato, solleviamo il capo per vedere l’anziano, il cuore ci batte all’impazzata, il fiato ci manca. Cosa… cosa abbiamo fatto…

Le rughe sul volto dell’Anziano si fanno più marcate, i suoi occhi si stringono. “Avete portato la bellezza. E non una semplice bellezza, ma la perfezione.” I suoi occhi si posano sui nostri grossi seni, sui nostri capelli biondi, sulle nostre vite strette, sui nostri addominali. Una smorfia arriccia le sue labbra. “Il cosmo era in uno stato di equilibrio, piccole increspature turbavano il Thaumicorin, nulla che infastidisse i signori celesti, ma la perfezione portata da voi elfi provocò onde di disturbo, sconvolgimenti nella pace: il mondo cambiò, tra le razze sorse il malcontento, odio, tumulti. Scoppiarono le guerre, migliaia di esseri persero la vita.”

Le antere degli orchi continuano a muoversi dentro di noi, qualcuno si blocca, ansima, emette un gemito di dolore ed estrae. Il liquido colloso esce dalla nostra orchidea di rugiada, bagna i nostri petali, scivola sulle nostre cosce. L’altro orco ne raccoglie un po’ con due dita e ce la pone davanti alla bocca. “Leccala, troia. Nasconde il vostro alito profumato.” Abbiamo il cuore stretto dall’imbarazzo di quello che la nostra razza ha causato. Di quello che noi abbiamo portato al mondo. Lappiamo: il sapore ha smesso di essere disgustoso mesi fa, ora è solo il liquido che ci permette di avvicinarci più pure all’ara dello sposalizio celeste.

L’Anziano si aggrappa al suo bastone, il globo brilla di un rosso freddo. “Gli dèi sono infuriati con noi, e il comportamento deplorevole di giovani orchi ne è la dimostrazione più palese. Solo il vostro matrimonio può portare un momentaneo acquietamento tra i Signori Celesti…”

Finiamo di lappare. Il nettare di orco a stento passa nella nostra gola chiusa dalla vergogna. Non possiamo che espiare le nostre colpe. Le colpe della nostra razza.


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