una coppia moderna

Chapter 5 - questione di feeling

è sempre questione di feeling...

M
metzenbaum

5 months ago

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capitolo cinque

questione di feeling…

passai una notte travagliata, fatta di tanti cattivi pensieri che mi ingarbugliavano la testa: e nel perenne movimento delle meningi sembravano venire mitigati da elaborazioni logiche e sostituiti da altri più concilianti per poi tornare ancora più molesti di prima.

questi pensieri uniti al poco riposo fecero l’effetto-bomba, prosciugandomi le energie: e come mi succedeva spesso negli ultimi tempi mi svegliai all’alba più stanco della sera prima di andare a letto.

Gioia invece dormiva serena, avvolta nelle lenzuola in posizione fetale, e di lei vedevo solo una porzione di capelli, una chiappa e il piede destro.

i deliziosi piedini di Gioia… proprio come tutto il resto del suo corpo erano curati e sottoposti a “manutenzione periodica" di unghie e talloni, senza contare i vari massaggi nel centro estetico e quelli che le facevo io, sul divano, mentre guardavamo la tv.

quando era incinta di Sara si erano gonfiati e le facevano male, e da lì avevo sviluppato quella tecnica che lei adorava e che di tanto in tanto le riproponevo come “stuzzichino” per arrivare ad altro, massaggio plantare e una sorta di rotazione dell’alluce che la mandava in estasi.

non è poi così difficile dare piacere ad una donna, basta… toccarla nei punti giusti.

erano solo le sei e un quarto di un sabato mattina di luglio, troppo presto per fare qualcosa ma troppo tardi per rimettermi a letto, indugiai guardando il soffitto e inevitabilmente arrivarono i pensieri.

no, dovevo tenermi impegnato, soprattutto mentalmente, così misi i piedi fuori dal letto e li appoggiai a terra, e evitando di fare troppo rumore per non svegliare Gioia mi alzai e dopo aver recuperato le mie cose uscii dalla camera da letto solo per… andare a sprofondare sul divano, pesantemente in debito di sonno.

mandai un messaggio all’assistente che avevo “precettato” per la mattina, in caso avessi avuto voglia di andare in studio a sbrigare qualche sospeso amministrativo e contabile, e le dissi di passare un bel weekend, avevamo tutti bisogno di riposare, nessuno escluso.

stufo di stare seduto allungai le gambe, poi mi distesi e provai a rilassarmi e… non so come, non so il perché e non so il quando ma mi addormentati.

feci un sogno su Gioia e su quello che faceva con gli altri uomini, un vero incubo che sarebbe stato riduttivo definire solo un brutto sogno, ma non me lo ricordai nei dettagli, anzi, appena svegliato tutto diventò sfumato, e non definito.

non ero nemmeno sicuro che quello fosse stato un sogno, e quando aprii gli occhi… c’era Gioia che mi stava toccando il braccio.

scalciai dallo spavento e mi tirai su di scatto facendole fare un balzo all’indietro, e dal suo viso… preoccupato capii che probabilmente avevo parlato nel sonno o qualcosa di peggio.

“amore…” mi disse, davvero preoccupata, “che succede, cosa c’è?”

“non… non lo so” le risposi confuso, “cosa c’è? è successo qualcosa?”

si strinse nelle spalle e scosse la testa.

“ho… parlato nel sonno?” le chiesi, e lei annuì.

non le chiesi nulla, ma la feci sedere accanto a me e Gioia lo fece, anche se con riluttanza.

“perché hai dormito sul divano?” mi chiese, con tono spento, “perché non sei stato insieme a me?”

mi sfregai la faccia con entrambe le mani e poi la guardai: era lì davanti a me con la sua espressione da cane bastonato, pronta per essere abbracciata, e coccolata, e consolata, pronta per sentirsi dire che andava tutto bene e che sarebbe andato tutto bene anche in futuro, ma non glielo potevo dire… perché non ne ero sicuro nemmeno io.

era lì davanti a me dolcissima, con quel suo viso innocente, ma era la stessa donna che avevo visto in fotografia la sera prima con un cazzo tra le labbra e l’altro puntato dritto in mezzo agli occhi, in posizione di sparo.

e facendo vagare la mia fantasia perversa e masochista la immaginai farsi sborrare in bocca e ingoiare il carico del primo uomo e poi attaccare con il secondo, e poi… e poi e poi e poi…

impossibile continuare così, impossibile, quella non era più vita, non potermi fidare della donna che avevo accanto e che fino a quel momento mi aveva raccontato un sacco di balle, e che forse… da anni conduceva quel tipo di vita, da anni, alle mie spalle…

ogni giorno ce n’era un nuovo pezzo, una nuova tessera del puzzle che una volta completato mi avrebbe fatto capire chi era veramente Gioia: sì, perché ormai ne ero certo, fino a quel giorno avevo conosciuto solo una Gioia, o comunque una sola parte di lei, il resto della sua poliedrica personalità lo dovevo ancora vedere.

ma come avevo fatto a non… a non rendermene conto? vivevo con lei da più di vent’anni e la consideravo la donna più… fedele e meno incline ai colpi di testa che ci potesse essere: era proprio per questo suo essere repressa (non pensai a sottomessa perché mi faceva male…) che poi era esplosa?

e pensai anche ad un’altra cosa, che mi fece incazzare per davvero: se non l’avessi vista, quella sera, cosa sarebbe successo?

non ne avevo la matematica certezza, ma… col cazzo che me l’avrebbe detto!

se non l’avessi affrontata quel sabato mattina sbattendole in faccia la prova del suo tradimento, se mi fossi voltato dall’altra parte per il bene nostro e della nostra famiglia, avrebbe continuato, impunita e imperterrita?

sì, dentro ne ero convinto.

e di una cosa ero convinto, che ero stato troppo buono: se non avesse avuto l’incidente in piscina, che cosa sarebbe successo? furioso e furente com’ero non poteva che succedere niente di buono, probabilmente l’avrei dovuta buttare fuori di casa ma conoscendomi non l’avrei mai fatto, preferendo andarmene io…

e se quella era una mossa calcolata? se era quello il fine ultimo?

e… allora perché faceva la mogliettina amorevole e innamorata?

c’era da impazzire.

quindi? cosa dovevo fare? continuare a fare il buon marito cornuto che per la pace familiare fa finta di nulla, e che addirittura… partecipa?

o dovevo far tremare le colonne del cielo e scatenare l’inferno?

che cosa sarebbe stato più giusto fare?

e poi perché dopo aver spompinato due uomini (e forse anche fatto ben di più) alla fine salta fuori che non vuole più fare niente?

“amore…” mormorò quasi timorosa della risposta, “perché… sei venuto qui?”

“non… riesco a dormire” le risposi sprofondando nei cuscini dello schienale, “non dormivo e invece di svegliare anche te sono venuto qui, e mi sono riaddormentato”

annuì sorridendo “per circostanza”, non convinta, inspirò profondamente e poi si alzò.

“vuoi… che preparo la colazione?” mi chiese.

“no” risposi, “no, grazie, non ho fame”

sembrava aspettarsi quella risposta.

“ok” rispose con un filo di voce, “se vuoi… qualcosa… dimmelo, che lo preparo”

feci un cenno della testa per dirle che avevo capito e poi la vidi andare via, curva, quasi trascinando i piedi.

e improvvisamente mi sentii soffocare: non potevo restare lì, in balia degli eventi, con una donna che… mi stava mentendo e forse mi aveva mentito da sempre!

c’era una sola cosa che potevo fare, andare via.

mi alzai e a passo rapido andai in camera da letto, misi jeans e una polo, indossai le mie scarpe preferite e feci per uscire ma me la trovai davanti.

e quando mi vide vestito…

“ho solo bisogno di stare solo per un po’...” le dissi comprensivo e senza volerla allarmare inutilmente, “voglio pensare a… a un po’ di cose, a quello che sta succedendo e… anche a noi”

contrasse le labbra come se stesse aspettando quella brutta notizia, ma si sforzò di farmi un finto sorriso e annuì.

“s-sì, sì, amore” mi disse, “prenditi… il tempo che ti serve, io… sarò qui ad aspettarti”

sospirai e guardai in basso, e scossi la testa.

“non dovresti stare sola neanche tu” le dissi, “perché non chiami qualcuno che possa venire qui con te, magari fate qualcosa in piscina, o uscite…”

annuì.

“ma tu… t-tornerai?” mi chiese angosciata, quasi ci fosse arrivata improvvisamente, “vero? tornerai da me? non mi lascerai sola?”

“sì, torno, torno…” le dissi, accarezzandole i capelli, “ho solo bisogno di pensare un po’... da solo”

non aggiunsi altro, la lasciai lì sulla soglia della nostra camera da letto e poi andai alla porta di ingresso, la aprii e quando ormai ero praticamente fuori la sentii chiedere “...mi ami ancora?”

non riuscii a rispondere, non in quel preciso istante dove i miei pensieri peggiori mi annebbiavano il cervello, inspirai profondamente e poi esalai un lungo respiro, e semplicemente annuii, poi chiusi la porta dietro le mie spalle.

lasciai casa e guidai senza una meta precisa, attraversai intere porzioni di campagna e di terreno collinare, e mentre ero completamente perso nei pensieri arrivai a scollinare tra vigneti e ulivi e mi trovai davanti il lago, blu e meraviglioso.

ecco, il lago…

e allora perché non torni all’idea di tanti anni prima? mi chiesi, molla tutto, vendi tutto, casa, studio, apparecchiature… e ritirati qui, apri un piccolo ambulatorio e vivi di rendita, zero stress, zero preoccupazioni.

no, quelle no, mi dissi, quelle ti seguiranno sempre fino a che… ci sarà…

fino a che ci sarà Gioia.

ed aprii una ferita dolorosissima nel mio cuore, dolorosissima ma anche inevitabile.

forse era arrivato davvero il momento di… lasciarci andare a vicenda.

qualche anno prima c’eravamo arrivati abbastanza vicini, poi tutto era rientrato, ma avevo pianificato tutto nella mia testa.

la casa gliela avrei lasciata, senza volere nulla in cambio, coprendo tutte le spese legali e notarili: era già completamente pagata, non piccola ma nemmeno grandissima da fartene diventare schiavo, le avrei lasciato anche un bel po’ di soldi sul conto e un buon mantenimento per fare una vita agiata, senza dover lavorare.

io tenevo lo studio e tutto quello che c’era attaccato, mi sarei preso un appartamentino in centro nelle vicinanze del lavoro e avrei continuato la mia vita, da solo o con una nuova compagnia.

e ovviamente la stessa cosa sarebbe stata libera di farla anche lei… anche se non ho mai negato che ne sarei stato gelosissimo!!!

Gioia avrebbe sofferto, tanto, ma poi si sarebbe rassegnata e probabilmente avrebbe anche capito che quella era la soluzione migliore, e avrebbe continuato a vivere.

Sara ormai era grande e la sua vita già da un po’ era fuori dalla famiglia, ci saremmo sempre stati per lei ma… non sarebbe stata un problema in caso di separazione.

sarebbe stato difficile e doloroso, ma non potevo continuare così: ormai la mia fiducia in Gioia era pari a zero, non mi aveva detto la verità e dopo tutto quello che era successo non avevo ancora un’idea precisa del perché si era buttata in quel… puttanaio!

noia? stanchezza di un rapporto che cominciava ad irrancidire? voglia di sentirsi di nuovo viva, e desiderata?

non le avevo mai fatto mancare nulla, ma non solo dal punto di vista economico: l’avevo sempre adulata e adorata, la nostra vita sessuale non si poteva definire perfetta ma… poco ci mancava, davvero, ci mettevamo fantasia e impegno, passione, a volte uscivamo e… ci divertivamo anche fuori dalla camera da letto proprio per sentirci ancora giovani e pieni di vita!

non sono l’uomo più bello del mondo ma sono… più che piacevole, sono alto, non ho pancia o altre cose del genere, mi tengo in forma e da “medico” so controllare l’alimentazione e tutto il resto, sono curato nel vestire e nell’aspetto… certo, se poi una donna si innamora può farlo anche per l’uomo più brutto del mondo, ma questo è un altro paio di maniche!

uscivamo spesso a cena, le vacanze erano sempre in posti diversi e fatte senza andare al risparmio, anzi, bastava che alzasse il dito ed ero pronto ad esaudire il suo desiderio!

qualsiasi donna avrebbe preso volentieri il suo posto, lo posso dire senza alcuna modestia…

e allora, perché?

perché gettare tutto quanto per… uno scambio di coppia?

se è una cosa tua, una pulsione che viene da dentro e che non riesci a frenare… ok, ma perché non dirmelo prima? perché tenerla nascosta e cercare di coinvolgermi con l’inganno?

e dopo aver fatto… la prostituta, per passare quella cosiddetta prova?

stavo davvero facendo tilt, e per fortuna che avevo preso del tempo libero per svagarmi, e invece…

e in mezzo a tutti questi pensieri arrivai proprio sul lago, sulla statale che lo costeggiava, nel traffico infernale di quel sabato mattina di luglio in zona turistica.

entrai in un piccolo borgo caratteristico, pieno di gente, c’eravamo stati forse un paio di anni prima non mi ricordo in che occasione, ed era stato bello.

lasciai l’auto in un parcheggio a pagamento e poi cominciai a girovagare per vetrine, sul lungolago e nelle viuzze più interne, in un’atmosfera di svago vacanziero: c’erano mamme con bambini nel passeggino, donne incinte, famiglie in ciabatte e costume da bagno che scendevano dai residence della collina per trovarsi un posto in spiaggia, tutto era felice e gioioso.

e che ci stavo facendo io lì, con quel macigno che mi sentivo sullo stomaco?

mi presi un gelato e mi sedetti su uno dei grossi massi di granito o quel cavolo che era posti a protezione del porto, e gli ultimi pezzi di cialda del cono li gettai alle anatre che si affollavano in acqua pronte per ricevere quelli che erano degli scarti ma che per loro erano un gran pasto…

a volte, guardare le cose da diversi punti di vista, aiuta…

rimasi ancora un po’ in solitaria fino a che non mi fece davvero male il culo e allora ritornai all’auto trovando la sorpresina, multa per divieto di sosta, era scaduto il biglietto del parcheggio sulle linee blu.

“fantastico…” dissi a voce alta, “davvero quello che ci voleva…”

tornai verso casa e visto che non avevo ancora mangiato nulla mi fermai ad un chiosco per la strada, presi un hot-dog veramente favoloso accompagnato con due birre zero che mi fecero subito stare meglio, e con la faccenda-stomaco sistemata decisi di affrontare finalmente la realtà.

e tornai verso casa.

dovevo solo decidere che parole usare, e che strategia usare: se dirle che era meglio chiuderla qui o se sarebbe stato preferibile dirle che mi serviva qualche giorno di distacco, per riflettere.

ogni ipotesi aveva i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, e nel mezzo di quella elucubrazione mentale (seghe mentali, si chiamano) mi chiamò Gioia.

ero indeciso se rispondere o no, ma visti i suoi problemi di salute lo feci.

“ciao…” mi disse, con la voce sotto i tacchi.

“ciao, dimmi…”

“stai… guidando?” mi chiese.

“sì, sto tornando” risposi, “tra mezz’ora sono lì”

“ah, ok” disse, stanca, “hai fame? vuoi che prep…”

“no Gioia, non voglio mangiare, grazie”

“ok…” mormorò, “allora… ti aspetto”

“sì ma… perché mi hai chiamato?” le chiesi.”

“v-volevo sapere se… se stavi bene, e se… tornavi…”

“torno, torno” le dissi, “mezz’ora e sono lì”

“ok” aggiunse, tenne in sospeso la frase e poi finalmente disse quello che voleva dirmi.

“ho… delle cose da dirti” sospirò “ho deciso che… voglio dirle e poi… tu… prenderai la tua decisione”

“ah, ok…” risposi.

“non… non sono stata completamente sincera con te” sussurrò, come le costasse ammetterlo.

o forse era solo paura di perdermi.

“capisco…” le risposi, e sorrisi.

“ti aspetto…”

“va bene, Gioia” le risposi, “ci vediamo fra poco allora, ok?”

“ok”

non ci furono frasi o formule di saluto o chissà che altro, solo mettemmo giù.

tanto lo sapevo già che cosa voleva dirmi, che alla fine… o si era fermata ai pompini quella sera o che si era fatta scopare.

e… come mai questa confessione? mi dissi, come mai… proprio adesso?

e sorrisi ancora.

“Stella, Stella, Stella” sussurrai, “sempre tu Stella…”

sì, ne ero certo, Gioia l’aveva chiamata e lei o le aveva detto che sapevo o le aveva fatto credere che sarebbe stato meglio parlarmene prima che lo scoprissi.

ma ancora una volta avevo solo dei sospetti su di lei, nessuna prova, a meno di mettere le mani sul telefono di Gioia e dare un’occhiata alla cronologia delle chiamate.

“mezzogiorno e dieci” dissi a voce alta guardando l’ora sul cruscotto, avrei dovuto controllare… ma come?

ci avrei pensato, senza fretta…

e incredibilmente mi sorpresi… calmo e sereno.

c’ero preparato, non sarebbe stata una novità per quegli ultimi giorni avere delle rivelazioni importanti da Gioia.

non dico che tornando a casa fischiettavo, ma poco ci mancava, e finalmente arrivai.

poco prima avevo pensato al modo di accedere alla cronologia delle sue chiamate, e non pensai che la tecnologia mi poteva venire in aiuto.

e ringraziai che per fare quella scampagnata non avevo usato la Mercedes, che di tecnologia ne aveva pochina e pure obsoleta, ma la Lexus…

e quando arrivai sotto casa si agganciò il telefono di Gioia, “iPone di Gioia” si chiamava.

e quando lo vidi non seppi trattenere una risata…

mi bastò selezionarlo, attendere che si collegasse e una volta accoppiato all’auto andai a vedere la cronologia delle chiamate e… bingo, tre chiamate.

prima chiamata verso Stella poco dopo che ero uscito e che era durata… un'ora e quarantanove minuti!!!

ma quante cose si erano dette???

poi contro-chiamata di Stella un’ora dopo la fine della prima ma che era durata meno di venti minuti e ultima chiamata verso la nostra comune amica della durata di un’ora e diciannove minuti.

confessione fiume, evidentemente…

be’, si era tenuta occupata come le avevo suggerito.

entrai in casa e la trovai seduta sul divano, mi stava aspettando perché aveva sicuramente sentito l’auto e il cancello che si apriva.

“stai bene?” mi chiese, “sembri… strano…”

sorrisi.

“no, non sono strano, Giulia” le risposi, “sono… stanco…”

inspirò profondamente e chiuse gli occhi.

“sei… stanco di me?” mi chiese, con quella vocina ingenua che mi irritò.

decisi di non rispondere e andai in cucina, presi un bel bicchierone di latte e lo trangugiai vorace, misi il bicchiere sporco nel lavello e quando mi voltai la trovai sulla porta.

“allora” le chiesi restando appoggiato con il sedere al ripiano in marmo della cucina, “sono qui, cosa volevi dirmi?”

abbassò la testa, poi la sollevò.

“non sono stata… sincera con te su quello che è successo quella… quella sera” mi ripetè

“non ho avuto il coraggio di dirtelo prima, ma adesso… adesso è giusto che tu lo sappia”

“ti ascolto” le dissi, aprendo le braccia.

“amore” cominciò, “prima però voglio che…”

“Giulia!” la interruppi, “parla! dimmi quello che mi devi dire, cazzo!”

accusò il colpo ma annuì, e ricominciò.

“quella sera… io…” provò a dire, ma dovette recuperare la concentrazione per continuare perché la voce cedeva.

io invece esibivo il mio miglior sorriso irritante.

“quella sera… non… mi sono fermata… ai baci, con quei due… ragazzi” riuscì a dire tra mille difficoltà, più che comprensibili, “sono… siamo andati anche… oltre i baci…”

“ok…” le risposi, calmo, sereno.

“mi vuoi dire quanto ‘oltre’ o lo devo capire da solo?” le chiesi, incalzandola.

“non abbiamo fatto sesso” si affrettò a dire con voce squillante, quasi fosse una ciambella di salvataggio, “non… non… non t-tutto…”

mi costò tanto stare calmo… ma superai la prova esattamente come aveva fatto lei, ma senza succhiare cazzi!

“ok, adesso ho capito che cosa NON hai fatto” la incalzai infastidito da quella reticenza, “ora mi vuoi dire che cosa HAI fatto o devo immaginarmelo?”

prese la rincorsa, poi finalmente trovò il coraggio di farl e me lo disse.

“ho fatto… o-orale” riuscì a dire, “ho… usato la b-bocca su… di loro”

non aveva il coraggio di guardarmi negli occhi.

e ne aveva più di un motivo… ne aveva due di motivi!

io invece la guardavo, fisso, sembravo essere diventato alto due metri e lei essersi ridotta a quella di un bambino.

“ok” dissi, annuendo, “così prima mi dici, anzi, mi giuri che non hai fatto niente oltre a qualche bacetto con la lingua, e invece adesso scopro che hai fatto un bel pompino a tutti e due…”

alzò lo sguardo, pronta per essere… giudicata, ormai con ogni scudo abbassato e… indifendibile.

sembrava pronta per essere condotta al macello.

“spero che ne sia valsa la pena…” aggiunsi, “per loro… ma anche per te…”

non ero furioso o imbufalito o incazzato come una bestia, no, ero solo… stanco, privo di energie, e amareggiato.

non era stato un fulmine a ciel sereno, lo sapevo già, avevo visto tutto e ancor prima di vedere la foto sul telefono di Stella avevo intuito.

ma l’ammissione… forse l’ammissione era la cosa che mi faceva male: avrebbe potuto continuare a fingere, a giurare su quello che aveva più caro che io avrei… finto di crederle, ma così…

mi aveva detto tutto, forse per liberarsi di me e aspettare che davvero la cacciassi di casa, ma non ero così sicuro che fosse quello il piano, anzi, non ci credevo proprio.

preferivo credere che la sua fosse solo estrema ingenuità, e innocenza.

e… povera Gioia, pensai, chissà che peso sulla coscienza si era portata dentro: e ora finalmente se l’era tolto, scaricandosi di quel macigno che la opprimeva e la ostacolava e che le faceva cambiare continuamente idea, solo che facendolo aveva perso tutto… o almeno aveva perso me.

ma non ero arrabbiato con lei, con me stesso, o con quei due “ragazzi” o con chi ce l’aveva portata lì, e nemmeno con Stella, qualsiasi ruolo avesse.

davvero.

del resto… poche ore prima la sua grandissima amica (troia) Stella ne aveva fatto uno a me, di pompino, come avrei potuto ergermi a giudice di mia moglie se ero io il primo degli imputati?

le cose in realtà erano un po’ diverse, almeno tecnicamente, teoricamente lei aveva cominciato tutto senza alcun coinvolgimento della nostra coppia, perché di fatto io ero ancora completamente ignaro di quelle sue pulsioni, il pompino di Stella era una diretta conseguenza degli eventi, era un… accessorio, ecco, un accessorio, Stella mi aveva fatto un pompino e quel pompino era un accessorio della nostra entrata nel mondo degli scambisti.

quante balle che raccontavo, soprattutto a me stesso.

quindi Gioia in realtà era vittima degli eventi, si era lasciata trasportare, io invece… ero consapevole, e non lo potevo nascondere, anche perché… se conoscevo bene Stella, gliel’aveva già raccontato…

Stella…

saltava sempre fuori, come una moneta falsa.

e mi venne da sorridere perché… non avevo ancora capito che parte aveva in questa commedia!!!

se era qui per aiutarci, per farci… evolvere e accompagnarci verso chissà quali vette, o per distruggerci!

e non so il perché, ma improvvisamente… scese tutto, dolore, rabbia, gelosia, irritazione…

non rimase più niente.

tanto… sapevo già tutto, non avevo bisogno di quella sua confessione: e poi… la mia linea di condotta era chiara, io non volevo perdere Gioia.

una parte di lei l’avevo già persa quella sera, il resto lo volevo tenere, e conservare come si conserva la propria vita.

dovevo solo abituarmi ad un diverso modo di pensarla mia: Gioia restava mia moglie, che viveva insieme a me, rideva e piangeva insieme a me, godeva del nostro stile di vita agiato, ma non era più completamente mia, e non lo sarebbe stata mai più in esclusiva.

ci eravamo evoluti, volenti o nolenti, in una coppia aperta, una coppia moderna.

non odiavo, non disprezzavo, non… condannavo.

condannavo solo me stesso per essere così… di vedute limitate, e non aver capito che se eravamo arrivati a quel punto era stata anche colpa mia e che non potevo addossare a lei tutta la responsabilità.

e guardai Gioia, lì davanti a me, umiliata, piccola, indifesa, pronta a piegare la testa e andarsene via dalla nostra bella casa, il nostro porto sicuro dove potevamo trovarci e… stare insieme, lasciando il mondo fuori.

sentii solo un gran vuoto dentro, e l’unica persona al mondo che quel vuoto lo poteva riempire era… Gioia.

“adesso… lo sai” sussurrò, “non ho avuto il coraggio di dirtelo perché… sapevo che… sarebbe stata la nostra fine…”

tirò su con il naso.

“ma non volevo… non voglio più mentirti” continuò, “e adesso… adesso posso anche andare via, se non mi vuoi più”

mi fece una tristezza infinita: forse le balle non erano ancora finite, forse… c’era altro, non lo sapevo, ma capii che non lo volevo sapere.

ormai eravamo entrambi incanalati in una direzione ben precisa, il gioco era quello, dovevamo giocare.

provai tristezza infinita, ma anche qualcosa di più profondo che “spingeva” per venire a galla, amore infinito.

Gioia era la mia vita, la mia donna, mia moglie, la madre della nostra adorata figlia, era e sarebbe sempre stata la mia spalla nei giorni difficili come io ero la sua, era la donna che mi aveva aiutato ad uscire da una crisi che minacciava di travolgere la mia vita professionale, era la mia migliore amica e confidente, anche se spendeva più di quello che riuscivo a guadagnare e… di tanto in tanto succhiava il cazzo a qualcuno… era sempre la mia Gioia, di nome e di fatto.

“vado a preparare le mie cose” mi disse, ormai rassegnata, “chiamo una mia amica della palestra, mi faccio ospitare da lei per qualche giorno e… vado via”

inspirai profondamente.

“tu non vai da nessuna parte” le dissi, deciso.

si bloccò e mi guardò con un misto di paura (che le avrei potuto fare?) e speranza, ma anche con il timore di non aver capito bene.

“io…” cercò di dire, “io non… io…”

“tu non vai da nessuna parte” le ripetei, “perché il tuo posto è qui, vicino a me”

aprì la bocca, e il viso le diventò come di creta, pronto ad andare in mille pezzi, sgretolarsi

“non vai da nessuna parte, Gioia, questa è la tua casa, la tua famiglia, e io sono… tuo marito” le dissi, con la voce che non era più forte e sostenuta come quella di poco prima, “il tuo posto è vicino a me, e il mio è vicino a te”

cominciò a piangere a singhiozzare restando sui suoi piedi, ma mi bastò aprire le braccia perché si avvicinasse, e senza osare fare un passo di più si fermò a pochi centimetri, allora scattai e la abbracciai stringendola forte e in un istante Gioia si lasciò andare piangendo a dirotto e quasi perdendo le forze perché dovetti sorreggerla per non lasciarla cadere.

ci stringemmo forte, abbracciati, ognuno dei due piangeva a modo suo, lei buttando fuori tutto e io tenendo dentro tutto.

e quello era il nostro nuovo inizio.

ci sedemmo sul pavimento della cucina, e restammo una nelle braccia dell’altro non so per quanto, minuti, mezz’ore.

Gioia mi disse che stava impazzendo (a me lo diceva…) e che era a un passo dall’autodistruzione.

e che non voleva più avere niente a che sparire con Stella, con il club o con qualsiasi altra cosa.

ma non ero d’accordo.

“questo… è quello che volevo io” le risposi, “non quello che volevi tu, e che vuoi tu”

mi guardava senza capire.

“ci siamo dentro, Gioia, non ne usciremo facilmente” le dissi, “non ti voglio perdere un domani perché non ho permesso che tu… fossi libera di scegliere”

“ma io non…” cercò ancora di dire la sua, ma scossi la testa e sorridendole le posai un dito di traverso sulle labbra.

“giocheremo” le sussurrai, “giocheremo e vedremo come andrà a finire…”

annuì, pronta per piangere un’altra volta ma la fermai.

perché anch’io avevo qualcosa sullo stomaco.

“sai… di… Stella, di ieri sera, con me, vero?” le chiesi.

mi guardò quasi sofferente, poi annuì.

sospirai.

“te l’ha detto lei?”

annuì ancora.

“e… cosa… pensi?” le chiesi.

“me l’aveva detto… quando… tu non volevi” mormorò, “mi aveva detto che l’avrebbe fatto, mi ha chiesto… il… permesso e io ho detto sì”

sorrisi e scossi la testa.

“e… cosa… cosa ne pensi?” le chiesi, “non ti senti… tradita?”

sembrò trasfigurarsi.

“e… perché?” mi chiese, “cosa… io… no!” esclamò, “io… le ho detto che andava bene, e che se era per… farti… farti…” cercò di dire senza trovare le parole, ma le trovai io.

“...farmi cambiare idea?”

“sì…” mormorò.

“allora… sei proprio decisa?” le chiesi, “non ti vuoi più tirare indietro?”

mi guardò negli occhi e diventò… seria.

“non voglio tirarmi indietro” rispose decisa, “perché ho visto che anche tu… vuoi…”

“giocare” risposi, “io voglio giocare…”

“sì, giocare…” sussurrò.

quel pomeriggio parlammo ancora, Gioia volle assolutamente raccontarmi tutto anche se non c’era poi più molto da raccontare (se non erano altre balle, ma a quel punto era ininfluente, una in più o una in meno…), la ascoltai e la lasciai sfogare, mi giurò e rigiurò che non c’era altro, le dissi che le credevo, e… stufo di sentire le stesse cose ripetute tre volte la spedii a rilassarsi nell’idromassaggio (e rifiutai nel modo più assoluto di andare con lei), e mentre non mi sentiva provai a cercare posto nei ristoranti che le piacevano di più, e… incredibilmente trovai un posto al Koga, un ristorante di cucina fusion giapponese e italiana molto apprezzato anche all’estero, una cosa che l’aveva sempre fatta impazzire.

menù fisso senza possibilità di variazioni, proprio come nelle mense aziendali, prevalenza poco speziata, bilanciamento sapiente tra carne di manzo Wagyu e crostacei del Pacifico e tutto quello che c’era, ad una cifra folle.

poi prenotai una camera al Palace, una suite.

prenotai e ne fui felice, ma… perché l’avevo fatto? perché potevo farlo, e volevo farlo.

e mentre Gioia era ancora a mollo scelsi il suo abito per quella sera e trovai quello giusto rovistando nell’armadio più remoto, lo tirai fuori e… sì, era quello giusto.

mai messo, comprato per… sfida, e ancora cartellinato e quando lo guardai meglio ricordai perché non lo voleva mettere!

era nero, abbastanza corto e stretto ma niente di chè, la particolarità era che sul davanti sul seno era completamente aperto, e questa apertura scendeva quasi fino all’ombelico, le “coppe” per il seno erano praticamente traslucide e lasciavano vedere l’ombra del capezzolo, il famoso vedo-non vedo, la parte posteriore invece era di pizzo nero e velo che lasciava la schiena completamente scoperta fino al solco delle chiappe, con visione diretta di perizoma o tanga o niente, quello che avrebbe scelto lei.

rimisi tutto via e aspettai, Gioia uscì dal suo bagno e si preparò per una sera come tante, ma non potevo lasciarla fare.

“perché non usciamo, stasera?” le chiesi.

“ok…” rispose, “e… dove andiamo?”

“sorpresa…”

non ne fu entusiasta, forse temeva che potessi fare qualcosa di… strano, ma la rassicurai.

“voglio solo portare fuori la mia deliziosa mogliettina” le sussurrai guardandola dritta nei suoi occhioni azzurri, “un bel ristorante, una bella cenetta, beviamo qualcosa…”

annuì, ancora un po’ triste, e forse non proprio… sicura delle mie intenzioni.

“su, fatti bella…” le dissi, le posai un bacio sulle labbra che la fece tremare e poi la lasciai sola dandole il suo tempo, e quando tornai la trovai già truccata, perfetta, intenta a mettersi il rossetto.

“sei… perfetta” le dissi, strappandole finalmente un sorriso.

“e adesso… voglio che metti questo” le dissi mostrandole il vestito.

rimase a bocca aperta.

“no… amore…” mormorò, “quello lì… è troppo…”

“sì, lo so” dissi, guardandolo nella luce che filtrava dall’esterno, ormai il sole era basso, “è per questo che lo metterai, perché è troppo…”

lo guardò meglio e poi si alzò, lo prese e lo accarezzò con il dorso della mano.

“lo… provi?” le chiesi, e lei annuì.

“ti lascio il tuo tempo…” le dissi pronto per uscire, ma con uno scatto mi prese il braccio con la mano e mi fermò esclamando un “...no!”

“resta qui…” mi chiese, “resta qui con me…”

“vuoi?” mi chiese ancora, dolcissima.

annuii e mi sedetti sul letto, e allora Gioia si sfilò l’accappatoio e restò nuda (si era depilata…), esposta, indifesa.

forse era solo stanchezza o fu solo una mia autosuggestione, ma sembrava invecchiata, il seno pareva più floscio, la pancia più gonfia, il culo più basso…

sorrisi e le feci l’occhiolino indicandole che era il momento di provarlo, allora lo prese e infilandolo dai piedi lo tirò su fino ad indossarlo e… meraviglia.

“perfetto… perfetta” le dissi, anche i capelli erano perfetti, non proprio pettinatissimi ma con quel pizzico di… follia anche nell’acconciatura che non guastava mai.

si guardò nello specchio, lo sistemò come riusciva ma poi si voltò sconsolata.

“ma… si vede tutto…” mi disse, “io… non so se…”

“sei perfetta” le dissi ancora, “e… stasera… dovrai essere questa” aggiunsi subito raggiungendola, la rimisi davanti allo specchio e le feci alzare le braccia, non troppo, quel tanto che bastava per sollevare il grosso seno.

“ma… si vede tutto…” provò a dire, ma la interruppi.

“IO vedo tutto” le sussurrai nell’orecchio, “solo IO posso vedere…”

la vidi scossa da un brivido.

“voglio che tutti ti ammirino e ti guardino, che ti indichino dandosi le gomitate quando entreremo nel ristorante, che mi invidino perché ho al mio fianco una donna così bella e che ti critichino spietatamente, questo è quello che voglio” le sussurrai.

“sì…” sussurrò, quasi… persa.

“e che vedano pure” sussurrai ancora, “che vedano il seno, che vedano le gambe, le cosce, che vedano il tuo bel culetto, che ti desiderino, che ti vogliano… ma tu sei mia”

respirava velocemente.

“stasera…” le sussurrai, ma poi mi corressi, “da stasera torniamo a vivere… da stasera torniamo a essere quelli di prima, meglio di prima, più… belli di prima”

sorrise.

“e sarà tutto diverso… molto, molto più bello” aggiunsi, “e molto più… eccitante”

sorrise molto più apertamente, e annuì.

si sedette di nuovo alla sua toilette per sistemare capelli e trucco e nel frattempo mi vestii, completo nero di rappresentanza, forse un po’ pesante per la stagione, e quando fui pronto fu pronta anche lei.

“sei perfetta” le dissi mentre ancora voleva sistemare dei ciuffi ribelli, “adesso dobbiamo andare, il taxi sarà qui a minuti”

mi seguì docilmente in soggiorno portando con sé la pochette (non quella dell’altra sera…) e dentro ci mise solo poche cose, lasciando a casa il telefono, e quando arrivò il taxi e fummo pronti per uscire… si fermò.

“amore…” disse, impuntandosi.

“che c’è?” le chiesi.

“non… non ho…” cercò di dire ma senza riuscirci.

“cosa non hai?”

“le mutandine!” sbottò quasi isterica.

“ma no, dai, non servono…” le dissi fingendomi distratto, e aprendo la porta feci cenno al driver che stavamo arrivando.

“amore… non posso uscire senza… slip!” protestò, “ma… vedranno… tutto…”

“IO vedrò” le dissi, guardandola negli occhi, Gioia sorrise e poi annuì, e infine mi seguì rassegnata.

il driver ci aprì lo sportello e Gioia entrò per prima guardandosi attorno, era la prima volta che saliva su uno di quei taxi, una via di mezzo tra una grossa berlina e una limousine.

puntammo diretti verso il centro, e durante il viaggio Gioia continuò a sistemarsi il vestito sulle cosce, o sul seno, o sulla schiena, io le sorridevo e scuotevo la testa, e a nulla serviva dirle che era bellissima così e che non si vedeva nulla…

“ma… dove stiamo andando?” mi chiese, non riconoscendo la strada.

“te l’ho detto, sorpresa…” le sussurrai all'orecchio strappandole una risatina infantile, una di quelle che mi hanno sempre fatto impazzire.

mi tartassò per sapere che ristorante fosse, che tipo di cucina, che particolarità aveva, ma quando arrivammo e vide l’insegna…

prima di uscire dall’auto consegnai il cinquantone al driver e lui mi consegnò la rosa rossa, la diedi a Gioia che quasi si commosse e poi la scortai fuori, tra lo sguardo incuriosito di un paio di coppie che cercavano di entrare senza prenotazione, diedi il nome alla reception e una gentilissima cameriera asiatica ci accompagnò al nostro tavolo, in posizione centrale, proprio in mezzo agli sguardi della gente.

“amore ma… ma come hai fatto?” mi chiese dopo che il maitre le ebbe sistemato la sedia, “come hai fatto a prenotare?”

“una botta di culo” quella era la risposta corretta, ma la risposta ufficiale fu “c’è voluto un po’, ma… volevo farlo da tanto con te, e…”

“grazie” mi disse dolcissima prendendomi la mano, e allungandosi verso di me forse per posarmi un bacio sulle labbra si scoprì la parte sotto e tentando di ricomporsi lasciò vedere una tetta al maitre che ovviamente non si scompose, sempre serio e ossequioso.

scelsi il suo vino preferito, un rosso toscano un po’ passito che forse non era il massimo per una cucina fusion ma che… avremmo provato, lo assaggiai trovandolo perfetto sia come temperatura che come tannino, e allora il cameriere lo servì ad entrambi prima di lasciarci la nostra intimità.

“vogliamo… brindare?” le chiesi.

“a cosa?” mi chiese, dolcissima.

“a noi… al futuro insieme” dissi, feci tintinnare il mio calice contro il suo e la vidi assaporare quel nettare dolcissimo, con un sospiro di piacere.

poi arrivarono le portate, un trionfo di carne e pesce, verdure deliziose e addirittura funghi, salse speziate e dolcissime per contrasto, Gioia era deliziata ed entusiasta, per lei era un piccolo sogno che si avverava, cenare in un ristorante del genere non era da tutti i giorni e lei lo sapeva, e non smetteva mai di ringraziarmi, arrivano poi a quella frase che mi fece… quasi arrabbiare.

“grazie per avermi portato qui con te, anche se non me lo merito, per quello che ti ho fatto…”

non mi arrabbiai, le sorrisi.

avevamo finito l’assaggio dei dolci, potevamo anche andare.

feci cenno al cameriere per il conto, me lo portò e nemmeno lo guardai, firmai e poi eravamo liberi.

all’uscita ci aspettava il nostro taxi, e mentre Gioia lottava con il suo vestito per non farsi notare troppo (c’era una piccola folla all’esterno, e Gioia si presentò con i capezzoli in vista e il solco delle chiappe scoperto, ma quello ovviamente restò solo per me) il driver arrivò, ci aprì lo sportello ed entrammo, Gioia aprì le cosce e diede un flash di figa al ragazzo che ci stava proprio di fronte prima che la portiera si richiudesse.

“dove andiamo signore?” mi chiese nell’interfono.

Gioia stava annusando la sua rosa, ma la vidi quasi allarmata quando sentì “Hotel Palace”.

“ma…” provò a dire, ma le sorrisi.

“stasera… si fa a modo mio” le dissi, “ricordati che stasera sei solo mia…”

sorrise dolcissima, e per la prima volta in quella serata mi baciò, prima un bacio leggero e poi uno più profondo, con la lingua.

“stasera sei bellissima” le dissi, “non ti ho mai visto così… così”

“siamo ubriachi…” ridacchiò.

“posso… chiederti perchè?” volle sapere.

“stasera voglio che ce la ricordiamo per sempre” risposi, “a cominciare dalla cena fino alla notte in hotel”

“mmm… davvero?” replicò, sensuale, “e… c’entra in qualche modo questo vestito che mi hai fatto mettere?”

“diciamo di sì…”

fece una risatina, ma non era sbronza, solo… allegra, spiritosa.

“mi sento una puttana” sussurrò, “con le tette di fuori, senza mutandine, con la pussy al vento…”

“se vuoi… stasera sarai la mia puttana” le proposi.

“mmm… facciamo un gioco?” mi chiese, “un giochetto dei tuoi?”

un ‘giochetto dei miei’ era qualcosa che riguardava il nostro passato, quando le inventavo delle scenette sexy tipo professore e scolaretta, agente di polizia e criminale o ancora agente di polizia e prostituta.

“stasera… vuoi che giochi a fare la tua puttana?” sussurrò, “vuoi che mi paghi per farmi scopare da te?”

“mmm… interessante…” le risposi, e poi… e poi…

lo tirai fuori davanti ai suoi occhi spiritati e la vidi eccitatissima.

“allora… visto che ho pagato… cominciamo da qui” le dissi, allungai una mano e gliela misi dietro la testa e la guidai giù, facendomelo prendere in bocca.

le tenni la mano sopra mentre faceva su e giù scappellandolo con le labbra, nascosti dentro l’abitacolo impenetrabile ad ogni sguardo indiscreto, mi portò velocemente alla sborrata e gliela scaricai in bocca, facendole ingoiare tutto prima di rimetterla sotto a succhiare e pompare.

ero quasi pronto per il bis (me la sarei anche scopata lì dentro…) ma l’interfono intervenne.

“chiedo scusa, signore” disse il driver, “siamo quasi all’hotel, i signori desiderano scendere?”

“sì, grazie” risposi, e mentre Gioia tutta ridacchiante si ricomponeva capelli e si dava un nuovo ‘giro’ di rossetto lo sportello si aprì e come sempre scesi per primo lasciando che Gioia seguisse, e di nuovo regalò un flash di figa stavolta al ragazzo che stava alla porta, che non seppe trattenere un sorrisetto poco… professionale.

diedi un altro cinquantone al driver che mi fece un cenno di intesa con il capo e poi prendendo sottobraccio la mia putt… la mia mogliettina arrivammo in reception.

cinque minuti dopo entravamo nella suite, un minuto dopo il bel vestito di Gioia era volato via, e trenta secondi dopo ce l’aveva già in figa, fino alle palle.

la presi alla pecorina sul pavimento, montandola da dietro e sbattendola così forte che perse l’equilibrio facendoci cadere rovinosamente a terra, ridendo come idioti.

mi tolsi tutto anch’io e dopo averla presa in braccio la portai sul letto enorme, la adagiai delicatamente e sempre delicatamente le aprii le cosce baciandola dappertutto, dai piedi fino all’ombelico, e con la sua figa sbrodolante davanti non riuscii a resistere oltre, mi tuffai in quell’antro di piacere e cominciai a leccarla a perdifiato, figa e buco del culo, tutto insieme.

il primo orgasmo lo raggiunse… normalmente, il secondo, quasi consecutivo al primo, fu vulcanico: mi teneva la testa schiacciata contro di lei mentre muoveva il bacino per cercare di concentrare il più possibile il piacere, usai le dita per penetrarla e in un attimo esplose, squirtò come raramente le capitava e non riuscì a trattenere i gemiti e il godimento, ritrovandosi poi ansimante e sudata, completamente appiccicata dei suoi stessi umori vaginali.

battere il ferro finché è caldo, si dice: le andai sopra e senza darle respiro la penetrai, e sempre senza concederle tempo per riprendersi ricominciai a sbatterla da sopra sollevandole le gambe per pomparla meglio.

mi incitava a scoparla più forte ed io l’accontentavo, la feci mettere a pancia in giù e la penetrai anche da dietro squassandole il corpo, poi me la feci montare sopra alla rovescia e mentre la tenevo “sospesa” per le chiappe da sotto le davo botte così forti da sentirle dire “amore, piano…”, il che per lei era raro, e non contento la rivoltai per rimettermi sopra di lei e continuare a sfondarle la vagina ormai così aperta che ci sarei potuto entrare con un pugno!

ripassammo tutte le posizioni che conoscevamo, prendemmo fiato qualche minuto e poi Gioia me lo prese e mi regalò un delizioso pompino in stile soffocone, dentro tutto fino alle palle e poi fuori per leccarmelo dalle palle fino alla punta raccogliendo tutti i suoi preziosissimi umori, me la scopai da dietro squassandole il bel culone e quando provai a prenderla dal fianco mi fece fermare.

“adesso…” mi disse ansimando, “adesso tocca a te”

“vengo sopra io” decise, “si sistemò bene e poi fece quella cosa strana, si succhiò due dita e se le portò dietro, rifece il tutto due volte facendo anche colare sopra della saliva e poi mi prese il cazzo, si sollevò sulle gambe per appoggiarselo e… aspetta… aspetta un po’...

“amore… fa piano, ok?” mugolò quasi pentita di quello che stava facendo.

“va bene amore?” mi chiese ancora, “fai piano, eh?”

mi tirai su e la baciai profondamente, le diedi una succhiata per ciascun capezzolo e poi la lasciai fare, le nostre mani si trovarono e le dita si intrecciarono, e millimetro dopo millimetro le entrai nel culo aprendole lo sfintere e scivolando nel canale del retto, fino a quello che riuscì a contenere prima di sentire troppo dolore.

aveva gli occhi chiusi ma non sembrava soffrire troppo, erano circa dieci anni che non lo facevamo più nel culo, da quando era stata operata di emorroidi residuo di un parto difficile.

mi aveva ridato il culo in una serata come quella, non potevo che… essere esaltato!

la lasciai muovere come voleva, su e giù lentamente, ed era così stretta e… calda che riuscii a resistere davvero per poco.

“sì, continua così che mi fai venire…” le dissi, ormai al limite, “sì, dai! sborrami nel culo!” mi incitò a voce così alta che chi stava fuori o nell’altra stanza a fianco non avrebbe potuto non sentire, anche a non volerlo.

cazzi loro.

la lasciai muovere e improvvisamente arrivai, sentii l’onda arrivare dalle palle e assecondai il suo fluire e un istante dopo le schizzai dentro grugnendo come un cinghiale mentre lei continuava a scappellarmelo con l’ano, fino a che esausto e prosciugato mi lasciai andare sul letto, cosa che Gioia prese come il segnale che tutto era finito.

si sollevò lentamente e… inevitabilmente ciò che è entrato è destinato a uscire, prima o poi…

si tenne una mano dietro il culo e si alzò con mille cautele, e a chiappe strette raggiunse il bagno chiudendosi dentro.

ero distrutto, mezzo sbronzo, esaltato per l’anale e ancora mezzo “sbattuto” dalla lunga giornata, stavo per alzarmi quando sentii Gioia che mi chiamava.

la raggiunsi in bagno e la trovai sul water, a lasciar colare fuori tutta la mia sborra.

“facciamo un bel bagno insieme?” mi chiese indicandomi la vasca stile retrò con i rubinetti in rame.

“m-m” le risposi, “arrivo subito…”

tornai in camera perché avevo sentito un messaggio sul mio telefono, e sembrava quello dell’allarme di casa, ma… non era l’allarme di casa.

era Stella.

“ho bisogno di parlarti” scriveva, “chiama quando puoi”

“non posso adesso, siamo impegnati” le scrissi.

rispose con tanti cuoricini e poi aggiunse “allora te lo scrivo”

il ‘grande capo’ del club voleva incontrarci, venerdì sera, e proporci di entrare.

“perché così in fretta?” le chiesi.

“perché gli ho detto che siete pronti”

“pronti per che cosa?”

“per scambiare”

“con voi?”

“sì, con noi”

esitai, ci pensai su bene, poi risposi.

“va bene”

“e Gioia?”

“va bene anche per lei”

“sicuro?”

“sì”

“non voglio sembrare insistente, ma davvero sei sicuro che stia bene anche a lei?”

“per quello che è successo?”

“sì, per quello che è successo”

“è passato, ora stiamo bene”

“sicuro? è la verità?”

esitai, poi glielo scrissi.

“mi ha appena dato il culo, e le ho sborrato dentro”

“dopo più di dieci anni che non lo facevamo più”

non rispose.

“siamo in un hotel a cinque stelle, in una suite” le scrissi ancora, “sarà una notte di sesso, quindi adesso ti devo salutare, devo andare a scopare mia moglie nella vasca da bagno”

“ok, buon divertimento” rispose, e poi… poi arrivò una foto, solo in anteprima.

la aprii e dopo un istante…

Stella era nuda, sul letto, capelli sciolti e tettone di fuori, tonde e sode, con i capezzoli piccolissimi tipici di chi non ha mai allattato, ma si teneva coperta la figa con una mano mentre l’altra era nascosta.

“la prossima volta” mi scrisse, “mi vedrai dal vivo, così”

“e io non ti faccio aspettare dieci anni per darti il culo” aggiunse.

mi mandò un bacio e poi chiuse.

guardai bene la foto e… scoprii che non vedevo l’ora.

ogni suo particolare, ogni neo, li fissai a memoria per poi cercare di riscoprirli quando me la sarei trovata davanti, vera, in carne e ossa.

“amore?” sentii dire da Gioia dall’altra parte.

“dove sei?” mugolò, “mi sento sola…”

“sto arrivando…” le risposi chiudendo il telefono, e dall’altra parte arrivò un richiamo.

“sono qui che ti aspetto…” la sentii dire, “ho voglia di sentirlo ancora dentro…”

sorrisi e scossi la testa.

sarebbe stata una lunga notte…

gettai via il telefono ed andai da mia moglie a fare l’uomo.

e fu una notte lunghissima.

fine capitolo cinque

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