Chapter 8 - La crepa sotto la pelle
Natasha, dopo aver cercato di sfuggire al passato, si ritrova a confrontarsi con Andrea, il cui magnetismo riesce ancora a scuoterla profondamente. Un incontro che, pur violento e confuso, le rivela parti di sé stessa che non aveva mai voluto affrontare, lasciandola sospesa tra il desiderio e il rimorso.
6 months ago
Erano passati quasi dieci giorni. Natasha aveva evitato ogni occasione, ogni traiettoria che potesse incrociare quella di Andrea. Palestra all’alba, rientri al tramonto, cuffie nelle orecchie, sguardo basso sulle scale. Come se bastasse ignorarlo per cancellarlo.
Ma Andrea non era il tipo da scomparire.
Lo trovò, una mattina, sul pianerottolo. Era appoggiato al muro con una bottiglia d’acqua in mano e lo sguardo puntato su di lei. Natasha si bloccò di colpo. Tuta grigia, capelli raccolti di fretta, e un cuore che riprese a battere come se l’avesse aspettato.
«Sembri scappata da qualcosa.»
La sua voce era calma, ma tagliente.
Natasha sollevò il mento. «O forse sto solo cercando di vivere.»
Andrea sorrise appena. «Interessante. E… ci riesci?»
«Ci provo.»
Fece per passare accanto a lui, ma lui non si spostò. Non la toccò, non le fece barriera. Eppure era come se lo spazio intorno a lui fosse diventato denso, magnetico.
«Hai un’aria diversa,» mormorò, inclinando la testa. «È successo qualcosa?»
«No,» mentì lei. «Semplicemente, ho capito che non tutto deve girare attorno a te.»
Andrea rise piano. Non era una risata allegra. Sembrava quasi… compiaciuta.
«Allora è un peccato che tu stia mentendo a te stessa.»
Lo sguardo di Natasha si accese, ma era un fuoco che bruciava più dentro che fuori.
«Non ho bisogno di te, Andrea.»
«Mai detto il contrario. Ma il punto non è se ne hai bisogno. È…» si avvicinò appena, la voce bassa, come una corrente elettrica sotto pelle, «…che ti manco.»
Lei sentì qualcosa colpirle lo stomaco. Una verità scomoda. Come se, con poche parole, lui fosse riuscito a riaprire una porta che lei aveva cercato di chiudere a chiave. Aveva dormito con un altro uomo. Si era sentita accolta, rispettata. Aveva sorriso. Eppure, il solo sentirsi di nuovo davanti ad Andrea le faceva vacillare ogni certezza.
«Non ti darò più quel potere,» sussurrò, voltandosi per andarsene.
«Non mi serve che me lo dia tu,» rispose lui alle sue spalle. «Ce l’ho già.»
Nel pomeriggio, mentre traduceva un testo medico che non riusciva a seguire, Natasha ripensò a quel momento. Non c’era stata volgarità nelle sue parole. Né gesti fuori posto. Solo quell’arroganza calda, quella sicurezza che la spingeva oltre il confine del giusto.
E mentre il sole filtrava tra le tende e l’acqua della moka borbottava in cucina, Natasha si rese conto che il problema non era Andrea. Era ciò che lui le mostrava di sé stessa.
Una parte che non riusciva più a ignorare.
Aveva chiuso la porta dietro di sé, aveva fatto per rimettersi al computer, ma il cuore continuava a batterle come se fosse ancora lì, davanti a lui. Le parole di Andrea le erano rimaste incollate addosso. “Ti manco.” Più che una frase, era stata una detonazione.
Non pensò. Le sue gambe si muovevano prima che la mente potesse frenarla. Uscì, attraversò il pianerottolo e si fermò davanti alla sua porta. Sollevò il pugno… e bussò.
Uno. Due. Tre colpi secchi.
Andrea aprì senza dire nulla. Il viso impassibile, ma gli occhi… gli occhi erano accesi. Non sembrava stupito. Come se avesse previsto ogni gesto.
Lei entrò, senza una parola.
L’aria tra loro era carica, satura, densa come prima di un temporale. Natasha non sapeva spiegare cosa l’avesse spinta lì. Rabbia, desiderio, bisogno di capire. O forse bisogno di perdersi, anche solo per un momento.
«Sei sicura?» chiese lui, con una voce più bassa del solito.
Lei non rispose. Gli si avvicinò, guardandolo negli occhi, come se volesse sfidarlo. Andrea fece un passo avanti, e fu allora che accadde.
Non fu dolce. Non fu lento. Fu come aprire una diga. Le mani di lui erano sicure, decise. La sua bocca affamata, i movimenti guidati da una forza che sembrava studiata eppure istintiva. Ogni gesto portava con sé qualcosa che lei non conosceva: una forma di controllo che la faceva tremare, ma che non la respingeva.
Andrea la guidava, la prendeva e la spingeva oltre i suoi limiti — ma senza mai oltrepassare un confine invisibile. Era come se sapesse fin dove poteva portarla. E ogni volta si fermava appena prima del troppo.
Natasha si sentì esposta, completamente. Ma non fragile. Anzi. Quella resa la faceva sentire viva, intensa, diversa. C’era qualcosa di spaventoso in quel piacere: era ruvido, profondo, quasi brutale… ma anche liberatorio. Come se lui le stesse mostrando un volto di sé che lei non aveva mai osato guardare.
Le sensazioni si mescolavano. Sorpresa. Vergogna. Estasi. Conflitto. Lei voleva dirgli di fermarsi — e allo stesso tempo voleva di più. Era fuori controllo. Ma nel paradosso, si sentiva incredibilmente presente.
Quando tutto fu finito, Natasha restò stesa a lungo, il respiro ancora spezzato, le mani strette sul lenzuolo. Andrea non parlò. Non la accarezzò. Non cercò di coccolarla. Ma era lì, con lei. E tanto bastava.
La stanza era in penombra. L’aria sapeva di pelle e decisioni che non si potevano più rimangiare.
E fu lì, nel silenzio che seguì, che la realtà iniziò a farsi largo. L’immagine di Salidù le attraversò la mente. Il viso calmo, le mani delicate. Poi Enrico, distante, quasi sbiadito. E infine… sé stessa. Immobile, nuda, eppure scossa da dentro come da un terremoto.
Non sapeva se si sentiva in colpa. Ma sapeva che niente sarebbe più stato come prima.
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