Chapter 3 - Terza parte
Terza parte
6 months ago
Ci giriamo nel nostro letto di paglia, il dormitorio è ancora più tetro della prima notte che siamo state portate qui. Nessuna dorme, il pensiero che la nostra razza possa aver fatto infuriare le divinità ci strazia. Abbiamo passato l’infanzia ignare di questo, inconsapevoli che la nostra bellezza potesse essere…
Loro si alzano. All’improvviso. C’è uno strappo con noi elfe, lo sentiamo come se fosse un dolore fisico. Loro si siedono sui loro giacigli, i loro capelli gialli che strappano riflessi alla luce delle due lune in cielo, il loro viso che non è sbiancato dalla coscienza di cosa abbiamo causato. Loro parlano. “Tutto questo è una follia.”
Un brivido corre sulla nostra schiena, stringe i nostri stomaci a quelle parole. Indietreggiamo da loro, dalla loro arroganza. I muri ci impediscono di sfuggire alla loro presunzione. Le imploriamo di non parlare.
Loro non lo fanno. “La nostra bellezza non è un empietà, anche noi siamo stati creati dagli dèi.” Loro bestemmiano. “Gli orchi ci stanno ingannando, nulla di quanto dicono ha senso.”
Noi boccheggiamo di fronte a queste blasfemie. Noi siamo elfe, non possiamo comprendere quanto hanno fatto gli dèi, quanto hanno compreso gli orchi. Noi le supplichiamo di non far infuriare ulteriormente Krakh’thul, il nostro futuro sposo.
Loro non lo fanno. “Se Krakh’thul odia gli elfi, perché ci vuole come spose?” Loro sputano sugli dèi. “E come possiamo raggiungerlo al matrimonio? Lui dov’è?”
Loro sono pazze, noi l’abbiamo capito. Imploriamo loro di smettere, dimostriamo loro che sono nel torto. Loro si puliscono il labbro spaccato, guardano il sangue sul dorso della loro mano e poi noi. “Siete voi ad essere pazze. Noi ce ne andiamo: il nostro posto è nei boschi, non in una torre di pietra che puzza di fuliggine e—”
Le convinciamo che sono nel torto, che sono possedute da qualche demone che impedisce loro di comprendere la verità. È uno sforzo, è impegnativo, ma loro accettano faticosamente di abbandonare il gruppo per il bene di tutti, ma solo dopo che abbiamo spiegato loro gli errori che stanno facendo: quando le chiamiamo, le guardie le trascinano fuori tenendole sotto le ascelle, le gettano su carretti e le portano via. La correttezza è stata rispristinata, Aeloria continuerà a vivere nella pace. Le ribelli non porteranno più disgrazie sul nostro popolo.
Torniamo a letto, stremate, ma non possiamo dormire. Zargrath sembra essersi svegliata d’un tratto, grida di giubilo si alzano dalle strade, le luci delle torce illuminano gli edifici. Gli orchi si riuniscono tutti in un paio di punti della città a festeggiare. Festeggiano il ritorno alla purezza del nostro gruppo di vere elfe.
***
Siamo colte dalle prime luci dell’alba ancora stanche ma felici di aver estirpato la cancrena dell’abominio dal nostro gruppo. I muscoli ci dolgono, abbiamo graffi ed ematomi sul corpo, ma non importa: la nostra bellezza è il male, nasconderla non può che fare del bene a tutti. Sbattiamo gli occhi mentre le guardie ci accompagnano alla torre. Da un paio di punti di Zargrath si sollevano volute di fumo nero e pesante che copre il sole, gli stessi punti da cui provenivano le grida e i canti che ci hanno tenute sveglie tutta la notte.
I ragazzi orchi sono anche oggi sul muro ad aspettarci… no, non sono i ragazzi. “Troie! Siete tutte delle grandissime troie!”, ci urlano le orchesse a squarciagola. Lo fanno di nuovo, come quando siamo arrivate, quasi un anno fa, ma allora non erano così infervorate, non c’era tutto questo entusiasmo. Ma ora abbiamo ripulito il nostro gruppo, ora siamo le più virtuose, quelle che hanno capito, quelle che vogliono la pace e la prosperità del proprio villaggio.
Un paio di guardie si allontanano dal nostro gruppo per prepararsi ad un improbabile attacco. Non ne comprendiamo il motivo, ora che ci è chiaro il significato di quella parola: nel dialetto degli orchi, troie significa eroine.
***
Siamo inginocchiate sul pavimento in pietra della torre, un orco è davanti a noi, il nostro viso affondato tra i suoi glutei. L’odore ci ha fatto desistere, ma l’Anziano ci ha spiegato che questa è una delle pratiche preferite da Krakh'thul, e solo le spose che sanno compierlo meglio possono garantire la prosperità ai propri villaggi. È con Aeloria in mente che la nostra lingua scivola sull’anello celato dell’orco che abbiamo davanti, e con l’immagine dei nostri cari che muoviamo la mano sull’antera.
Non possiamo vederlo, ma il suono del bastone ci fa comprendere dove si trova l’Anziano. “Krakh'thul era infelice della presenza di elfe che non comprendevano il loro vitale compito nel vostro gruppo, e secondo i nostri auguri, leggendo il movimento delle nubi, la sua collera stava per esplodere in un cataclisma.” Si muove di qualche passo, si possono contare usando gli echi lanciati dal bastone. “Successe lo stesso alcuni anni fa con le spose inviate da Colle Niveo, e il villaggio venne colpito da una siccità devastante.”
Il nostro cuore perde un palpito e la nostra lingua si ferma sul foro dell’orco. Colle Niveo non era composta da elfi ribelli che… no, ci stiamo sbagliando. Riprendiamo a leccare e a massaggiare. Non dobbiamo pensare a queste cose, non ne abbiamo alcun…
La mano dell’orco si prende la testa e ci stacca dai suoi glutei. Finalmente siamo… no, non dobbiamo detestare qualcosa che Krakh'thul adora! L’orco si volta, ci punta contro la sua antera, dal suo stame spruzza sul nostro viso e i nostri seni peccaminosi il suo nettare salvifico. Stringe i denti e geme. “Siete delle fantastiche troie!”
Sorridiamo soddisfatte. Il succo di orco nasconde la nostra bellezza blasfema, copre il profumo maledetto del nostro fiato, inacidisce la nostra orchidea di rugiada, così da presentarci al meglio davanti al nostro sposo. L’Anziano ci ha assicurato che per un orco produrre il nettare richiede sforzi che non possiamo immaginare, non inghiottire quello che ci viene posto dinnanzi alle labbra sarebbe un’offesa verso i nostri insegnanti.
Siamo interrotte da un cigolio che risuona nella torre. La porta da cui siamo entrate un anno fa si apre e un orco corre verso l’Anziano. Si inginocchia davanti a lui. Interrogato dall’Anziano, lui solleva il capo, illuminato dalla luce gialla del globo. “Anziano, sono il messaggero del gruppo che sta arrivando con le spose da Forgiaurea. Sono a due giorni di cammino da qui.”
L’Anziano si volta verso di noi. “È tempo! Oggi stesso il vostro sposalizio con il munifico dio Krakh'thul avrà luogo!” Solleva il bastone, il globo si illumina di rosso. “Chiamate la popolazione, la festa abbia inizio!”
Il nostro cuore ha un balzo alla notizia che finalmente il nostro apprendimento finisce e il nostro glorioso futuro ha inizio!
***
Il fuoco arde al centro della torre, lingue di fuoco si alzano crepitanti quando orchi neri di fuliggine gettano badilate di carbone e fascine di legna in quello che è diventato un gigantesco pozzo ardente. I muri riverberano il calore, non abbiamo mai sofferto tanto caldo nel tempio. La porta è aperta e centinaia di orchi giovani e adulti sono in file poco ordinate che ci sembrano infinite.
Siamo a terra, sfinite, coperte dal loro succo. Siamo in pozze di nettare, ruscella dalla nostra orchidea di rugiada, il nostro anello celato non è più in grado di contenerlo, ad ogni respiro rischiamo di vomitarlo, l’odore è ancora più pesante del fumo che nasconde la cima della torre, il sapore ci ha stravolte. Gli orchi ci mettono in ogni posizione: sdraiate, sedute, sulla pancia, con i glutei sollevati; usano il loro stame in ogni nostro orifizio, tra i seni, in faccia, in mezzo alle cosce. Vediamo le espressioni di dolore che accartocciano i loro volti, le grida strazianti quando la loro antera rossa si svuota, e non possiamo che accogliere con reverenza il loro impegno. Onoreremo i loro sacrifici innalzando richieste di benevolenza verso i nostri amati orchi di fronte a Krakh'thul.
L’anziano passa tra di noi, ha spostato la tunica blu e viola e stringe in una mano il suo stame, stanco ed esile. Di tanto in tanto si ferma di fronte a noi quando un orco non ci sta aiutando, ci fa voltare e possiede il nostro anello celato. “Fatevi coprire e riempire per bene, elfe. Krakh'thul, il vostro sposo, inorridisce di fronte alla vostra bellezza, e solo la nostra sborra può nasconderla fino a quando non si sarà unito a voi.”
La salvezza del nostro villaggio, quella di Zargrath, passa da noi e dal sacrificio degli orchi.
La fila è ancora lunga, molti non hanno avuto la possibilità di aiutarci a celare il nostro peccato, quando l’Anziano batte il bastone sul pavimento un paio di volte. Dal suo stame pende una goccia bianca. Il silenzio cala nella torre, rotto solo dal suono di un gong. Un grido di dolore si alza da chi è ancora in coda, e anche da chi ha già spruzzato.
Vediamo i sacerdoti che ci hanno istruite nell’ultimo anno fare il loro ingresso, una coppia si avvicina ad ognuna di noi. Uno ha un lungo schidione lucido tra le mani, un’asta metallica più lunga di ognuna di noi.
Voltiamo il capo verso le proteste degli orchi. “L’anno scorso con le elfe di Velumbria è durata quasi una settimana,” si lamentano. “Fottute nane, con quelle gambe dovrebbero impiegarci di più!”, “Ci rifaremo con il banchetto…”
Le guardie si muovono e abbassano le lance verso di loro, le voci si acquietano. Qualcuno ha in mano il suo stame, lo scuote fissandoci e lo tira fino a bagnare il pavimento in pietra con il suo nettare: forse spera che il suo sforzo ci aiuti con Krakh’thul. Imploreremo il nostro sposo perché anche loro ricevano la sua benedizione.
I sacerdoti ci aiutano ad alzarci, ci stacchiamo dalla pozza bianca come se fossimo farfalle rimaste invischiate nella resina dei pini. Ci dicono di metterci dritte per il momento solenne. Lo facciamo: siamo coperte di nettare, ci cola tra le cosce, ribolle nel nostro stomaco, nasconde i nostri seni e glutei rotondi, cela il biondo infame dei nostri lunghi capelli.
Il nostro pensiero vola per un istante ad Aeloria, ai nostri cari, alla loro fede nel nostro sposo e alla sua promessa di altri diciotto anni di salute e prosperità. Piangeranno della felicità all’idea di quanto ci sta aspettando.
La voce dell’Anziano rimbomba tra le pareti della torre. “Il vostro anno di preparazione ha termine, elfe, il momento tanto atteso è infine giunto. Il regno di Narg’Vul apre le porte a voi, prescelte, perché possiate incontrare Krakh'thul!” Gli orchi lanciano altro carbone nel fuoco, il calore si fa intenso, iniziamo a sudare e il nettare potrebbe lasciare scoperto il nostro empio corpo perfetto. Gli altri applaudono e strepitano. “Gioite: i vostri sforzi, i vostri dolori hanno portato felicità agli abitanti di Zargrath e ancora più ne donerete tra poco.”
I nostri cuori battono al ritmo dell’orgoglio.
Il sacerdote con lo schidione ci afferra per i capelli e li tira, sollevandoci il volto verso il regno che ci aspetta.
“Siete pronte ad essere le spose di Krakh'thul?”, ringhia.
Sì, gridiamo, siamo pronte ad essere le spose di un dio!
La lama nella mano dell’altro sacerdote cattura i riflessi del fuoco. Una punta gelida si appoggia alla pelle della nostra gola.
I nostri occhi si accendono, il cuore accelera: siamo pronte per il nostro sposo divino.
Sì, urliamo, siamo pronte a diventare delle troie!
FINE
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