Chapter 6 - Frammenti di verità
Nel tentativo di dimenticare, Natasha si rifugia nella disciplina, nella calma apparente, in un uomo diverso. Ma il corpo non mente: tra ricordi e desideri sospesi, la verità emerge nel silenzio più intimo — quella che nessuna normalità può più contenere.
6 months ago
La mattina dopo, la doccia non bastò a lavare via il bruciore che avevo dentro.
La sera precedente era stata un abisso.
Un salto senza rete.
Un piacere oscuro che ora mi faceva vergognare.
Come ho potuto?
Cos’era quella parte di me che si era lasciata guardare, sfiorare, toccare… e non aveva detto no?
Non andai a dormire.
Rimasi seduta in cucina, con la luce del frigo aperto che illuminava le mani strette sulle ginocchia.
Mi sentivo sporca.
Non del corpo. Ma dell’anima.
Fu allora che decisi.
Nessun messaggio a lui.
Nessun ritorno a quel locale.
Nessun Andrea.
Le settimane successive furono un esercizio di controllo.
Lavoravo con ossessione.
Traduzioni, revisioni, nuove collaborazioni.
Mi iscrissi a un secondo corso in palestra, e iniziai a svegliarmi ancora prima.
“Devi tornare in forma, Natasha.”
“Finalmente butti giù quei chili.”
“Devi fare ordine.”
Parole come chiodi.
Ripetute a me stessa come una preghiera laica.
Non per diventare bella.
Ma per diventare intoccabile.
Fu lì che conobbi Salidù.
La prima volta lo incrociai nell’area pesi della palestra.
Corpo alto, atletico, pelle color ebano lucida di sudore.
Non era appariscente.
Non aveva quell’aria predatoria come Andrea.
Era gentile.
Misurato.
Un coetaneo, forse qualche anno più grande.
Mi sorrise con sincerità, come se avesse capito tutto senza chiedere nulla.
«Scusa, posso usare questo attrezzo dopo di te?»
Voce bassa, tono educato.
Quasi troppo.
Da quel giorno cominciammo a salutarci ogni mattina.
Con discrezione.
Un gesto della testa. Un sorriso accennato.
Poco a poco, qualche parola in più.
Scoprii che era originario del Senegal. Che faceva l’infermiere in una clinica privata.
Divorziato da anni. Nessun figlio. Una voce calma che sembrava sapesse come parlare senza mai ferire.
In lui c’era tutto quello che Andrea non era.
Eppure, non mi accendeva.
Mi rassicurava.
Mi faceva sentire “normale”.
Era quello che volevo… giusto?
Ma bastava poco.
Una canzone in macchina.
Una luce bassa.
Il ricordo delle dita di Andrea che non mi avevano mai toccata davvero… ma che mi sentivo ancora addosso.
E capivo.
La normalità non era più casa mia.
E forse non lo era mai stata.
La sera era silenziosa.
Enrico era seduto in poltrona, come sempre, assorto in quel suo mondo fatto di notizie, crocette su riviste di enigmistica e le stesse tre frasi che ormai conoscevo a memoria.
Un tempo mi sembrava solido. Ora, solo distante.
Lo osservai per minuti lunghi, come si guarda una casa in fiamme sapendo che è troppo tardi per salvare qualcosa.
Eppure... ci provai.
Mi avvicinai.
Posai una mano sulla sua.
Gli parlai a bassa voce, cercando la donna che ero stata accanto a lui, anni prima.
Lui rispose con un gesto goffo, quasi sorpreso. Mi seguì in camera.
Spensi la luce.
Il nostro corpo cercò una connessione che non trovava più la strada.
C’erano mani, fiato, movimento.
Ma nessun calore.
Non dentro.
Non dove ne avevo bisogno.
Chiusi gli occhi.
Vidi Andrea.
Vidi anche Salidù.
Due opposti.
Due verità.
Due desideri che mi strappavano in direzioni contrarie.
Uno era fuoco.
L’altro, acqua.
E io... io ero fango.
Dopo, Enrico si voltò. Dormì quasi subito.
Io rimasi sveglia.
Accesa e vuota.
Andai in bagno. Mi guardai allo specchio.
Avevo le guance accese, gli occhi vivi.
Ma era un desiderio non corrisposto.
Un’energia che nessuno aveva raccolto.
Mi stesi sul letto. Chiusi di nuovo gli occhi.
E allora li vidi ancora.
Andrea e Salidù.
Diversi, incompatibili.
Eppure entrambi a orbitare dentro di me.
E nel mio sogno lucido, nella mia fantasia più segreta, non erano nemici. Erano spettatori avidi, complici, presenze che reclamavano la stessa cosa: me.
Un piacere che non veniva da fuori, ma da quel vuoto che avevo dentro e che loro, ognuno a modo suo, stavano riempiendo.
E fu lì, da sola, nel buio, che raggiunsi finalmente quell’angolo di me che da troppo tempo avevo lasciato in silenzio.
Non fu peccato.
Non fu redenzione.
Fu solo… verità.
Comments (0)
No comments yet. Be the first to comment!