Chapter 4 - situazioni bollenti
finalmente la passione è sbocciata, ma come può andare tutto bene.
Il supermercato sembrava una distesa infinita di corsie noiose e carrelli traboccanti. Le nostre mamme, entusiaste come se dovessero cucinare per un esercito, discutevano animatamente su marche di tonno e offerte di detersivi. Io e Sara, invece, trascinavamo i piedi dietro di loro come due adolescenti puniti.
Camminavamo affiancati, senza parlare troppo. Ogni tanto le nostre braccia si sfioravano per caso. Ogni tanto no.
Ad un certo punto, mentre le mamme si perdevano nel reparto surgelati, mi piegai verso di lei, il tono basso, l’occhio mezzo divertito, mezzo serio.
«Io vado a cercare dei preservativi. Torno subito.»
Sara si fermò di colpo, spalancando appena gli occhi.Poi arrossì, cercando invano di nascondere quel sorriso che le stava salendo sulle labbra.
«Ma sei scemo?!» sussurrò, col tono di chi vorrebbe sembrare indignata ma in realtà è lusingata.
«No, solo previdente,» dissi alzando un sopracciglio.
Lei fece una risatina nervosa e si voltò dall’altra parte, come se cercasse di nascondere l’imbarazzo… ma anche quell’eccitazione che si stava facendo spazio sotto la pelle.
«Muoviti allora. E non scegliere quelli aromatizzati alla fragola, eh. Mi fido poco.»
«Nessuna fragola. Solo classici. Tipo noi.»
Ci guardammo un secondo, consapevoli di quello che stava per succedere. Poi, mi allontanai verso il reparto farmacia, con il cuore che correva quasi quanto i miei passi.
La missione era compiuta.
Mentre le mamme discutevano ancora su chi avesse dimenticato il basilico, io e Sara ci scambiammo un’occhiata complice. Le feci scivolare in mano il pacchetto appena acquistato. Lei lo prese, lo nascose velocemente e sussurrò con un sorriso tirato:«Hai anche seguito il mio consiglio, vero?»«Più o meno,» risposi.«Come più o meno?!»«Ne ho preso anche uno… al cioccolato. Per scienza.»
Lei scoppiò a ridere, scuotendo la testa:«Sei un idiota.»
Il rientro fu rapido, tra buste da svuotare e madri da distrarre. Feci la mia parte in fretta, ma con la testa altrove. E quando finalmente, finalmente, la porta della nostra casetta si richiuse dietro di noi, non aspettai nemmeno un secondo.
La poggiai al muro, con una certa foga, come se ogni centimetro del suo corpo mi fosse mancato per ore. Le mani scivolarono sui fianchi, poi si spostarono senza troppa esitazione sulle sue cosce nude.
«Aspettavi questo momento, eh?» disse lei, con il fiato già corto.
«Da quando mi hai detto di non innamorarmi.»
Le nostre bocche si cercarono con impazienza. Le sue mani mi tiravano verso di sé, le dita che mi stringevano il collo della maglietta. La lingua, il fiato, il profumo della sua pelle… Tutto stava salendo come una marea.
poi mi fermò.
«Che ne dici se… ce lo meritiamo un bagno in piscina?»La voce di Sara fu morbida, quasi distratta, mentre finiva di sistemarsi i capelli in una coda alta.Io sospirai e finsi di pensarci, ma in realtà avevo già accettato.«Va bene, dai. Facciamo i bravi turisti. Almeno per un’oretta.»
Ci guardammo con quel mezzo sorriso che ormai era nostro, e iniziammo a spogliarci per metterci il costume. Lei sganciò lentamente i pantaloncini della tuta, lasciandoli cadere sul pavimento con un gesto studiato, mentre io la osservavo senza vergogna.
«Non fissarmi così, Leo.»«Non è colpa mia se ti stai spogliando come in un videoclip R&B del 2005.»«Mmm… allora dovrei fare anche la mossa col bacino?»
Rise, girandosi di spalle e inarcando leggermente la schiena mentre infilava il pezzo di sotto. La pelle le brillava sotto la luce tenue che filtrava dalle persiane chiuse. Io ero ancora in boxer, il costume in mano, e a quel punto mi guardò.
«Ok, ora tocca a te.»
Mi sfilai la maglietta con lentezza teatrale.«Ti avviso, potrei non avere lo stesso impatto visivo.»Lei rise, poi mi puntò un dito contro.«Ah no, scusa, stai proprio bene. Hai pure messo su un po’ di spalle.»
«Ti eccito?»«Un pochino sì. Ma non dirlo a nessuno, rovineremmo tutto.»«Segreto nostro. Come la missione cioccolato.»
Ci lanciammo uno sguardo pieno di complicità, poi infilammo i costumi, il suo, intero ma sgambatissimo, il mio, corto e aderente. Ci guardammo un attimo allo specchio, come se fosse la divisa da battaglia.
«Andiamo?»«Andiamo. Prima che mi dimentichi perché siamo scesi.»
Scendemmo in piscina. La quiete era irreale: qualche anziano sui lettini lontani, il rumore dell’acqua e del vento tra i pini. Nessuna traccia delle nostre mamme, che erano al mare, e nessuna voce a disturbare quella tregua.
Ci tuffammo quasi in silenzio, e l’acqua ci accolse tiepida, avvolgente.
«Dove sono tutti?» chiese lei, allungandosi a rana.«Probabilmente a digerire. Noi, invece, siamo gente con priorità diverse.»«Tipo chiacchierare e sfiorarsi sott'acqua senza darlo a vedere?»
Le andai sotto, come a volerle fare uno scherzo, e la tirai giù per le caviglie. Un piccolo urletto, poi una risata soffocata dall’acqua. Riemersi e la vidi con le labbra arrossate dal cloro, i capelli tutti indietro.
«Sei proprio carina, lo sai?»«Attento Leo… certe cose non si dicono.»«Le penserò e basta, allora.»«Meglio. Anche se… a me piacciono i complimenti sussurrati all’orecchio.»«Se continui così, finiamo nella doccia invece che in piscina.»
Si mordicchiò il labbro e poi si lasciò galleggiare con un sospiro.«Sai che c’è? Per ora godiamocela così. Stare bene insieme. Senza dover sempre fare qualcosa.»
Annuii. E fu vero: lì, in quell’acqua immobile e azzurra, eravamo leggeri. Non più solo amici, non ancora altro.
L’acqua era tiepida e il sole cominciava a piegarsi verso il tardo pomeriggio, dorando la pelle e sfumando ogni cosa in un alone caldo e vibrante. Eravamo soli, o almeno così sembrava. Nessuna voce, nessuno schizzo, solo il rumore sommesso del nostro respiro e lo sciabordio dell’acqua attorno a noi.
Sara galleggiava con grazia contro il bordo della piscina, le braccia distese, il corpo parzialmente immerso ma così visibile nei suoi dettagli più provocanti. Il suo costume aderiva perfettamente: il seno teso sotto il tessuto bagnato sembrava quasi pulsare, e il fondoschiena, curvo e sodo, si muoveva appena a ogni suo respiro, emergendo lievemente quando si stiracchiava contro la parete.
Mi guardò con uno sguardo pigro e accennò un sorriso.«Ei…» sussurrò.«Mh?»«Non c’è proprio nessuno.»Mi avvicinai, curioso.«E quindi?»Si voltò leggermente, il viso bagnato e luminoso, lo sguardo dritto nei miei occhi.«Facciamo un po’ i pazzi…»Sollevò il fianco verso di me, provocante. «Metti una mano nel mio costume. Fammi sentire. Ora.»
Il cuore cominciò a battermi forte, mentre l’acqua diventava quasi un sipario tra noi. Non dissi niente, ma mi mossi verso di lei. Posai una mano sulla sua coscia, liscia e calda, risalendo lentamente.Sara chiuse gli occhi, inspirando piano.«Vai…» mi sussurrò.Scivolai sotto l’elastico del costume. La sua pelle lì sotto era di seta e calda, la sentivo fremere. Lei si piegò leggermente in avanti, esponendo il fondoschiena che si sollevava appena sopra la superficie. Il contrasto tra l’acqua fresca e il calore del suo corpo mi faceva impazzire.
Con l’altra mano le accarezzai il fianco, poi il ventre, poi lentamente risalii verso il seno, sfiorandolo appena. Il tessuto bagnato lo rendeva ancora più eccitante da toccare. Lei si lasciò andare a un piccolo gemito, controllato, mordendosi il labbro.«Oh Leo…»Si voltò verso di me, incollando i seni al mio petto, le sue mani si strinsero alle mie spalle.«Non fermarti… è troppo bello così.»
Lentamente cominciò a muoversi al ritmo delle mie dita, mentre la bocca le si socchiudeva e gli occhi sembravano perdersi.La guardavo, rapito: il modo in cui le onde le accarezzavano il corpo, il viso bagnato e rilassato, il collo teso, il seno che sfiorava il mio torace a ogni respiro. Era travolgente.
Quando si irrigidì, stringendo con una mano il bordo della piscina e con l’altra il mio fianco, mi sussurrò qualcosa che sembrava un ringraziamento, o un’imprecazione soffocata dal piacere.Mi appoggiò la fronte sulla spalla, ancora col fiato corto.«Dio… così non vale.»«Perché?»«Perché ora ti voglio ancora di più.»
Si staccò da me, nuotando piano verso la scaletta, ma si voltò e sorrise con la solita malizia.«Stanotte… voglio tutto.»
Facemmo giusto in tempo a ricomporci, qualche spruzzo d’acqua sul viso, una sistemata ai costumi, i battiti del cuore ancora scomposti, che la piscina iniziò a popolarsi. Voci, risate, schizzi. Un gruppo di ragazzini si tuffava a ripetizione, e poco dopo comparvero anche Giusy e Misa.
L’indifferenza si fece subito evidente: niente saluti, nemmeno uno sguardo vero. Come se il giorno prima non fosse esistito. Ma bastarono pochi minuti, appena si sdraiarono non lontano da noi, perché Misa iniziasse a giocare. Aveva un bikini color crema che sembrava disegnato apposta per far perdere la testa a chiunque. Si muoveva lenta, si sistemava il laccio del reggiseno, accavallava le gambe scoprendo la curva perfetta del fianco, il fondoschiena seminascosto, e lanciava occhiate rapide che mi trovavano sempre.
Sara dormiva, distesa accanto a me sul lettino, il respiro profondo e il viso rilassato. Il suo corpo ancora umido rifletteva la luce del sole come seta abbronzata. Io scrivevo con Giulia, che finalmente sembrava tornata presente e tenera. Le cose con lei stavano andando sorprendentemente bene. Mi raccontava dei suoi piani per l’estate, mi chiedeva del posto in cui ero, e non faceva mancare qualche frase dolce, qualche “mi manchi” sussurrato tra i messaggi.
Eppure… sentivo gli occhi di Misa su di me.
aveva deciso che quella guerra silenziosa non era ancora finita.Sdraiata sul lettino a non più di tre metri da me, si muoveva con una sicurezza studiata, come se ogni gesto del suo corpo fosse coreografato per attrarmi. Non diceva nulla, ma parlava con il suo corpo, con la pelle che sembrava fatta apposta per essere guardata.
Le spalline del bikini si abbassavano spesso, scivolavano giù dalle spalle, come per sbaglio. Le dita giocavano pigramente con l’elastico degli slip, tirandolo e lasciandolo ricadere, sfiorando l’inguine con naturalezza. Quando si stendeva sul fianco, il seno spingeva contro il tessuto sottile del reggiseno, appena contenuto, come se non vedesse l’ora di uscirne.
Io cercavo di restare lucido, di restare concentrato su Giulia, sui messaggi, sul rumore dell’acqua…Ma ogni volta che alzavo lo sguardo, lei era lì.A occhi chiusi, con un sorriso sulle labbra, il fianco arcuato, le gambe leggermente divaricate, lasciando intravedere la piega morbida del fondoschiena che il costume faticava a contenere. Poi, senza preavviso, si metteva a sedere, e mentre si sistemava i capelli con entrambe le mani, il busto si tendeva in avanti, scoprendo la linea perfetta della schiena e spingendo il seno in avanti, in un movimento che sembrava una carezza visiva.
Il sole rendeva la sua pelle ancora più dorata, lucida, come sudata. E quel maledetto profumo di cocco e sale che arrivava fino a me mi mandava fuori di testa.
A un certo punto, i nostri sguardi si incrociarono.Solo per un secondo, ma bastò. Lei socchiuse le labbra, le passò lentamente la lingua, poi abbassò lo sguardo verso il mio costume, e sorrise.Un sorriso complice. Sporco. E poi… tornò a stendersi come se nulla fosse, lasciandomi solo con un’erezione ostinatae un senso di colpa che saliva come la marea.
Sara dormiva, ignara, serena.Giulia scriveva:
"Amo quando sei silenzioso ma presente. Sei sempre con me, anche da lontano."
E io?Mi stavo sciogliendo.Tra quello che avrei voluto, quello che avevo promesso e… quello che non riuscivo a ignorare.
Non so dire se fu il sole a confondermi o quella curva del suo sorriso, ma appena la vidi avvicinarsi capii che non era finita.Misa venne verso di me con passo lento, il costume ancora bagnato che aderiva come una seconda pelle, e uno sguardo che già sapeva cosa voleva ottenere.
Sara dormiva sul lettino accanto, il viso coperto dal cappello di paglia, un braccio abbandonato sul ventre. Non si sarebbe svegliata facilmente, lo sapevo.
"Posso?", chiese Misa, ma non aspettò risposta.Si sedette a cavalcioni su di me, lentamente, con una disinvoltura che sapeva essere letale. Il mio petto nudo contro il suo costume bagnato, la pressione delle sue cosce sulle mie. I suoi capelli umidi mi sfioravano le spalle.Mi fissava dall’alto, i fianchi in leggera oscillazione, appena il necessario per farmi impazzire.
"Sei ancora sicuro della tua decisione?"La sua voce era un sussurro caldo, diretto all’orecchio.Una minaccia dolce, un invito proibito.
Sentivo ogni linea del suo corpo su di me, il seno che sfiorava il mio petto, la tensione nel suo bacino, e le sue dita che lentamente tracciavano cerchi invisibili sulle mie spalle.
"Perché io… non so quanto ancora posso far finta di niente…", sussurrò, muovendosi appena, premendo il bacino più forte contro di me.La stoffa bagnata del costume lasciava passare il calore, l’umidità, ogni centimetro del desiderio che stava trattenendo a stento.
Io la guardai, il cuore a mille, il corpo già pronto a cedere.“Non è il momento…", dissi, anche se la voce tremava. "O non è la persona?” , rispose lei, e inarcò leggermente la schiena, spingendosi contro la mia erezione, sorridendo come se avesse appena vinto una scommessa.
A pochi passi da noi, Sara continuava a dormire profondamente, ignara.E io… stavo per perdere completamente il controllo.
I suoi movimenti cambiarono.Non solo più seduta su di me: ora si muoveva. Lentamente. Con ritmo.
Iniziò a strusciarsi piano, con quella naturalezza disarmante che solo lei sapeva usare. Il costume, bagnato e sottile, non faceva nulla per nascondere il contatto. Anzi. Sembrava esaltarlo.Sentivo tutto.La linea morbida del suo sesso che scivolava contro di me, proprio lì. Le nostre intimità separate da pochi millimetri di tessuto, sottili come carta.
Mi si mozzava il respiro a ogni movimento.Misa si mordeva il labbro, ma non smetteva. Si chinava verso di me, il seno quasi premuto contro la mia bocca, e la sua voce, rauca, calda, mi sussurrava:
"Senti quanto sono bagnata… e non è per l'acqua."
Mi aggrappai ai bordi del lettino, le mani che tremavano. Stava giocando col fuoco, e io ero lì, pronto a bruciare.
"Misa… smettila…" dissi a denti stretti, ma non era una vera richiesta. Era una supplica disperata a me stesso di non cedere.
Lei si mosse ancora più piano, facendo pressione, con quella lentezza esasperante, mentre intorno a noi… il silenzio irreale di una piscina quasi vuota. Solo il rumore dell’acqua, lontano.
"Ti rendi conto che potrei venire così, strusciandomi su di te?"La sua voce era un’arma carica, il sorriso un bisturi.Io sussultai sotto di lei, la voglia di farla mia lì, contro ogni logica, ormai era diventata quasi un dolore.
E il peggio o il meglio, era che nessuno si accorgeva di niente. Nemmeno Sara, che ancora dormiva, immobile nel suo lettino.
Non sapevo quanto ancora potevo resistere.Forse un altro movimento. Forse mezzo. E avrei perso ogni freno.
Basta. Non ce la facevo più.
La presi per il polso, deciso, senza dirle una parola. I suoi occhi si illuminarono, come se aspettasse quel momento da ore.La trascinai con me, senza badare a chi ci guardava, verso gli spogliatoi in fondo alla piscina, quelli sempre semi deserti, con la luce gialla che filtrava a malapena dall’alto.
Appena entrati, chiusi la porta alle mie spalle con uno scatto secco.Io avevo in testa di parlarle. Di dirle che non potevamo continuare così.Ma lei… lei aveva capito tutt’altro.
Misa si voltò, il viso arrossato dall’adrenalina, il petto che le si alzava e abbassava nel costume incollato alla pelle.Mi guardò per qualche secondo. Poi, senza dire una parola, si avvicinò e si appoggiò alla parete umida degli spogliatoi.Con lentezza, si tolse il laccetto superiore del costume, lasciandolo scivolare sulle spalle. Il seno ancora coperto, ma appena.
“Cos’è, volevi parlarmi?”La sua voce era un sussurro carico di provocazione, con quel sorriso sbilenco che mi distruggeva.
Io rimasi in silenzio. La guardavo. Lei lo sentiva.Sentiva il mio respiro cambiare.
Fece un passo verso di me, con movimenti felini, e mi mise una mano sul petto.
“No, perché se mi hai chiusa qui dentro solo per parlare…”Fece una pausa.“…sei proprio uno stronzo.”
Mi sfiorò con le dita l’addome, fino all’elastico del costume, giocandoci con la punta delle unghie.Il silenzio era assordante. Il battito del cuore, quello no.
“Dimmelo, Leo.”Si avvicinò ancora di più, il fiato caldo sul mio collo. “Vuoi solo parlarmi?”
Io non risposi.
Le mie mani salirono da sole, le presero i fianchi.Stavo ancora lottando con me stesso. Ma era una battaglia già persa.
Non ci fu bisogno di parole. Misa si voltò, mi guardò negli occhi e si avvicinò con passo deciso. I suoi capelli gocciolanti le cadevano sulle spalle nude, il costume incollato alla pelle lasciava intravedere tutto, dalle curve tonde e provocanti del seno, al profilo perfetto dei fianchi, del fondoschiena, dei capezzoli che spingevano contro il tessuto sottile. Sembrava esplodere di desiderio.
Mi si avvicinò, posandosi di nuovo a cavalcioni su di me, stavolta con la pelle calda, viva, vicina. Il mio respiro si fece più pesante, e il mio costume non riusciva più a nascondere nulla.
«Sei ancora sicuro della tua decisione?» sussurrò, strusciandosi contro di me. Le nostre intimità, separate solo da due sottili costumi bagnati, si cercavano da sole, si trovavano da sole. Sentivo ogni suo movimento, ogni piccolo gemito che le usciva dalle labbra chiuse, come un veleno dolce.
«Misa…» provai a dire qualcosa, ma non c’era più lucidità. Il mio corpo stava decidendo per me.
Non ci pensai due volte. La mia bocca andò dove voleva, seguendo il desiderio senza filtri.
Le labbra si posarono sul suo collo, poi scesero, lente, fino al seno. Il costume era ancora umido e teso, ma sotto sentivo la pelle calda che mi chiamava. Lo abbassai appena, giusto quel tanto da liberarla, e le presi il capezzolo con la bocca, leccandolo con passione, mentre la lingua lo accarezzava e le labbra lo stringevano con dolcezza. Era turgido, bagnato, vivo sotto di me.
Lei chiuse gli occhi e sospirò piano, le mani tra i miei capelli, il corpo che si tendeva. Si stava lasciando andare. E io con lei.
La mia bocca passava da un seno all’altro, su quei capezzoli umidi, rigidi, che sembravano chiedermi di più. Le mordicchiai appena la pelle, poi la leccai, sempre più deciso, più affamato.
«Così…» sussurrò appena, la voce rotta dal piacere.
Poi si mosse con impeto. Mi spinse indietro, prendendo il controllo per un attimo. Mi guardò con quegli occhi pieni di fuoco e senza dire nulla abbassò il mio costume. La sua mano mi afferrò, decisa, avvolgendomi con un tocco che mi fece sussultare.
Iniziò a muoversi lentamente, con ritmo perfetto, provocante. Il suo sguardo era fisso sul mio, mentre saliva e scendeva con la mano, sfiorandomi in un modo che sapeva essere letale.
Poi, senza esitazioni, si abbassò.
Le sue labbra mi raggiunsero, calde, umide, decise. Iniziò a prendersi cura di me con la bocca, alternando la dolcezza a momenti più intensi. Ogni suo movimento era preciso, voluto, e il piacere cresceva vertiginosamente.
Le sue mani mi tenevano, il ritmo aumentava piano, e io la guardavo, perso in lei, in ogni singolo gesto che sembrava creato per farmi impazzire.
Non potevo resistere ancora a lungo.
Le accarezzavo i capelli con dolcezza, lasciando che le dita scorressero tra le ciocche umide mentre lei continuava, sempre più intensa, sempre più affamata. Ogni volta che risaliva con la bocca, trattenendosi appena, poi riscendeva ancora più a fondo, sentivo i muscoli tendersi, il respiro farsi corto, le gambe tremare.
«Cavolo…» sussurrai, a occhi chiusi, mentre la mia mano si stringeva tra i suoi capelli, non per guidarla, ma per aggrapparmi a qualcosa. Il piacere cresceva e non mi dava tregua, lei lo sapeva e non accennava a fermarsi.
Era perfetta, decisa, e sembrava conoscere ogni sfumatura del mio corpo.
Quando venni, il respiro mi si spezzò in gola. Lei lo sentì, lo accolse, e non si fermò subito. Continuò ancora un poco, più lenta, come a voler far durare tutto il possibile, poi si sollevò con un’espressione furba e soddisfatta.
«Eri così sicuro, eh?» mi disse con un ghigno provocante, passandosi una mano tra i capelli per sistemarli. «A giudicare da com’è andata, mi sa che eri tu quello che non resisteva.»
Si avvicinò ancora, sfiorandomi il petto con il seno, il viso a un soffio dal mio.
«Ora non vedo l’ora di scoparti davvero…» sussurrò, baciandomi il collo con malizia prima di staccarsi e aggiustarsi il costume lentamente, godendosi ogni mio sguardo su di lei.
Poi se ne andò.Così, come se nulla fosse. Un ultimo sguardo soddisfatto, il sorriso ancora sulle labbra e un ondeggiare del bacino che sapeva benissimo avrebbe continuato a tormentarmi anche dopo.
Io rimasi lì, per qualche secondo, ancora con il respiro pesante e la mente annebbiata. Il cuore batteva forte, non solo per ciò che era appena successo, ma per la consapevolezza che stavo scivolando dentro qualcosa di molto più complicato.
Mi rivestii in fretta, sistemando alla meglio i capelli, e uscii dallo spogliatoio con il desiderio urgente di tornare alla normalità. Ma la realtà mi diede subito un altro scossone.
Sara… non era più sulla sdraio.
Lo spazio vuoto, l’asciugamano abbandonato di lato, gli occhiali da sole non più lì. Guardai intorno, ma niente. Nessun segno di lei.Il cuore cominciò a martellare di nuovo, ma stavolta in modo diverso.
Che fosse tornata a casa?
Forse si era svegliata mentre io… mentre facevo quello che non avrei dovuto fare.Forse aveva visto.O forse no.
Ma non potevo aspettare, non potevo rischiare.Presi le mie cose di corsa e uscii dalla piscina, camminando a passo svelto sotto il sole che ora sembrava più pesante, più giudicante.
Dovevo parlarle.Subito.Avevo bisogno di vederle gli occhi.E capire.
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