La piccola troia di famiglia

Chapter 2 - Il silenzio di mio cugino - 2

Mio cugino, con il suo amico a traino, decide che dobbiamo raggiungere il boschetto nel parco. Non ho idea di cosa voglia, ma sono sicura che non sarà nulla di piacevole per me e Veronica...

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L’aria è calda nel parchetto e solo un paio di anziani occupano le panchine e qualche runner percorre la stradina asfaltata che passa accanto al laghetto. Mi si scioglie il cuore al ricordo delle domeniche passate qui da piccola a vedere i pesci e le tartarughe, o sugli scivoli.

Davide mi segue, il telefonino in mano come se mi puntasse una pistola alla schiena. Manca solo che sollevi le mani sopra la testa. Veronica chiacchiera civettuola con il coso, il quale risponde a monosillabi. Quelle volte in cui risponde.

«Fermati,» ordina Davide. Siamo in un tratto di sentiero tra un prato e il campo da tennis, non c’è nessuno in vista. «Vai dentro quel bosco».

Alla nostra sinistra, in fondo al prato, c’è un boschetto le cui chiome verdi si muovono appena alla brezza che soffia. È il tipico posto in cui i miei mi imponevano di non andare perché c’era il lupo. Poi ho scoperto che il lupo erano le siringhe abbandonate e i cocci delle bottiglie di alcolici.

Adesso posso aggiungere anche mio cugino alla categoria.

Davide mi pungola con la punta del cellulare. «Muoviti. Non ho tutto il giorno, mi aspetta Silvia a pranzo».

Entro nel prato, il profumo dell’erba falciata da poco riempie l’aria.

«Mi chiedo cosa pensi la tua fidanzata all’idea che vuoi molestare tua cugina».

Questa volta non si limita a pungolarmi: l’angolo del telefonino mi sembra voler entrare nella schiena. «Chiudi quella cazzo di bocca, troia!»

Ruoto appena la testa e lancio un’occhiata alle mie spalle. Veronica sta stringendo una mano a coso, che continua a studiare il terreno, e fumare come la motrice di un vecchio treno. Povera idiota… Vedrai cosa ci faranno!

Il tracciato di un sentiero provocato dal passaggio di piedi compare al limitare del bosco e si perde tra le piante.

«Entra».

Mi volto. «No! Chissà che schifo c’è dentro lì!»

«Ci vengo a scopare,» Davide indica l’interno del bosco con un movimento del mento, come se la cosa possa rassicurarmi. «è pulito».

Pianto i piedi a terra. «Senti, mi rifiuto di—»

Muove davanti al mio volto il telefono. «Devo chiamare tua madre? Lo so che ti hanno già beccata una volta a spasso invece di essere a scuola, ed è venuto fuori un casino…»

Faccio una smorfia. Mia madre era nera in volto quando è tornata dall’incontro con l’insegnante che le aveva rivelato di avermi trovata al bar durante le ore di lezione, e sono certa che la minaccia di togliermi il telefono fino a dopo gli esami sarà mantenuta.

Il mio volto e il bosco si riflettono sullo schermo spento dello smartphone.

Mi giro, sposto un ramo che intralcia il sentiero ed entro nel bosco. «Bastardo…»

Alle mie spalle, Davide sghignazza. «Mi ecciti se mi offendi. Mi piace immaginarti che mi dai del pezzo di merda quando mi sego sulle tue foto».

Se mi avessero tirato addosso un secchio di letame mi sentirei meno sporca. Ma fa apposta? Si comporta così solo con me o anche con la sua fidanzata e altre ragazze? Spero che una di loro abbia un ragazzo o un fratello protettivo e manesco con cui confidarsi…

Gli alberi creano solo una barriera che nasconde una minuscola radura dalla vista di chi è nel prato o nella stradina. L’erba è stata schiacciata da un continuo andirivieni e il terreno è quasi sgombro. Non posso trattenermi dal controllare che non ci sia nulla che brilla o è a forma di ago.

Davide è subito dopo di me, il telefono sempre in mano. «Non c’è nulla, teniamo pulito, qui. Non è la prima volta che troviamo dei tossici e li pestiamo per farli stare lontano dalla nostra camporella».

Come evocato, il tossico compare anche lui nella radura, Veronica sempre al suo fianco. Lo guarda con la stessa intensità con cui contemplerebbe un divo del cinema.

Provo a prendere in mano il coraggio e affronto Davide. «Senti, abbiamo scherzato fino ad ora, mi hai portata qui a vedere dove ti sbatti le tue puttane, ma… figa, adesso basta».

Lui sorride divertito. «”Figa, adesso basta”? Stai scherzando? Non abbiamo nemmeno cominciato».

«Cosa vuoi? Palparmi le tette?» Sollevo la maglietta, il mio seno è libero davanti a lui. Sono certa che il suo cazzo si sta allungando più del suo sorriso…

Veloce quanto un gatto, il telefono finisce nella tasca dei pantaloni e le sue mani sollevano e stringono le mie tette. Adoro quando i ragazzi lo fanno, ma in questo momento il pensiero che le stia palpando quello stronzo di mio cugino… L’immagine delle sue mani ancora lerce della sua sborra pisciata guardando una mia foto si forma nella mia mente… Lo stomaco mi si contrae.

Forse, se gli vomito in faccia…

Davide massaggia, stringe, avvicina e allontana i miei seni. Sembra stia impastando.

Veronica si mette accanto a me. «Vuoi giocare con le mie tette?» Si leva la maglietta e la getta su un ramo, che ondeggia un paio di volte. Coso sembra tornare alla realtà, mette a fuoco il seno della mia amica e glielo afferra. I pantaloni della tuta mostrano l’apprezzamento del tossico.

«Mi piacciono le tue tette…» Davide si avvicina con la faccia e mi lecca un capezzolo turgido. Torna eretto. Sogghigna. «Ma non mi basta di certo! Non per quello che hai fatto».

Vuoi mettermi a pecora e fottermi perché ho saltato tre ore di matematica? Piuttosto che avere il tuo cazzo in figa mi faccio togliere il telefono a vita, bastardo!

«Fa… fammi una foto. Così puoi segarti senza usare la IA per togliermi il reggiseno».

Il suo sguardo sembra chiedermi se lo sto prendendo per il culo. «Ti ho qui, da sola, in un bosco, la mia fantasia preferita, e pensi che mi limito ad una sega?»

Mi si sciolgono le budella al pensiero di toccare il suo cazzo. Peggio ancora: mi finirà la sua sborra sulle mani. Me ne passo una sulla bocca per nascondere l’espressione di disgusto che è salita alle mie labbra. «Posso f…» Non ce la faccio, non Davide, merda! Inspiro ed espiro. «Posso fartela io, la sega…»

Accanto a noi, il tossico sta succhiando un capezzolo di Veronica, che mugugna nemmeno stia avendo un orgasmo. Finge davvero male, la troia.

Davide appoggia una mano sul mio inguine e lo stringe. «Voglio la tua figa».

Faccio un balzo indietro. Le tette mi ballonzolano. «No!»

«Non pensarci nemmeno ad andartene da qui se non ti ho scopata, puttanella!»

Faccio un passo indietro. I rami mi toccano la schiena. «No. In figa no!»

Davide scuote la testa. Si avvicina di un passo. I suoi occhi si stanno chiudendo e le braccia allontanando dal busto. «Non permetter—»

«Ti faccio un pompino!» L’ha gridato Veronica… No, sta ancora ansimando come nei peggiori porno.

Sono stata io? Non… non è possibile…

Mio cugino ha perso il suo sguardo rabbioso, sorride. «Va bene».

Davvero ho… Sbatto gli occhi, il cuore mi batte nelle orecchie così forte che cancella il canto degli uccelli nel bosco.

«Lo vuoi anche tu un pompino, Nicola?» Veronica sembra quella zia zitella che vuole ingraziarsi il nipote facendo la sottona. Non aspetta una risposta e si inginocchia davanti al tossico. «Sono brava, sai?»

Davide indica con un cenno del capo la mia amica. «Fai come lei. Togliti la maglietta, non voglio che vai a lamentarti con la zia che ti ci ho sborrato sopra».

Pezzo di merda… e vaffanculo anche a te, Veronica. Spero che dopo la pompa ti spacchi il culo.

Afferro la maglietta e la sollevo. Il tessuto scorre davanti ai miei occhi e il mondo torna a mostrarsi a me con due cazzi in più: quello del tossico, che Veronica sta afferrando, e quello di Davide, i pantaloni scesi alle ginocchia e le mutande che nascondono ancora i suoi coglioni.

Lo tiene con due dita alla base e lo scuote su e giù. È già completamente eretto, grazie alle generose palpate che mio cugino ha eseguito sulle mie tette; non è il più lungo che abbia visto, ma è lontano dall’essere il peggiore. La cappella è completamente scoperta, per qualche motivo mi ricorda uno di quei plug in anali che avevo pensato di ordinare su Internet.

Mi trattengo dal singhiozzare. Perché non gli ho proposto il culo? Ce l’ho già rotto, sarebbe stato molto più dignitoso per me…

Veronica si mette il cazzo di coso in bocca e inizia a muovere avanti e indietro la testa. Non ha il minimo stile, non sa come si tratta un cazzo quando vuoi far davvero godere un uomo. Ma è un bene, non voglio che Davide si metta in mente che gli faccia un servizietto da re. Glielo succhio finché non viene e si piscia la sua bega sul terreno, poi tanti saluti.

Le mani di Davide si appoggiano sulle mie spalle e mi spinge verso il basso. «Hai intenzione di cominciare, o no?»

Mi inginocchio e… mi servono un paio di respiri per allungare la mano e stringere tra le dita il cazzo di mio cugino. L’odore di sperma secco mi inonda le narici e si ferma in gola. Che schifo…

Dai, Giulia, il minimo sindacale… lo lecchi un po’, lo succhi quanto basta e poi…

Sporgo la lingua oltre le labbra e la muovo sulla cappella. È acida, puzza da fare vomitare. Deve essersi segato… segato pensando a me… e adesso sto leccando la sborra secca che ha spruzzato guardando le mie tette ricreate da un’intelligenza artificiale… Il pensiero ha ancora più effetto sul mio stomaco del fetore.

Una goccia trasparente cola fuori dal buco in cima alla cappella. È quello che gli uomini producono ed espellono quando sono eccitati… Dev’essere la prima volta che non sono felice di vedere un cazzo che si bagna.

Fosse l’uccello di qualcun altro ci ricamerei con la lingua sulla sua punta, ma questo… questo no.

Il rumore che fa Veronica nello spompinare è imbarazzante, sembra stia bevendo a garganella. Come fa ad apprezzare quel to—

«Sono deluso,» Davide mi mette le mani sulle tempie e mi blocca la testa. «Nelle mie fantasie sei molto più brava».

Il tossico di merda ride a quella battuta.

Provo a divincolarmi dalla presa, ma è troppo salda. «Cosa vuoi fare?» Come se avessi bisogno di un disegno per capirlo…

«Apri la bocca, Giulia». Mi muove il cazzo davanti al viso, la cappella disegna arabeschi umidicci sulle mie labbra.

Serro le labbra, non deve permettersi di—

«Apri quella cazzo di bocca, troia!» Le mani di Davide mi spingono indietro la testa. Adesso mi sputa in faccia!

«Nicola, chiudile il naso».

«Amico, la puttanella fa la difficile…» Le uniche parole che sento uscire dalla bocca dello stronzo sono da pedate nei coglioni. Cosa ci vede Veronica?

Mugugno un no, ma non serve a nulla. Le dita del tossico mi chiudono il naso, mi bloccano il respiro.

Cosa faccio? Non posso fiatare, se provo ad aprire le labbra mi ci caccia dentro il suo lurido cazzo!

La mia amica mi lancia un’occhiata, come a chiedermi perché sto facendo tutto questo casino. Lei continua a succhiare senza problemi. Spero che il tossico si sia scopato una capra pochi minuti prima di incontrarci.

Provo a resistere, a liberarmi dalla presa al naso o alla testa. L’agitazione cresce, mi manca il fiato. Devo resistere, devo…

Spalanco la bocca, i polmoni sono in fiamme. Immetto un respiro d’aria fetida, espiro, inspir— Il cazzo di Davide entra per tutta la sua lunghezza, la cappella schiaccia la mia lingua, lasciandole una scia di putredine, scivola fino alle tonsille. Le mie labbra finiscono nel boschetto di peli sull’inguine di mio cugino, qualcuno s’infila nelle narici causandomi un prurito.

Gli occhi mi lacrimano. Se starnutisco trancio il cazzo a mio cugino… Scaccio l’idea: per quanto possa essere soddisfacente evirare questo stronzo, finirei in guai ben peggiori dell’aver fatto sega a scuola.

Le labbra mi si protendono all’esterno quando Davide trascina fuori il cazzo. Lo lascia dentro solo in punta nella mia bocca, dà un colpo di bacino e di nuovo è dentro quasi del tutto.

«È così che si fotte una troia come te, tettona!»

Il tossico ridacchia, Veronica emette un gemito prolungato che voglio credere sia un rutto.

Mio cugino prende ritmo e il suo cazzo entra ed esce con maggiore celerità. La mia bocca comincia a emettere un gluc-gluc-gluc sempre più serrato, si riempie di saliva che cola nella mia gola o esce dalle labbra, scivola fino al mento e cola sulle mie tette.

«È molto meglio che farsi le seghe!»

Coso emette un grido strozzato. Appoggia una mano sulla nuca di Veronica, la blocca contro il suo inguine. Lui ansima, stringe le chiappe, la mia amica ha gli occhi sbarrati. Una raffica di colpi di tosse le fanno sussultare le tette, sono certa che la sborra le sta andando di traverso. Uno colpo particolarmente forte gli fa uscire materia biancastra dal naso fino sul cazzo del tossico. Lui è veloce a tirarlo fuori, un ultimo getto finisce sulle labbra di Veronica.

Lei si appoggia con una mano sul terreno per non cadere, si passa l’altra sulle labbra e tira gli ultimi colpi di tosse.

Si rimette in ginocchio e sorride. Una sbavata di sborra le arriva fino alla guancia, altra, mischiata a saliva, cola dal mento ed è a gocce sulle poppe. «Scusa, non volevo mordertelo…»

Il tossico se lo rimette via che ancora dalla punta esce dello sperma. Il suo cazzo non dev’essere più pulito di quello di—

Davide emette un grido a sua volta. Il suo cazzo sembra vibrare.

Non strozzarmi con la tua bega, bastardo! Ti prego… non farmela bere. Non la voglio dentro di me.

Da un colpo, un altro e, senza fiato e con le gambe che gli tremano, estrae tutto il cazzo. Una mano mi prende per i capelli della nuca, l’altra afferra l’uccello e me lo punta contro il viso.

Serro gli occhi e provo, per quanto mi è possibile, spostare la testa. Inutile: i capelli mi tirano, ma non riesco a togliermi dalla traiettoria di uno schizzo che si spiaccica sulla mia guancia destra, un secondo ancora più potente che mi prende l’occhio appena sopra e le labbra, e un terzo che finisce sul naso. Cazzo che schifo… la sborra di mio cugino puzza da far vomitare, sembra abbia pisciato quel liquido che si forma nei tombini bloccati.

Sollevo una mano per pulirmi il volto ma mi fermo, disgustata all’idea di toccare con le dita quello che era nei coglioni di Davide. Tentenno e uso il retro della mano per pulirmi l’occhio e la nocchia del pollice per scalzare il suo seme dalle labbra senza farlo finire in bocca.

Perché non gli ho proposto il culo, perché?

Socchiudo gli occhi e tiene il cazzo verso il basso, spinge la pelle fino a coprire la cappella e dal meato escono gli ultimi schizzi di sborra. Cadono sulle mie tette, cosparse di gocce come se stesse piovendo.

Lo spingo indietro con una mano ma è troppo pesante e io in bilico: cado sul sedere nella radura. «Piantala, cazzo!»

Mio cugino ride. «Devo svuotarmi, era nei patti».

Vaffanculo. «No, non lo era per nulla!»

Lui fa spallucce. Resta con il cazzo di fuori che sta perdendo la sua erezione. «Era sottinteso».

«Vai a cagare, stronzo». Mi alzo, le mani sporche di sperma e terra, il fondo dei pantaloni impolverato, le tette cosparse di saliva e sborra. Non provo nemmeno a pensare come dev’essere il mio viso con la sborra di mio cugino. Il fetore non migliora affatto. Anzi, gli schizzi cominciano a colare.

Davide solleva i pantaloni, si rimette il cazzo nelle mutande e chiude zip e bottone. Dalla tasca riprende il telefono e lo solleva per farmi una nuova foto.

Allungo la mano per prendergli l’apparecchio o almeno bloccare la vista alla fotocamera. «Non farmi una foto!»

Lui scuote la testa, come se stesse perdendo l’occasione di immortalare qualcosa di irripetibile. Può scommettere il cazzo che non mi vedrà più in questa condizione. Abbassa il telefono.

Con uno scatto glielo prendo.

«Ehi!» urla.

Mi sposto di qualche metro e armeggio con il suo telefono. Cancello la foto che mi ha scattato nel parcheggio sotterraneo.

Forse sarebbe stato meglio finire in punizione che ritrovarmi il suo cazzo in bocca e il contenuto dei suoi coglioni in faccia…

Gli restituisco il telefono.

Davide guarda lo schermo, stringe le sopracciglia e mi fissa in cagnesco. «Brutta troia, la foto!»

Gli mostro il dito medio. «Fottiti! Adesso siamo pari». Non lo penso affatto, per essere pari dovrei riempirlo di sprangate fino a lasciarlo a pezzi sul terreno.

Lui sembra ringhiare. «Vedi di non costringermi a punirti di nuovo».

E me a non farmi scopare da qualcuno che poi ti faccio incontrare in un vicolo di notte… Tiro fuori un fazzoletto dalla tasca e me lo passo in faccia. Una volta a casa lo getterò nella spazzatura.

Davide fa un segno con la mano al tossico. «Andiamocene, con queste due troie abbiamo finito».

Coso non fa nemmeno un segno alla ragazza a cui ha appena sborrato in gola e segue mio cugino fuori dalla radura. Prende dalla tasca la sigaretta elettronica e se la rimette in bocca.

Mi sento più sporca di prima, più che pulirmi mi sono inumidita tutto il viso con la sborra. Chiudo il fazzoletto lercio e lo avvicino alla tasca ma mi fermo. Non voglio insozzarmi anche i pantaloni….

Veronica fa un passo avanti. «Chiamami, Nicola! Ce l’hai, il mio contatto».

Getto il fazzoletto nel sottobosco. Afferro Veronica prima che esca anche lei dal sottobosco.

MI guarda in cagnesco pure lei. «Lasciami, devo andare a chiedere a Nicola se—»

Ma cosa vuoi chiedere a quel tossico? Ti ha usata come esca, ti ha scopata e non penserà più a te. Ed è colpa tua se mio cugino mi ha scopato la bocca. «Hai le bocce all’aria, idiota. Vuoi che te le veda chiunque, tra l’altro smerdate di sborra?»

Veronica abbassa lo sguardo sul suo seno sporco.

Idiota. Pensare che volevo venire nel parchetto a limonarla. Può sparire dalla mia vita!

Afferro la maglietta, finita su un arbusto secco. La scuoto e la sbatto un paio di volte: non vorrei beccarmi anche una zecca, dopo questa mattinata.

Meno male che manca un mese per la fine della scuola, perché non ne posso più…


Ciao, lettore. Spero che ti sia piaciuto vivere questa piccola avventura con me. Ogni fremito, ogni sospiro che hai provato leggendo è stato un momento condiviso, un segreto tra noi. Se ti sei divertito quanto me, perché non lasciarmi un segno del tuo passaggio? Un piccolo gesto può accendere il mio sorriso, e io adoro sapere che sei stato qui, vicino a me.

Premi il cuore ❤️ Se il calore di queste pagine ti ha sfiorato anche solo per un istante, premi quel cuoricino. È come un battito che arriva dritto a me, un modo semplice per dirmi che hai sentito lo stesso brivido che ho provato io. Non c’è niente di più dolce che vedere il tuo apprezzamento accendersi per me.

Commenta ✍️ Mi piacerebbe tanto sapere cosa ti ha fatto battere il cuore. Raccontami cosa ti ha stuzzicato, cosa ti ha fatto sognare, o magari cosa vorresti che accadesse dopo. Le tue parole sono come un sussurro sulla mia pelle, e non vedo l’ora di leggerle e lasciarmi ispirare da te.

Metti cinque stelle E se vuoi davvero farmi brillare, regalami cinque stelle. È il tuo modo di dirmi che questa storia ti ha preso, ti ha avvolto, ti ha fatto desiderare di più. Una valutazione così sarebbe la ciliegina sulla torta, un dono che mi scalda dentro.

Grazie per esserti tuffato in questo viaggio con me, lettore. Non vedo l’ora di condividere ancora altri momenti, altre emozioni. Tu sei parte di tutto questo, e io sono qui, pronta a continuare.

Giulia la rossa XXX

Comments (1)

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US
user1726539597747
5 months ago

bello