La stanza chiusa

Chapter 4 - Oltre la soglia

In un locale sospeso tra il mistero e il desiderio, Natasha varca una soglia invisibile che separa la vita quotidiana dal richiamo profondo del corpo. Tra luci soffuse, sguardi lenti e tensione palpabile, si apre un mondo dove nulla è detto… ma tutto si sente.

IV
Inchiostro Verde

6 months ago

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La bottiglia era ancora lì. Intatta. Sul mobile dell’ingresso, come un animale in attesa.

“Passa.”.

Quel verbo continuava a rimbalzarmi dentro, come una nota lunga, impossibile da spegnere.

Alle ventidue, avevo quasi deciso di non andare.

Alle ventidue e cinque, stavo già scegliendo cosa indossare.

Mi sentivo ridicola, ma anche viva.

Avevo scartato i vestiti troppo corti, troppo stretti, troppo giovanili, troppo casti.

Alla fine avevo optato per un abito nero semplice, scollo a V, morbido, con le maniche tre quarti.

Nessun gioiello. Solo rossetto rosso e i capelli sciolti, finalmente.

Fuori, l’aria di luglio era densa.

Mi sembrava di attraversare una soglia invisibile: dalla me che conoscevo… a qualcosa di diverso.

Il locale si chiamava Room, e non aveva insegne vistose.

Solo una porta nera lucida, due gradini in discesa e una luce soffusa che filtrava dall’interno.

Il buttafuori mi guardò e poi fece un cenno con la testa.

Non chiese il nome. Non chiese nulla.

Appena entrai, il mondo cambiò colore.

Il buio non era buio. Era velluto. Lucine dorate scivolavano tra i tavoli, la musica era bassa e profonda, come un battito. Il profumo nell’aria era una miscela di legno, ambra, pelle.

Non era un locale comune.

La gente non parlava a voce alta.

Si muoveva lentamente, in modo misurato.

Corpi vicini, mani leggere sulle spalle, sguardi lunghi.

E quel tipo di silenzi… che portano tensione, non imbarazzo.

Un cameriere in nero mi sfiorò il braccio.

«Natasha?»

Annuii, sorpresa.

Mi fece cenno di seguirlo.

Mi accompagnò in una zona rialzata, un mezzanino con tende leggere e luci più basse.

Tavoli bassi, divani scuri.

E al centro, come se mi aspettasse da sempre, Andrea.

Sedeva con la schiena rilassata contro lo schienale, un gin-tonic in mano, le gambe leggermente divaricate, lo sguardo fisso su di me.

Nessun sorriso, ma uno sguardo che diceva:

“Finalmente.”

«Sei venuta», disse.

Non era una domanda.

Era un fatto.

Un'altra constatazione, come quel “Passa” sul biglietto.

«Solo per un drink», dissi, cercando di sembrare leggera.

Lui si alzò e mi porse la mano per farmi sedere.

La sua pelle era calda.

Le dita forti.

Il tocco, naturale. Come se mi appartenesse.

«Qui il tempo dura di più», disse, versandomi un bicchiere di vino bianco.

«Le cose si vedono meglio. Anche quelle che di giorno fingiamo di non notare.»

Lo guardai.

Aveva quella voce ferma, mai urgente, che mi faceva desiderare di contraddirlo e seguirlo allo stesso tempo.

Sorseggiai lentamente.

Il vino era fresco, profumato.

Mi sentii arrossire senza motivo.

Nel frattempo, dietro di noi, qualcosa cambiava.

Una coppia danzava lentamente, ma troppo vicina per essere solo danza.

Un’altra donna sedeva su un divano, con la testa poggiata sul petto di un uomo che le accarezzava il collo con una lentezza quasi crudele.

Lo capii allora.

Quel locale non era solo un locale.

Era un tempio del desiderio.

Un luogo in cui gli sguardi erano permessi. I corpi esibiti. I limiti sospesi.

Sentii un brivido. Non di paura, ma di riconoscimento.

Andrea mi fissava ancora.

«Se ti senti a disagio, dimmelo. Non è un mondo per tutti. Ma… a volte, è l’unico posto in cui possiamo respirare davvero.»

Respirai.

Non dissi nulla.

Solo che il cuore mi batteva forte.

E non avevo ancora capito se era per la paura…

O per la voglia.

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