una coppia moderna

Chapter 13 - impara a stare al mondo…

non si finisce mai di imparare...

M
metzenbaum

5 months ago

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capitolo tredici

impara a stare al mondo…

dopo una lunga, lunghissima doccia non mi presi nemmeno la briga di rivestirmi e girai ‘nature’ per casa quasi dovessi sfidare un preconcetto, ma quando capii di essere ridicolo (mi bastò specchiarmi nella vetrinetta del soggiorno per capirlo) cercai qualcosa e mi misi un paio di short.

sul letto era rimasto l’accappatoio, gettati in un angolo del pavimento i calzini e appesi a malo modo giacca e pantaloni, come veniva veniva, la camicia appallottolata era finita in bagno, sotto la finestra, almeno i boxer li avevo messi nella cesta della biancheria, quella dei colorati.

la casa era in perfetto ordine e sorridendo pensai che mi sarebbero bastati due o tre giorni da single per farla diventare un porcile.

avevo fame ma non c'era nessuno che mi avrebbe preparato qualcosa, già, dovevo arrangiarmi con quello che avevo…

mangiai quello che volevo, la sedia davanti a me era vuota e non c’era nessuno che mi faceva la conta delle calorie e dei grassi, non c’era nessuno che mi raccontava con voce cristallina tutto quello che aveva fatto durante la giornata e non c’era nessuno che mi diceva “vai pure a rilassarti, qui ci penso io adesso” una volta finita la cena.

“che figata…” sussurrai, “che figata…”

avevo il tovagliolo in mano, e me lo stavo facendo passare tra le mani.

“proprio una figata…” sussurrai, “UNA FIGATA!” gridai selvaggio facendo volare il tovagliolo che, curiosamente, svolazzò fino a fermarsi per un solo istante su una fotografia incollata con il magnete sul frigorifero, una fotografia di Gioia e Sara scattata fuori in giardino in un giorno d’estate di sei o sette anni prima, quando ancora non c’era la piscina, e quando la vita era ancora così facile, e felice.

si fermò, esitò e poi cadde, portando giù anche la foto.

non credo né ai segni del destino né sono scaramantico, ma quella cosa mi fece proprio piacere…

dopo quella cena luculliana rimisi in ordine la cucina, misi tutto in lavastoviglie (“amore! le cose più sporche sotto, quelle di meno sopra!”) e poi pulii accuratamente il tavolo gettando le briciole di pane nella spazzatura (ma che pane… erano grissini, nessuno era andato a fare la spesa quel pomeriggio quindi non c’era pane…), passai la scopa ma non lavai il pavimento e con tutto il mondo sopra le spalle mi gettai sul divano, sprofondando dentro lo schienale.

fino a poco prima c’era ancora una piccolissima macchia umida, erano lacrime di Gioia: ma con il passare delle ore quella macchia si era asciugata e ora era scomparsa.

“chissà” mi venne da pensare, “forse è proprio così che passa il dolore, è così che passa la mancanza di qualcuno che ami, è così che passa tutto…”

filosofia scontata, molto scontata. e anche banale, molto banale.

non accesi la tv, non volevo sentire alcun suono in casa: e anche dall’esterno non arrivava nulla, era tutto così silenzioso che l’unica cosa che si potevano sentire era il ronzio dei climatizzatori e quella specie di borbottio sordo della pompa di ricircolo della piscina.

già, la piscina…

uscii di fuori e fui investito dal caldo, trentaquattro gradi alle sette e mezza della sera, assurdo.

mi sedetti sul bordo della vasca mettendo i piedi a mollo, l’acqua era piacevolmente fresca, del resto veniva alimentata da un sistema idraulico di continuo riempimento e svuotamento secondo una logica che aveva creato “il mastro piscinaio” attingendo - agratis - dal pozzo (abusivo) che mi forniva acqua in quantità per l’irrigazione e appunto per la piscina.

sul tavolino in mezzo ai due lettini c’era ancora una rivista di quelle che leggeva avidamente Gioia, ora abbandonata.

e sotto… le sue infradito da piscina.

e sotto l’ombrellone, agganciato tra le bacchette, un foulard giallo che svolazzava nella brezza della sera.

restai fuori fino a che mi stancai di fare da puntaspilli alle zanzare, e dopo essermi asciugato bene i piedi per non bagnare il pavimento (incredibile, anche in casa mia e da solo ero schiavo da vent’anni di abitudini) rientrai in casa vagando come un’ombra senza requie, spostandomi di stanza in stanza quasi dovessi trovare conforto dai gesti di sempre.

erano ormai le otto e mezza ed ero disteso sul letto della camera degli ospiti (la nostra camera da letto non la volevo nemmeno… toccare) quando mi suonò il telefono.

era l’ora giusta per i call center che provavano in tutti i modi a strapparmi il peggio da dentro, lo andai a prendere svogliatamente e lessi 'numero sconosciuto’ e fui tentato di lasciar terminare la chiamata, ma poi risposi.

“pronto…”

“Mauro?”

“sì… chi parla?”

“sono Enrico”

inspirai profondamente.

“non ti chiedo come va, ovviamente” mi disse, “senti… volevo chiederti se… ti andava di farti una birra, che ne dici?”

sorrisi, anche se lui non mi poteva vedere ovviamente.

volevo mandarlo a cagare ma… apprezzavo il gesto.

ma non avevo voglia di uscire.

e avevo il frigo pieno.

e una piscina a disposizione.

e tanto, tanto, tanto tempo libero…

“che ne dici se andiamo allo Staub giù a…”

“perché invece non vieni qui” gli dissi, “che ne dici?”

“ho un frigo che esplode, qualcuno dovrà pur aiutarmi a svuotarlo…” aggiunsi, “e poi… non ti costa un cazzo…”

“arrivo” mi disse, e chiuse la comunicazione ma… no, non la chiuse, lasciò il telefono probabilmente appoggiato da qualche parte ‘convinto’ di aver chiuso.

e sentii tutto quello che dicevano dall’altra parte.

“vi vedete?” sentii chiedere da una voce femminile che mi sembrava quella di Stella, ma di cui non ero sicuro.

“sì, vado a casa da lui”

“ah, ok…”

“e… glielo dici? a lei?” chiese ancora Enrico.

“no, non ancora…” rispose Stella, che ormai avevo riconosciuto, “fammi solo sapere come sta, poi glielo vado a dire… non è in condizione adesso…”

mi si strinse il cuore.

stavano parlando di Gioia… che stava male.

allora la comunicazione la chiusi io maledicendomi per aver origliato qualcosa che non dovevo sentire, per la mia stessa sanità mentale, mi misi addosso qualcosa di più degno e aspettai Enrico che arrivò di lì a un quarto d’ora, su un maxi scooter che lasciò fuori in strada.

lo accolsi come un amico, non proprio come un vecchio amico ma quasi, lo feci accomodare in piscina e poi portai di fuori un intero cartone da 24 bottiglie di Heineken ghiacciata, agguantandone subito una.

la prima la scolammo quasi in un solo sorso dopo aver fatto tintinnare “i culi” di vetro, e finita la prima attaccammo la seconda.

“allora” mi chiese “vogliamo… vogliamo parlarne?”

“sei venuto a bere o a parlare?”

“tutte e due le cose!” rispose, e sollevando la bottiglia per dirmi ‘alla tua’ la finì, soddisfatto.

“non sono qui per farti cambiare idea, per farti ragionare… che ne so, dirti che devi fare qualcosa” mi disse, “sono qui per sapere come ti senti, se hai mangiato, se hai dato da bere ai fiorellini… sai, domande tutte mie personali, giusto?"

scossi la testa.

“amico, anche io devo tornare a casa stasera…” mi disse, del tutto sincero, “se torno senza le risposte che si aspetta… che faccio?”

“tutto bene, tranquillo, tranquillizza… chiunque lo voglia sapere…” gli dissi.

esitai, ma poi glielo chiesi.

“e… e lei?”

“comunque la piscina in casa è una gran figata” disse, alzandosi in piedi, “quanto ti è costata, un… ventone?”

lo guardai senza rispondere, ammirando il fatto che non mi volesse o non mi potesse rispondere e che aveva cercato di cambiare discorso, probabilmente per non farmi del male.

“sì, più o meno quella cifra…”

“eh, bella davvero… tutta illuminata, acqua sempre pulitissima, salina, vero?”

annuii.

“cazzo, con il caldo che fa sono sicuro che quando torni a casa non ha prezzo farsi un bagno!” continuò, “birretta in mano, patatine… qualche nocciolina…” continuò, “come gli ammmerecani, eh?”, e rise.

“più o meno…”

“e ci puoi stare dentro tutto il tempo che vuoi” continuò, “nessuno che rompe i coglioni, stai a mollo e aspetti che venga pronta la cena…” si guardò attorno e aggiunse “e puoi anche fare quel cazzo che vuoi, che tanto non ti vede nessuno… se vuoi stare con le palle al vento lo puoi fare! una figata!”

“o solo o in compagnia…” aggiunse, “tua figlia fuori dalle palle come la mia, mogliettina allegra… eh?”

sorrisi.

ecco dove voleva arrivare… volpone…

e decisi di dargli corda.

“sì, se c’è qualcuno che te la prepara la cena…” risposi, e senza nemmeno guardarlo negli occhi, presi un’altra bottiglia e cominciai a tracannare.

“mah, guarda” ricominciò, “prima o poi… una che ti prepara la cena la trovi”

posai la bottiglia e lo guardai, serio.

“dai, parliamoci chiaro, Mauro…” disse con tono amichevole, “sei… un bell’uomo, certo, non bello come me ma te la cavi, non fai bagnare le donne come fanno quando stanno con me ma non le fai neanche scappare via”, e mi strappò un mezzo sorriso.

“hai successo, hai la grana, hai una casa con la piscina… quanto cazzo di tempo pensi di metterci a trovarti una donna?” continuò, “tra poco avrai la coda qui di fuori, dovrai mettere quelle cose che danno i biglietti… ‘chi è la numero tre? è lei signora? culo o figa, oggi?’...”

“ma che cazzo dici Enrico?” gli chiesi svogliato, ripresi la bottiglia e la tracannai, finendola a fatica, e se la matematica non era un’opinione ero già al primo litro in quanto? mezz’ora?

“è solo statistica amico…” continuò, “uomo con soldi…. solo… cattura… cattura fighe… in quantità!”

“ma piantala, cazzo…” mugugnai.

“senti” continuò in tono molto confidenziale, “io di fighe… me ne intendo, modestamente…”

ci guardammo negli occhi per un istante e ci mancò poco perché non scoppiassimo entrambi a ridere.

“le fighe le conosco” continuò, “se ti fai vedere in giro bello carico e bello abbronzato, fai un po’ lo sborone, macchinona… fai vedere che hai la grana e il pacco sempre duro… ne trovi una diversa ogni sera, credi a me!”

non sapevo se era troppo intelligente o troppo stupido, ma lo lasciai giocare.

“il martedì sera, al club, entrano anche i single” continuò, “che ne dici di farci un salto? solo noi due, non diciamo un cazzo alle donne… eh?”

scossi la testa.

continuò ad insistere e mi assicurò che mi avrebbe fatto conoscere una certa Paola, “un troione pazzesco, se riusciamo a convincerla la portiamo fuori, magari qui, e ce la scopiamo in due, le facciamo fare il sandwich!”

“...e che cazzo è il sandwich?” gli chiesi a metà tra il divertito e l’annoiato, Enrico roteò gli occhi e me lo spiegò con due parole, “io davanti e tu dietro, le facciamo il servizio completo…”, e mimò il gesto sessuale.

ridacchiai e sotto sotto scoprii che ero intrigato, ma immaginando che fosse una gran balla nemmeno ci pensai...

o no? e… mi resi conto che ero proprio a terra se rinunciavo anche al solo… pensiero di fare una cosa del genere, una doppia penetrazione… e quando mai mi sarebbe capitata un’occasione del genere?

ma avevo la testa troppo leggera per fare pensieri elaborati… ma che cazzo mi stava mettendo in testa? non ne avevo abbastanza di casini nella mia vita? fanculo a Enrico…

“sì, sì, ci penserò…” gli risposi, liquidandolo con un gesto della mano.

“certo, non martedì questo, siamo in vacanza, giusto?” buttò lì.

ero in procinto di aprire la quarta bottiglia ma mi fermai a metà.

“c-cosa?” gli chiesi, certo non aver capito bene.

“Corsica… sabato… abbiamo il volo… non ti ricordi più? bastano tre birrette e… se già sbronzo? non ti facevo così verginello, si un peso leggero…” disse, ne prese un’altra e da grande uomo la attaccò svuotandone la metà prima di appoggiarla rumorosamente sul tavolino di plastica con un “aaaaaah!” soddisfatto.

feci finta di nulla pensando ad una provocazione… architettata male, e lo ignorai.

“cazzo, non è un hotel a cinque stelle come quelli che scegli tu, non è il Palace…” continuò ammiccando, “ma non gli manca niente, sai? piscine, bar aperto tutto il giorno, un sacco di ‘mademoiselles’ che ti ronzano attorno… tutte sempre pronte a fare quello che chiedi…”

“Enrico…”

“e poi fanno ancora le feste di notte sulla spiaggia da quelle parti, sai?” continuò, “quelle con i falò, come una volta, dove la gente balla, canta, beve, si ubriaca, scopa…”

“dai, piantala…”

“e poi… ci sono le notti… è pieno di pub… strapieni di donne e di ragazze che non vedono l’ora di saltare addosso ai turisti, quelli con la grana, e sai chi sono?”

“sono le mogli e le figlie di quelli che lavorano lì in giro, contadini, pescatori… sono quelle che stanno a casa di giorno quando gli uomini sono al lavoro e la notte… fanno cambio, loro escono e gli uomini dormono! praticamente ai turisti la danno gratis! e noi…”

“dai cazzo, basta!” cercai di farlo smettere, scocciato.

“e poi ci sono dei ristorantini dove dopo una certa ora fanno solo servire a cameriere nude”, continuò, “costano un po’ di più ma ne vale la pena e poi…”

“BASTA CAZZO!” gridai, scagliando nella siepe la mia bottiglia di birra ancora mezza piena (o mezza vuota).

Enrico non si scoraggiò, riprese la sua e la vuotò posandola subito dopo sul tavolino.

e mi guardava… quasi compatendo il povero pirla che aveva di fronte, e quello alla fine era il suo modo di dirmi “tranquillo, amico, sono qui… ti capisco, sono qui…”

“cosa cazzo… continui con quella merda di Corsica…” gli dissi, guardando altrove, “se c’è qualcuno che non ci andrà proprio in quel… cazzo di posto sono io!”

“e perché?” mi chiese con un candore che mi fece incazzare ancora di più, facendomi sentire preso per il culo.

“Enrico… non fare lo stronzo con me” lo aggredii con il dito puntato, “e piantala di rompere i coglioni, ok?”

alzò le spalle.

“sei venuto qui a bere con me o…” cercai di dire ma senza riuscire a completare la frase, “o sei… sei venuto a parlare di… cazzate?”

“Eeeeeeh…” sospirò, “non ci sono più gli uomini di una volta… l’ultimo credo di essere io, sai?”

non gli risposi nemmeno.

“uomini, con la ‘U’ maiuscola” continuò, “uomini che sanno parlare alle donne, uomini che le sanno… tenere al loro posto, ma anche che sanno trattenerle le loro donne…”

lo guardai di traverso, quello era l’ultimo avviso.

“ancora una battuta del genere… e ti sbatto fuori da casa mia!” lo minacciai ancora, e allora lui alzò le braccia in segno di resa dicendo “cedo, cedo, cedo…”.

seguirono diversi minuti di silenzio, Enrico si lasciò andare sulla sedia allungando le gambe e si godette il fresco venticello serale che arrivava sempre… puntuale, da ovest, mentre io… io mi guardavo le mani.

“sai… sai quante volte Stella se n’è andata da casa da quando siamo insieme?” mi disse improvvisamente ancora svaccato sulla sedia, “quante volte l’ho vista preparare le sue cose e poi andare via? e lasciarmi lì da solo come un cretino?”

“le ho contate, almeno ventisei” si rispose da solo.

lo guardai, poi però distolsi lo sguardo.

“se n’è andata ventisei volte, è tornata ventisei volte” continuò, “e lo sai il perché?”

lo fissai, a lungo, poi alzai le spalle.

“perché andava a scoparsi qualcun altro…” rispose, “e dove andava sennò?”

per un istante restai serio ma dopo che vidi lui che… cedeva scoppiai a ridere anche io, risi così tanto che mi vennero le lacrime agli occhi, persi l’equilibrio e cadendo dalla sedia stramazzai a terra senza riuscire a smettere di ridere.

ma era una risata… quasi isterica.

si alzò a fatica e venne da me, mi diede prima una mano e poi tutte e due con uno slancio mi tirò su di peso ma perse l’equilibrio, e come due trottole impazzite barcollammo fino a rovesciare uno dei due lettini, Enrico inciampò e cadde verso la piscina, mise le mani a terra ma scivolò sul bordo umido e splash, finì in acqua.

io riuscii a fermarmi e a cadere in ginocchio sull’erba, ma nel vederlo lì dentro scoppiai di nuovo a ridere.

rise anche lui e per… cercare di farmela pagare ancora mi spruzzò con l’acqua bagnandomi da capo a piedi mentre io stavo lì a prenderla a braccia aperte e faccia verso il cielo, e ormai sbronzo marcio riuscii solo a togliermi le scarpe prima di tuffarmi dentro, riemergendo dall’altra parte.

ridemmo sbronzi come due idioti, uno da una parte e uno dall’altra della vasca, e cominciammo a raccontarci come due veri amici delle nostre storie di gioventù, magari non proprio inventando di sana pianta ma… adattandole per renderle più interessanti e per farci diventare i protagonisti… eroici.

proprio come due amici, proprio quello che mi serviva in quella serata orribile… lui lo sapeva, ovviamente, ma io no…

e una volta fuori, restati in mutande per cercare di far asciugare le cose bagnate, ricominciammo a parlare.

“lo vuoi sapere come l’ho conosciuta?” mi chiese riferendosi ovviamente a Stella, “ero in disco con i miei amici, cercavamo di attaccare bottone con qualcuna ma era una serata fiacca, poi arrivano queste tre e c’è lei, una dea, una cosa mai vista…”

“le sorrido, lei mi sorride e la perdo di vista, ma dopo un po’ mi sento picchiare sulla spalla e ce l’ho davanti, bella come il sole, una meraviglia…”

“e vuole ballare con me, mi vuole conoscere, parliamo, le offro da bere, e quando è il momento di salutarmi mi chiese se la posso portare a casa, mollo gli amici e la porto a casa e poi parliamo ancora, e ancora, ci baciamo e… mi ha fatto un pompino che ancora me lo sogno di notte…”

“avevamo diciannove anni, pensa che ci siamo messi insieme quella sera e poi abbiamo convissuto per un anno in un appartamentino che avevo affittato e ci siamo sposati tre anni dopo, e poi è arrivata Serena…”

“ha cominciato a tradirmi con altri uomini praticamente da subito, e non si è più fermata, io lo sapevo e le prime volte mi incazzavo ma sai cosa mi diceva? ‘è la mia natura, è più forte di me, se mi vuoi devi volere anche questa parte di me…’, e secondo te che cosa ho fatto?”

è chiaro che cosa aveva fatto…

“non la tenevi ferma, era inutile, si è fermata solo due anni quando è nata Serena, poi ha ricominciato” continuò, “e io… io provavo a fare il bravo, almeno io, ma ho avuto anch’io le mie amichette, sai?”

ecco, a quello magari credevo un po’ meno.

sembrava che la birra gli avesse fatto effetto perché si era messo a parlare con la voce un po’ impastata, ed era molto più divertente così.

“la prima vacanza che abbiamo fatto insieme si è fatta scopare in spiaggia da un ragazzo più giovane, e io sono andato al bar per non esserle in mezzo ai piedi” continuò, “e quando ha finito è tornata da me e si è fatta pagare un cocktail, tutta dolce e amorevole, e quando siamo tornati in camera nostra mi ha mangiato vivo!”

“ha lavorato in un’agenzia di assicurazioni fino a una decina di anni fa, e pensa che una sera è tornata a casa più tardi del solito, ha giocato un po’ con Serena e poi a tavola mi ha detto che si era appena fatta fare il culo dal suo capo, con un altro collega che la guardava, e che dopo averlo fatto venire sulla sua faccia gli aveva consegnato la lettera di dimissioni…”

evidentemente ne aveva di cose da raccontare e ci voleva molta ma molta birra per farle uscire.

“Stella è fatta così, e… a me va bene così, che vuoi che sia se si diverte anche con gli altri?”

“dipende sempre da che cosa vuoi dalla tua donna, da che tipo di donna vuoi, se vuoi una come Stella… o ti adegui o non la terrai mai con te, è inutile…”

“la conosci Stella” mi disse, “te la scopi, lo sai com’è a letto, è un animale, giusto?”

alzai le spalle.

“secondo te… perché sta con me da così tanti anni? perché non se n’è mai andata con uno… con uno come te, pieno di grana e con la villa e la piscina?” mi chiese, “mi hai visto? sono… sono alla sua altezza secondo te? no, non lo sono!”

no, non lo era, ma non glielo dissi ovviamente, non lo volevo umiliare.

“Gioia cosa ti ha raccontato di me?” continuò mettendomi in imbarazzo, “te l’avrà detto che dopo il giochetto mi addormento, giusto?”

alzai ancora le spalle.

“non è che mi addormento, glielo lascio credere…”

“ma io sono così… che ci devo fare?” seguitò a dire, “io… io vivo così, sono più calmo…”

“Stella mi ha detto che tu sei una furia” continuò ancora, ed io ero sempre più a disagio, “ma una furia va bene ogni tanto, per… per cambiare, o quando una donna ha voglia di sentirsi… spaccare in due!”

“poi… poi Stella torna” mi disse, “torna a casa e siamo di nuovo… quelli di vent’anni fa, pensa che ci addormentiamo ancora mano nella mano, ci crederesti?”

“non… non lo so…” gli risposi, con evidente disagio.

“perché scambiamo, secondo te?” mi chiese ancora, ma senza aspettarsi una risposta, “scambiamo per… restare insieme, per restare vivi…” disse, “senza queste… divagazioni, saremmo già separati da anni!”

“abbiamo cominciato a scambiarci per gioco, cominciano tutti così, per noia dicono, ma è solo un gioco” continuò nella sua confessione-fiume, “c’era un parco che era il ritrovo degli scambisti amatoriali, tu andavi lì, conoscevi qualcuno, fumavi una sigaretta insieme e poi invece di andare via con tua moglie prendevi la sua, te la scopavi in macchina e poi ritornavi, e ti salutavi, e alla prossima, fantastico no?”

“eh, immagino…” gli risposi sarcastico.

“poi il parco è diventato pieno di gente di merda e allora abbiamo cominciato a leggere gli annunci e ci abbiamo dato dentro una o due volte alla settimana”

“cazzo…” mormorai.

“ne abbiamo fatte di tutti i colori” continuò quasi entusiasta nel ricordarlo, “pensa che una sera Stella mi dice che esce e va con uno che conosce, io ci resto male perché penso che resto a casa da solo e non scopo, ma dopo una decina di minuti che lei è uscita mi suonano al campanello e quando apro trovo una… gnocca paurosa, una cosa spettacolare!”

“lei è sulla porta e si alza il vestito facendomi vedere la figa e mi dice ‘ciao, io stasera sono la tua Stella…’, e sai che cosa ho fatto, l’ho portata in camera da letto e me la sono scopata alla grande, e forse quella era la più bella figa che mi sia mai fatto…”

era sbronzo, ma non dubitavo che fosse la verità.

“per le donne… facciamo maree di cazzate” ricominciò, “a noi sembrano tutte giuste, legittime, no? siamo uomini, facciamo quel cazzo che vogliamo, ok?”

sì, era sbronzo.

alzai l’ennesima birra per fargli capire che era così, che aveva ragione.

“e… loro non possono?” mi chiese, “loro non possono fare le stesse cose?”

sbuffai.

“le donne come Stella hanno bisogno di tutto questo, di tutto quanto” continuò a dire, da vero filosofo della piscina, “hanno bisogno dello stallone che le monta ma hanno bisogno anche del marito premuroso, uno come me, che quando loro rientrano a casa le fa trovare il bagno pronto, con le candele e il loro incenso preferito!”

“e chi sono io per… impedirle di vivere?” mi disse ancora, “io… io tutto sommato ci guadagno da questa situazione…"

“sì? e che cosa ci guadagni?”

sorrise.

“sai quante… grandissime patate mi sono scopato in carriera?” disse a bassa voce, “sai quante… gnocche colossali mi sono trombato? donne che non avrei mai neanche visto con il binocolo!”

“ma che cazzo dici? tu hai Stella! e Stella è… Stella è divina, cazzo!”

“Stella non è mia…” rispose, con il sorriso sulle labbra, “Stella è… è libera, non è proprietà di nessuno e tantomeno mia, per il momento viviamo così, ma poi? chi lo sa? chi lo sa cosa le passa per la testa domani?”

“e Gioia… la tua Gioia… non è diversa” continuò, “ti ama… alla follia, ma ama anche la vita, ama… vivere, e divertirsi, e questo non vuol dire che devi per forza esserci anche tu quando lo fa!”

aveva bevuto troppo, cominciava a straparlare.

ma su una cosa aveva ragione, Gioia… non era diversa.

“Gioia… voleva fare la escort” dissi quasi mugugnando, “Gioia mi ha tradito, mi ha pugnalato dietro le spalle, si è inventata un sacco di… bugie per… per fare quel cazzo che voleva”

“ma che cazzo di parola è ‘escort’? è una Ford?” mi chiese, forse pensava di far ridere ma non ci riuscì.

“escort… escort…” mugugnò anche lui, “escort è una donna, cazzo, è una donna… normale!”

“e tu?” mi chiese, “non dirmi che non sei mai andato per lavoro o per divertimento dove c’erano delle escort, chi pensi che fossero se non altre Gioia o altre Stella?” mi disse, e ovviamente mi fece tornare indietro nel tempo quando ancora giravano soldi per i convegni sponsorizzati dalle grandi case farmaceutiche che puntualmente si tenevano in hotel meravigliosi, e alle cene di chiusura c’era uno stuolo di signore e signorine tutte eleganti e bellissime che si narrava essere a disposizione di chi voleva i loro servizi.

e conoscevo gente che non si era fatta sfuggire l’occasione…

stava facendo il pagliaccio, ma incredibilmente tornò serio, e incredibilmente sobrio.

“voleva solo… divertirsi, ha solo calcolato male le cose, per inesperienza…” mi disse, “è un ambiente… marcio quel club” continuò, “ti usano, ti sfruttano per fare soldi, sfruttano il tuo desiderio per per lucro… non ci sono modi diversi di dirlo”

e lo stetti ad ascoltare molto attentamente.

“Gioia si è ribellata, e si è tirata fuori da sola, ha fatto quello che ha fatto e magari ai tuoi occhi… avrà sbagliato, non lo nego, ma ci ha messo dentro il naso e ha sentito la puzza, così è uscita, tutto qui…”

“non mi ha detto niente…” sussurrai, “non mi ha mai detto la verità… mi ha solo mentito!”

scosse la testa.

“si è solo… nascosta” continuò, “si è nascosta per… vergogna, per pudore… per paura che tu cambiassi idea su di lei e che la respingessi, che la mandassi via, è quella la sua paura più grande!”

“no, non è così…” risposi, “non è così, io…”

“e invece è proprio così, me l’ha detto lei” aggiunse, “me l’ha detto lei dopo che avevamo fatto sesso…”

inspirai profondamente.

“mi ha detto che l’unica cosa di cui era terrorizzata era che tu la rifiutassi, e che la mandassi via”

“ma per piacere…” mugugnai, poco convinto.

“è così, te lo giuro amico” continuò “l’ha detto anche a Stella, perché poi ne abbiamo parlato…”

scossi la testa ma lui ridacchiò.

“ha fatto quello che ha fatto, la verità è quella e non si può tornare indietro” mi disse, sporgendosi verso di me, “ha sbagliato? ok! lo rifarà ancora? può darsi, chi lo sa?”

lo guardavo… incuriosito.

“ti do un consiglio da amico… accettalo…” sussurrò, quasi stesse dicendo un segreto, “accettalo e fattene una ragione, accettala com’è e tieni stretta la tua donna e… falle sentire che qualsiasi tempesta le giri intorno tu sarai sempre la sua roccia, che lei ti troverà sempre quando avrà bisogno, e anche se farà degli errori… perdonala”

e poi scese il silenzio.

e pensai che… io… ero proprio un coglione a dare retta a un altro coglione come Enrico, ma era comunque una brava persona, anzi, un uomo eccezionale sotto certi punti di vista, uno che era sceso a patti con il demonio e aveva strappato un… contratto vantaggioso!

e il demonio, ovviamente, aveva un nome che iniziava per S e finiva per A, e non era Satana…

“e poi…” continuò, quasi si fosse dimenticato, “posso dirti che se avrà bisogno di un uomo vero potrà sempre venire da me…”

lo presi in giro dicendo che non aveva grandi feedback da quel punto di vista, ma avvicinandosi per parlarmi sottovoce disse “lo sai che io mi sono scopato tua moglie, vero?”

potevo essere furioso per una domanda del genere, ma non quella sera, e non con lui.

“sì, lo so…”

“lo sai che mi ha dato anche il culo, vero?”

“sì, so anche quello…” risposi, “ma me l’ha dato anche la tua, quindi siamo pari, giusto?”

scoppiammo di nuovo a ridere, tracannammo l’ultima birra ma eravamo davvero al limite.

era mezzanotte passata, domani per lui era giorno di lavoro, per me no perché avevo detto che non sarei rientrato fino alla fine delle vacanze.

“io adesso vado” mi disse alzandosi a fatica, si rivestì rabbrividendo di freddo ma poi si tolse tutto perché si sarebbe preso una polmonite a tornare a casa in scooter così gli portai delle cose mie, gli erano grandi ma almeno erano asciutte.

gli proposi di fermarsi per la notte e smaltire, ma rifiutò.

“tranquillo, mammina” ridacchiò, “quando torno ti mando il messaggino, va bene?”

“ma va fuori dalle palle…” gli risposi, “e schiantati!”

ridemmo, poi gli porsi la mano per stringergliela ma lui me la prese e mi tirò verso di sé, abbracciandomi.

“noi due ci vediamo domani o dopodomani” disse, “e prepara le tue cose, abbiamo una vacanza da fare…”

“ci penserò” gli risposi, anche se…

“ma che ci penserò!” sbottò, “prepara tutto, non fare cazzate…”

barcollò e quasi cadde, e sarebbe andato giù lungo e tirato se non l’avessi retto.

“amico… tu non sei in grado di guidare, lo sai?” gli dissi, “fermati qui, torni a casa domani mattina…”

“tranquillo, davvero” rispose, si mise il casco e montò in sella.

mi guardò serio, e poi mi fece l’occhiolino.

“stanotte… Gioia resta da me” mi disse, “domani vediamo, ok?”

“se puoi… domani mattina passa, vieni a prendertela” mi disse, bonario e sereno, "troverai un’altra donna, diversa da quella di oggi pomeriggio, fai che anche lei trovi un’altro uomo, ok?”

“ok…” gli risposi, dandogli una pacca sulla spalla.

“e tranquillo, non te la scopo…” continuò, “però… ripensandoci… se vuoi ti mando Stella e io mi tengo Gioia, che dici?”

alzai le spalle.

“si può fare…” gli risposi, “si può fare…”

mi salutò e se ne andò, per fortuna tornò a casa sano e salvo perché mi mandò il messaggio “mammina sono a casa!” e allora mi tolsi quelle cose bagnate e nudo andai a gettarmi sul letto della camera degli ospiti, e ormai sbronzo e con la mente un po’ meno sconvolta mi addormentai di botto, svegliandomi la mattina successiva alle nove e mezza, con un gran mal di testa e un senso di… spossatezza.

restai mezz’ora sotto la doccia con l’acqua al limite della tollerabilità per quanto era fredda ma servì, e con la mente lucida e “fresca”, memore delle parole di Enrico e di quello che sentivo dentro… decisi che sarei andato a riprenderla.

e giurai a me stesso che… non l’avrei più fatto, che non avrei più avuto reazioni, che non mi sarebbe più importato PER DAVVERO di quello che aveva fatto o non fatto, di chi aveva conosciuto o di chi aveva spompinato o da chi si era fatta scopare, non mi interessava se paragonato ad averla accanto.

cos’era, quella, la terza volta? la quarta?

e chissà poi se sarebbe stata l’ultima…

mi misi seduto per terra in mezzo al soggiorno, nel più perfetto silenzio, con una tazza di caffè americano fumante in mano e il telefono nell’altra, e cominciai a scrivere un messaggio a Gioia ma… non mi venne nulla che valesse la pena di inviarle in un momento come quello che stavamo vivendo.

no, non serviva un messaggio freddo e distaccato, la volevo… la volevo vedere, e vivere.

ma dovevo essere sicuro che fossero in casa, e per quello mi serviva Stella.

così le scrissi.

“ti disturbo?”

non rispose subito, ci mise dieci minuti e rispose “sì”.

“scusa…” le risposi un po’ deluso, ma subito dopo mi arrivò una faccina che sorrideva.

“sta bene, tranquillo, siamo fuori a spendere per negozi con i tuoi soldi”

“è lì con te?”

“no l’ho spedita a provarsi un paio di costumi”

“com’è andata la notte?”

“di merda”

“davvero?”

“che cazzo di domande che fai dottore…”

“vorrei venire a prenderla” le scrissi dopo qualche istante di riflessione.

“e dopo?”

“dopo cosa?”

“dopo la insulti ancora? come hai fatto con me?”

“no” le risposi, “e scusa per l’altra sera”

“ma va a cagare dottore insieme a tutte le tue scuse!” scrisse, ma aggiunse una faccina che rideva per sdrammatizzare.

“davvero voglio venire a prenderla e portarla a casa”

“non adesso” scrisse facendomi stare male, “la riporto a casa mia tra poco, le parlo e vedo com’è e poi ti scrivo ok?”

le risposi “grazie” con l’icona delle mani giunte che pregano, e la sua risposta fu… diciamo così particolare.

“ti costerà cara questa cosa qui! come minimo una cena al Koga e una nottata al Palace, lo sai vero?”

non sarebbe mai cambiata Stella…

“affare fatto” le risposi, stavo per aggiungere “se mi ridai indietro mia moglie” ma quest’ultima frase la cancellai.

“allora a dopo” scrisse, e si disconnesse.

e non mi restò altro da fare che aspettare, quindi restai a casa e cominciai a fare telefonate di lavoro la prima delle quali a Gianna e poi ad altri due colleghi scusandomi tanto ma dando colpa a un virus gastrointestinale che per un dentista erano peggio della lebbra!

ci avrebbero pensato loro allo studio, tanto le bollette arrivavano a me e le parcelle a loro, quindi…

arrivò mezzogiorno e niente, l’una del pomeriggio ma ancora niente, le due e tutto era silenzioso.

e cominciai a pensare che la cosa stava volgendo davvero al peggio, e che stavolta… stavolta era davvero finita lì.

alle quattro non ci stavo più dentro e scrissi a Stella ma non mi rispose, facendolo solo alle cinque passate.

“puoi venire?” mi scrisse.

e fu come ricevere ossigeno dopo essere stato ore in apnea!

“la lascio a casa da sola, presentati e fai quello che devi fare, solo con lei, ok?”

“e non fare cazzate!”

presi l’auto e andai sotto casa sua e sotto ci trovai Stella, pronta per andare via.

“ci siamo capiti, giusto?” mi chiese, mi abbracciò e poi se ne andò chissà dove.

salii le scale e arrivai alla loro porta, inspirai profondamente e poi suonai il campanello e dentro sentii “arriiiiiivooooo….” e una serie di tonfi che erano i suoi passi, sentii le mandate della serratura e poi la porta si aprì.

“hai dimentic…” provò a dire ma la sorpresa la bloccò, a bocca aperta.

“ciao amore mio…” le dissi, imbarazzatissimo e quasi impaurito, “scusa, io…” riuscii solo a dire prima che la voce mi cedesse, ma fu l’ultima cosa che potei fare perché Gioia cambiò espressione passando dalla sorpresa alla rabbia e al disgusto.

“cosa… cosa ci fai qui?” mi chiese, “che vuoi?”

“io… io voglio che torni a casa…” le dissi, di nuovo umile e di nuovo… sottomesso.

mi guardò ancora sprezzante, schifata, inspirò profondamente e poi scosse la testa, debolmente.

“vattene via” disse, dura e fredda, “non ti voglio più vedere”

“amor…” provai a dire ma non ci riuscii perché fui costretto a fare un passo indietro.

mi aveva sbattuto la porta in faccia.

fine capitolo tredici

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