Una coppia felice

Chapter 6 - Sempre insieme a te...

a volte è meno difficile di quanto sembra...

M
metzenbaum

5 months ago

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CAPITOLO 6

sempre insieme a te…

“no, non è possibile… non anche questo, no!”

pur sconvolto da quella rivelazione non riuscii a rispondere perché Anna succhiava e pompava come una maledetta e pretendeva tutta la mia attenzione, e infatti quando mi vide distratto e con il telefono in mano, magari pensando che le facessi una foto da tenere come ricordo, me lo strappò di mano e lo gettò lontano lanciandomi un’occhiataccia quando provai a protestare per quel volo.

ma non potevo… rendere bene con quel pensiero in testa, con la consapevolezza che Gioia sapeva, sapeva che le avevo mentito e che… ma che cosa sapeva in fin dei conti? o aveva sparato a caso?

e in quei pochi istanti che ebbi a disposizione mi convinsi che era proprio così, che l’aveva buttata lì cercando di pescare il jolly: perché pensava a Stella, dopo il litigio furioso della Corsica? e… perché voleva che gliela salutassi? certo, era un modo di dire ma… no, non era possibile.

ma c’era un’altra possibilità, che Stella avesse fatto la spia…

mi stava di nuovo andando in tilt il cervello ma ma non potei concentrarmi sul problema perché ne avevo un’altro che reclamava ogni briciolo della mia attenzione, una pazza scatenata che dopo avermi succhiato il cazzo mi stava leccando mezza faccia oltre a cacciarmi la lingua in bocca!

“dai, mettiti il coso!” mi incitò, e allungando le gambe si sfilò le mutandine dai piedi e venne a posizionarsi a cavalcioni sopra di me pur restando coperta dal vestito, aspettò che l’avessi calzato a dovere e poi lo prese e se lo guidò dove voleva, lo sentii “puntare” sul morbido e infine avvertii quella tenera e calda carezza che mi avvolse fino alle palle.

quando si penetrò esalò un lungo respiro e fece qualche smorfia ma si adattò presto, e con tutto quanto sistemato cominciò a muoversi lentamente per poi accelerare il ritmo tanto da far scuotere l’auto, si puntellò addirittura con le mani sul soffitto e continuò per non so quanti… chilometri saltando così forte da schiacciarmi le palle.

era doloroso e veramente sgradevole ma evidentemente quello era il suo modo di fare sesso, e… (cosa schifosa) visto che aveva pagato per avere quello, quello avrebbe avuto.

fece i suoi comodi massacrandomi lo scroto e quando (finalmente!) smontò si piazzò sul divano mettendosi alla pecorina, si aprì le cosce sollevando il vestito e mi fece vedere la figa.

sembra quella di una ragazza di vent’anni, rosea e delicata, con la fessura appena socchiusa e le grandi labbra che erano la metà di quello che uno si sarebbe aspettato, un vero spettacolo da vedere, probabilmente ricostruita chirurgicamente e ringiovanita con qualche trucco perché era veramente… impossibile che l’avesse conservata in quel modo, soprattutto visto come faceva sesso…

il buco del culo invece è strettino e grinzoso, forse non lo usava nemmeno o anche quello era stato ricostruito, possibile.

forse si era messa in quella posizione per farmela solo vedere o forse per farsela anche leccare ma era l’ultima cosa che avrei voluto, di infilare la lingua lì dentro proprio no, adoro il cunnilingus ma… era un no secco il mio, anche se si fosse incazzata.

non me lo chiese, si mise in posizione e aspettò semplicemente il cazzo, e non la feci aspettare a lungo, glielo appoggiai e mi bastò applicare un po’ di pressione per scivolare dentro fino in fondo, avvolto in un calore incredibile: la presi per le maniglie e cominciai a darci dentro, con lei non era un gioco di seduzione o “tattile”, era sesso da guerra, quello duro!

la scopai selvaggiamente come voleva e quella cominciò a gemere “sì, così” e “non fermarti!” e ancora “oh sì, dai!” così forte da arrivare a gridarlo, e per un istante mi misi nei panni di quel ‘poveraccio’ che guidava e che si portava appresso una simile urlatrice… ma chissà a cosa aveva assistito nella sua carriera!

glielo tolsi e la rovesciai facendole aprire le cosce e sollevare le gambe, le andai sopra puntandolo con l’uso delle dita che usavo come guida e zac, ancora dentro, e in un gioco di equilibrio e di forza bruta la scopai anche da sopra: e con tutto quel movimento le uscirono le tette, non enormi ma belle sode, che però non osai toccare perché ero lì solo per eseguire degli ordini, ma quando cominciò lei stessa a strizzargliele allora lo feci anch’io, e… sorpresa sorpresa, erano rifatte.

un lavoro eccelso, praticamente invisibile se non per due piccole cicatrici nella zona inferiore, anche quelle appena accennate.

erano le prime che vedevo e che… sentivo, e pur non apprezzando quel genere di chirurgia quando ci misi sopra le mani la sensazione che provai fu… divertente, sembravano due antistress piuttosto che tette!

non esagerai e mi concentrai solo sul sesso, le feci mettere le gambe sulle mie spalle e pur in posizione poco stabile ci diedi dentro squassandole il bacino, e i suoi occhi mi dicevano tutto su come apprezzava quel genere di trattamento.

non ne aveva mai abbastanza, mi incitava a continuare e ad andare più veloce forse prendendomi per qualcuno dei suoi giovanotti più prestanti che non si stancavano mai ma… quello era il mio massimo, almeno in quei due metri quadri in cui ci stavamo muovendo, ma Anna era una furia…

non l’avevo ancora sentita raggiungere il piacere, forse era una che lo teneva riservato oppure l’asticella dell’orgasmo per lei era ad un livello che non riuscivo a raggiungere, ma questo non le impedì di provarci ancora.

mi spinse lontano da lei e picchiò il pugno sulla divisoria, questa si aprì di sole due dita e Anna ci parlò dentro.

“fermati… da qualche parte” comandò, non chiese, comandò, “un posto tranquillo, ok?”

“sì, signora” rispose lui, e mantenendo abbassato il cristallo oscurato ci condusse in qualche stradina laterale fino a che si fermò e le disse “siamo arrivati, signora”

lei non rispose nemmeno, aprì la portiera e scese ancora con le tette di fuori, si guardò attorno e poi mi fece cenno di uscire.

ero esaltato, non me ne fregava niente né delle apparenze né di qualsiasi implicazione, ero lì per scopare e lo stavo facendo senza regole o limiti.

la seguii e mi guardai attorno anch’io, eravamo in una stradina mezza buia e deserta, si sentivano solo dei cani abbaiare in lontananza.

“dai, vieni…” mugolò e prendendomi per la cravatta mi portò sul davanti, proprio sul cofano dell’auto, si mise distesa di schiena e aprì le cosce sollevando le gambe, e… cosa mi serviva, l’invito?

e ancora una volta le entrai dentro fino alle palle e ancora una volta me la scopai come voleva lei, a forza di botte secche e profonde che le facevano ballare le tette, e anche di fuori all’aperto non limitò i suoi gemiti che sicuramente si sentirono a dall’altra parte della strada dove il traffico era più intenso.

mi guardai attorno ma… ma che cosa me ne importava?

la usai e mi feci usare, eravamo lì solo per quello.

e dopo averla presa da sopra la presi da dietro, la feci girare e la schiacciai con il petto sul cofano dell’auto, le aprii le cosce e zac, ancora dentro, alle cieca.

e mentre la scopavo da dietro in un tripudio di chiappe e gemiti rauchi incrociai lo sguardo del driver, solo per un istante prima che lo distogliesse lasciandoci… privacy: e se non gliene fregava niente a lei, personaggio pubblico televisivo, doveva fregare qualcosa a me?

“COSI’!” “COSI’! NON FERMARTI!” gridò e da come si mise a gemere, ancora più forte di quando eravamo dentro l’auto capii che forse era venuta, e allora… perché non potevo farlo anch’io?

accelerai e provai a concentrarmi, dovetti immaginare che al posto di quella… mignotta che avevo sotto ci fosse qualcun’altra e finalmente ci riuscii liberandomi dentro di lei dandole le ultime botte che potevo permettermi prima di uscire da quell’altro bollente e fradicio di umori e di… abbassare la mia rigidità arrivando a perdere il preservativo appesantito sul davanti dalla quantità di roba che avevo schizzato, non un grande biglietto da visita ma quello sforzo mi aveva drenato le energie… e il primo a farne le spese fu proprio il mio affare!

lo rimisi via e mi appoggiai con la schiena all’auto per recuperare un po’ di fiato mentre lei si tirava su e si sistemava il vestito sul seno senza nemmeno degnarmi di uno sguardo, poi si voltò prima a destra e poi a sinistra, fece un passo verso il retro dell’auto passandomi davanti e dopo essersi sollevata il vestito fino alla pancia si accovacciò e mollò una pisciata sul marciapiede davanti a miei occhi.

donna di classe, per davvero…

e questa era la VIP di Stella? quella che ti può cambiare la vita?

finì di fare quello che doveva (mancava solo che scoreggiasse, poi era tutto completo) e si tirò su lasciando andare il vestito che la ricoprì, tornò verso l’auto e passandomi davanti mi fece un sorrisetto strano e infine entrò, lasciandosi andare sul divano, stanca anche lei.

l’auto ripartì alla volta dell’hotel e solo allora Anna mi disse qualcosa.

“sorpreso?” mi chiese.

alzai le spalle.

“no, eccitato…” le risposi da vero sborone.

meglio così…” rispose, “ma non credere… che abbiamo finito, ok? l’importante è che ne hai ancora…” aggiunse facendomi capire che si aspettava ancora dell’altro.

“sono a tua disposizione…” le dissi, ma non sembrò molto colpita, anzi, sembrò annoiata.

la vidi prendere il telefono e scrivere qualcosa e solo allora mi ricordai dei messaggi di Gioia: con tutto quel daffare me n’ero dimenticato!

e mi fermai a pensare che… me n’ero davvero dimenticato, non ci avevo pensato, e che soprattutto… non mi sembrava importante: forse mia moglie mi aveva sgamato e io… non ci avevo pensato, scoparmi quella milf sovreccitata era diventato prioritario.

e c’era qualcosa che non andava…

Anna improvvisamente chiamò qualcuno e cominciò a parlare in inglese molto stretto che non riuscii a tradurre mentalmente, riconobbi i termini ‘fucking good’ e ‘nice car fuck’ ma nient’altro, e visto che era impegnata recuperai anche il mio telefono, finito sotto al tappetino di velluto, gli diedi una pulita e poi accesi lo schermo e… altri due messaggi di Gioia.

allora sì che il cuore cominciò a pomparmi forte…

“perché non me l’hai detto?” scriveva nel primo messaggio, e aveva anche messo delle faccine tristi, e aggiungeva “perché non mi hai detto che cosa ti ha costretto a fare? io adesso ho paura che ti succeda qualcosa, per favore scrivimi che stai bene!”

e così ecco saltata definitivamente la mia copertura, ma… ma come diavolo aveva fatto a saperlo?

e nel secondo messaggio scriveva “C’è anche lei con te?”

Anna stava per chiudere la chiamata e immaginavo che non le facesse piacere se ero impegnato con il telefono così tagliai corto dandole solo il minimo dei dettagli.

“scusa non ho potuto dirtelo, sono solo, lei non c'è, sto bene e non sono in pericolo, stai tranquilla e scusami ancora per non averti detto la verità”

premetti invio e un istante dopo l’apparecchio volava di nuovo lontano da me e quella bionda scatenata ce l’avevo ancora addosso, sentii le mani sul pacco e provai a contenerla ma pochi istanti dopo la sua bocca cercò la mia e le nostre lingue si ritrovarono nuovamente, ricominciando una limonata furiosa.

e di nuovo Gioia scomparve dal mio orizzonte…

mi montò sopra ma stavolta non me lo tirò fuori limitandosi (si fa per dire…) a “sfregarsi” la figa sul mio pacco mentre mi esplorava le tonsille, ancora una volta le tirai fuori le tette e gliele strizzai a dovere sentendo chiaramente le protesi gelatinose, le strizzai anche i capezzoli facendola grugnire di piacere e arrivammo al punto di essere di nuovo pronti ma sul più bello intervenne il driver che abbassando di pochi millimetri la paratia ci disse che eravamo quasi arrivati all’hotel, e senza che Anna gli dettasse altre istruzioni tirò su di nuovo tutto e ci andò dritto, senza ulteriori deviazioni o attese.

“lo continuiamo di sopra questo discorso, ok?” mi disse sensuale, “con un po’ più di comodità…”, e smontando si ricompose, si infilò gli slip sistemandosi al meglio i capelli usando uno specchietto tirato fuori dalla pochette e pochi istanti dopo l’auto fece manovra e rallentò fino a fermarsi, eravamo arrivati.

sentii la portiera del driver chiudersi e poi i suoi passi all’esterno e un istante dopo la portiera si aprì, Anna scese e senza aspettarmi mi precedette verso la scalinata dell’ingresso.

dal taschino della giacca tirai fuori la banconota da cinquecento già preparata in precedenza e la infilai nel suo taschino evitando, per decenza, di guardarlo negli occhi, mi rispose con un “grazie, signore” a cui risposi con un gesto del capo e subito dopo lo sentii aggiungere “...e buona serata” e allora scossi la testa, ma senza dargli… la soddisfazione di guardarlo negli occhi.

perché, davvero, me ne sarei vergognato.

ma chissà quante ne aveva viste…

Anna mi aspettava in cima alle scale, accelerai il passo e la raggiunsi e quando fummo vicini lei mi chiese di darle un’occhiata generale chiedendomi “vado bene? ho qualcosa fuori posto?”

“no, sei… a posto” le risposi, e allora e di nuovo mi prese la mano ed entrammo così, mano nella mano, come una coppietta felice.

passammo oltre la reception dove una gran bella ragazza ci salutò con una specie di abbozzo di inchino senza chiederci nulla, arrivammo all’ascensore e restammo ad aspettarlo, in silenzio.

ma c’era una tensione che si tagliava con il coltello.

l’ascensore si aprì e ci entrammo, ed appena richiuse le porte Anna mi volò addosso, mi cacciò di nuovo la lingua in bocca e mi palpò furiosamente il pacco, pronta per partire di nuovo.

e successe in fretta, lo tirai fuori e misi il preservativo e le andai dietro, le sollevai il vestito lasciandolo sulla sua schiena e scostando il cavallo degli slip e trovai subito la mia strada, penetrandola.

cominciai a sbatterla di nuovo sorprendendo me stesso per come riuscivo a gestire l’amico al piano di sotto che per fortuna rispondeva alla grande, ma mentre la schiacciavo contro la parete scopandola da dietro la cabina si fermò con un sobbalzo: premetti immediatamente il pulsante di stop e non mi fermai pompandola da dietro mentre le nostre bocche si erano trovate ancora una volta, con la mano libera le tastai di nuovo le tette e scesi anche dentro la scollatura per provare ad arrivare alla figa dal davanti ma senza riuscirci, e dopo averla presa per le spalle e piegata quasi a novanta gradi ricominciai a sbatterla facendo ballare la cabina, e proprio in quella posizione… particolare la cabina sobbalzò e le porte si aprirono.

e davanti a noi, proprio davanti perché entrambi eravamo di fronte alla porta scorrevole, ci trovammo una coppia che stava aspettando l’ascensore: Anna non sollevò nemmeno la testa, io invece li guardai e loro guardarono me, la donna che c’era sotto di me e poi si guardarono tra loro… divertiti.

erano una coppia di mezza età, sulla cinquantina, elegantissimi (a lui mancava solo il cappello a cilindro), senz’altro era una coppia clandestina o qualcosa di simile, gente che comunque non si… scandalizza quando vede che c’è qualcuno che sta scopando in ascensore.

e allora successe quello ancora credo sia stato uno degli episodi più… assurdi di quella notte.

lui entrò e lei lo seguì, premette il pulsante del piano terra e come se nulla fosse disse alla sua donna “...comunque li chiamo domani” o qualcosa di simile, come se stesse proseguendo una conversazione già cominciata prima senza far caso ai due che ci stavano dando dentro lì a pochi centimetri.

e io… io che potevo fare?

ricominciai a scoparla ignorando la loro presenza e quando la porta si aprì al piano terra i due ci salutarono cortesemente con un “buona serata” e poi se ne andarono via senza degnarci di uno sguardo.

la porta si richiuse e stavolta fui pronto a premere il pulsante di stop emergenza per bloccare la cabina e ricominciando dal punto in cui mi ero interrotto me la scopai alla grande e Anna si mise a gemere a volume sempre più alto.

restammo chiusi dentro per un paio di minuti facendo davvero tremare l’ascensore ma quando mi scivolò fuori per un errore tecnico Anna sgusciò via e si ricoprì, e senza nemmeno aspettare che lo rimettessi via premette il pulsante di stop facendo ripartire la cabina.

arrivammo al piano e allora toccò a me comandare, la presi per mano e ridendo insieme a lei arrivai di corsa alla stanza 320, sbloccai la porta e quando questa si aprì Anna mi spinse dentro facendomi perdere l’equilibrio, e mi ritrovai a terra senza rendermene conto.

chiuse lei la porta, in un istante si levò il vestito restando con addosso le sole mutandine e poi scese su di me, mi aprì la cintura e i pantaloni e a strattoni me li abbassò trascinando giù anche i boxer e facendolo uscire come una molla, ancora guantato.

fu un gioco per lei, si alzò e mi scavalcò, si voltò dandomi la schiena e poi scese per impalarsi, se lo fece imboccare alla fessura e poi lasciò che la gravità facesse il resto, affondando fino a prenderlo dentro fino alle palle per poi mettersi con le ginocchia sul pavimento.

era una delle mie posizioni preferite, la lasciai muovere e con una mano sulla schiena la feci piegare in avanti e poi le aprii le chiappe gustandomi la vista del mio affare che le riempiva la figa e del suo buco del culo dilatato, alla faccia del ‘non lo usava nemmeno’...

evidentemente non era nel menù di quella sera e mi dispiaceva, ma… c’era tutto il resto!

mi cavalcò a suo piacimento cercando l’orgasmo con insistenza ma senza riuscirci e alla prima pausa che si concesse sgusciai via da quella posizione troppo passiva e lasciandola praticamente “congelata” nella sua le andai dietro, glielo appoggiai dove dovevo appoggiarlo e le entrai di nuovo dentro.

lo accolse con un gemito e ancora una volta si mise a godere come una pazza quando ricominciai a sbatterla per l’ennesima volta comunque senza poter davvero fare la differenza perché… non ce la facevo più!

il pavimento non era certamente il posto più comodo per fare sesso così la feci alzare e la portai sul letto, provai a metterla di nuovo alla pecorina ma non me lo permise ed eccitatissima si mise a cosce aperte invitandomi a raggiungerla, le andai sopra e di nuovo la infilzai fino alle palle ricominciando a scoparmela da sopra mentre ci baciavamo alla follia.

ma eravamo stanchi entrambi, e si vedeva.

quell’esercizio ginnico che era starle sopra e affondarglielo dentro era difficoltoso e lo potei far durare poco, provai a metterla sul fianco per prenderla da dietro e riposare un po’ la schiena ma mugugnò un “no, così non mi piace” e allora tornò a montarmi sopra, con le tette troneggiati e le mani premute sul mio petto mentre faceva avanti e indietro con il bacino per cercare il piacere.

era già tanto che riuscivo a mantenere l’erezione, sborrare ancora per la terza o la quarta volta (non lo ricordavo più!) sarebbe stato quasi impossibile, Anna invece ci provò, si applicò e ci riuscì godendo rumorosamente e grugnendo in una lingua che forse era quella del suo paese natale, per poi accasciarsi su di me ansimante e sudatissima.

restammo a sbaciucchiarci ancora per qualche minuto e quando finalmente Anna si alzò mi guardò l’affare che ancora manteneva un certo contegno, poi sorrise e se ne andò in bagno.

e rimasto solo… ricominciai a pensare a Gioia.

e… sorrisi amaro.

ecco, avevo scoperto come si sentiva quando… quando e ‘se’ aveva davvero “giocato” a fare la escort, perché a quel punto non ero più sicuro di nulla.

ero nudo sul letto, con l’affare ormai addormentato, sudato e appiccicaticcio, chiusi gli occhi cercando di concentrarmi solo su cose positive e pensai al lavoro (e se uno per restare “positivo” deve pensare al lavoro è messo bene!), ma era impossibile, non con il… bombardamento emotivo che stavo subendo!

mi ero appena… prostituito.

e improvvisamente mi sentii… sporco, sudicio, anche umiliato: quella donna mi aveva usato per il suo piacere ed ora era pronta ad andarsene, sicuramente aveva pagato per avermi e, soddisfatta o no, mi avrebbe dimenticato in un millisecondo.

“è questo che si prova?” sussurrai, solo.

inspirai profondamente e mi sfregai il viso con le mani, mi diedi un paio di innocui pugni sulla fronte e di nuovo prova a rilassarmi, ma inutilmente.

e in quel turbine di pensieri e di cattive sensazioni tornò Anna, nuda, prese i suoi slip da terra e se li rimise, e sempre raccogliendolo da terra indossò il suo abito elegantissimo ma ormai sgualcito davanti allo specchio e se lo lisciò addosso facendolo aderire alla sua figura non più perfetta ma con ancora qualcosa da dire, si ravvivò i capelli non molto convinta del risultato e poi andò alla ricerca della seconda scarpa, finita sotto al letto, si sedette sulla poltrona e se le mise poi si alzò, mi fece un sorriso e poi prese il telefono dalla borsetta.

la sentii mandare qualche messaggio e poi fece una chiamata: “sì, sono qui… sì, finito” disse, “passi tu? ok, dieci minuti va bene… aspetto… ciao, grazie” e poi mise giù.

mise via il telefono e poi venne da me, sorridente.

un sorriso… commerciale, senza calore, senza anima, proprio come il sesso di quella sera.

senz’altro una delle cose più schifose che avevo fatto.

era… era quello il senso delle parole di Stella? che il sesso mercenario era ‘niente’? solo un atto animale? qualcosa che non deve neanche essere chiamato sesso?

probabilmente sì.

“sei… sei davvero bravo” mi disse, “ci sai fare…”

annuii, anche se quello non era un complimento, sembrava più un contentino che altro.

chissà cosa era abituata a fare…

“però non montarti la testa, eh?” aggiunse allegra come se fosse una gran battuta, “sei… sei uno come tanti…”

diretta e sincera, apprezzo le persone così.

“e io?” mi chiese, quasi esitante, “io come sono?”

che le dovevo rispondere?

“sei brava… ma non montarti la testa…” replicai.

non la prese particolarmente bene, prese la sua borsetta e si guardò attorno per essere certa di non aver dimenticato niente, mi fece un cenno di saluto muovendo la testa e poi andò alla porta.

“ringrazia… Sandra, si chiama così tua moglie?” mi disse improvvisamente, “è stata una bella serata, mi sono divertita”

“sì, glielo dirò” le risposi, “ti ringrazio…”

indugiò ancora un istante poi aprì la porta, sussurrò un “ciao” che capii solo dal labiale e poi la chiuse lasciandomi solo.

solo con la mia vergogna.

“ma cosa ho fatto?” sussurrai, “ma… perché?”

l’avevo fatto perché ero stato costretto ma quella, lo sapevo, era solo una scusa, una scusa patetica e puerile: la verità era che l’avevo fatto perché lo volevo fare, perché mi sentivo… eccitato al solo pensiero, perché era una cosa che mi faceva sentire… vivo.

ero diventato come Gioia.

mi alzai di scatto e andai in bagno, aprii l’acqua della doccia e ci andai sotto quasi ustionandomi ma era quello che mi serviva in quel preciso momento, e ci restai sotto immobile per forse mezz’ora rendendo il bagno qualcosa che assomigliava a una sauna, e faticando a respirare per tutta quella umidità chiusi tutto e tornai in camera avvolto nell’accappatoio lasciandomi cadere sul letto.

ormai… ormai era tutto finito.

Gioia non mi avrebbe mai perdonato, mai, oltre ad aver tradito la sua fiducia l’avevo anche ingannata su tutto il fronte inventandole problemi con lo studio e facendola preoccupare veramente.

e… e cosa avrei fatto da solo?

come sempre feci frullare il cervello, ma con più cercavo una soluzione con più tutto si ingarbugliava, e complicava.

e allora… basta, presi il telefono e la chiamai.

“ciao” le dissi quando rispose, ottenendo in cambio un “ciao…” teso, preoccupato.

“dove sei?” mi chiese, “stai bene?”

“sì, sì, sto bene…” le risposi, “sta tranquilla, non sono in pericolo, va tutto bene…”

“mi sono preoccupata quando ho capito cosa… cosa eri costretto fare” mi disse, “io… dovevi dirmelo”

“hai ragione, scusami”

la sentii respirare ma senza dire nulla.

“come… l’hai scoperto?” le chiesi.

“hai… lasciato tutto sul tuo portatile” rispose, “l’ho aperto per giocare un po’ e… ho visto tutto”

chiusi gli occhi e mi diedi del coglione, come sempre era stata colpa mia, per una disattenzione… stavo per perdere tutto.

“ok…” risposi, “e… sei arrabbiata?”

“no” rispose, “non sono… arrabbiata, sono… delusa, offesa… sto male”

“e adesso… so come ti sei sentito tu” aggiunse subito, “quando… ho fatto quelle cose”

“quando sono andata con quegli uomini che non conoscevo”

silenzio pesantissimo.

“io… ho sbagliato” riuscii a dirle, “spero che riuscirai a… perdonarmi”

ancora silenzio, poi arrivò la domanda.

“e… se ti chiederà di rifarlo?” chiese.

“non lo so Gioia, non lo so…”

“quando ti chiederà ancora di farlo, che cosa le risponderai?” continuò, tesa.

“forse… forse le dirò di sì”

“lo immaginavo…” disse, “è la stessa risposta che ho dato a Vivian, che forse l’avrei fatto ancora, e infatti… infatti l’ho fatto ancora…”

“eri… ricattata?” le chiesi.

“no…” rispose, con calore, “no, non sono… non sono mai stata ricattata, e neanche minacciata o… qualsiasi altra cosa!”

“io… l’ho fatto perché lo volevo io” aggiunse, “nessuno mi ha obbligata a farlo”

era una conversazione… surreale!

“posso chiederti una cosa?”

“sì” rispose.

“pensi… che ti abbia tradito?” le chiesi.

inspirò profondamente, e alla fine rispose “sì, credo di sì”

“e… pensi che ormai sia una cosa normale, tra di noi?” chiesi ancora.

“forse… forse è proprio così, farci del male a vicenda è diventata la normalità per noi”

“e… ti va bene così?” le chiesi, “credi che possiamo… continuare?”

“non lo so, in questo momento… non lo so” rispose.

“ok…”

“e… cosa fai, adesso?” mi chiese, “d-dove sei?”

“sono in hotel, solo” risposi.

“e… hai bisogno… di qualcosa?”

“no, no, tranquilla…”

passarono ancora lunghissimi secondi di silenzio, poi le feci quella domanda scomoda.

“cosa… pensavi quando eri nella mia situazione?” le chiesi, “cosa pensavi quando mi tradivi?”

“che era… bellissimo” sussurrò, “che era emozionante, era… bellissimo” aggiunse.

“e… se quel venerdì non ti avessi visto… avresti continuato?” le chiesi ancora.

“sì” rispose decisa, sicuramente sì”

“e… perché mi hai mentito e mi hai trascinato in quel gioco?” le chiesi, demoralizzato.

“perché avevi… scoperto tutto, e mi serviva una scusa…” sussurrò, “ho avuto paura, paura di perderti…”

“e… adesso?” le chiesi, “adesso non hai paura? non hai paura di perdermi?”

“no, adesso non ho più paura” rispose.

“non… non hai più paura?”

“no, non ho più paura di perderti perché so che non ti perderò mai” rispose, “perché potremo… farci del male all’infinito ma non ci allontaneremo mai uno dall’altra, e questo lo sai anche tu…”

“ci siamo fatti tanto male, Gioia…” mormorai.

“io ti ho fatto tanto male” rispose, “io ti ho tradito… sono stata io a farlo”

“non… non hai pensato che mi stavi facendo male?”

“sì, sempre” rispose, “ma non riuscivo a smettere… ho smesso solo quando… mi hai vista, quella sera”

“e… ti manca?” le chiesi, “ti manca… quella cosa che facevi?”

“ho fatto tante cose…” sussurrò.

“intendevo… fare… giocare a prostituirti?” le chiesi, picchiando duro, ma non batté ciglio.

“non lo so…” rispose, “non lo so proprio…”

“e… lo rifaresti?”

“credo di sì” sussurrò, “è stato… emozionante”

“che cosa aveva di così speciale… vendersi?”

“mi sentivo… viva, libera di scegliere anche le cose sbagliate senza che ci fosse lì nessuno che mi faceva ragionare mi correggeva”

“quindi… è colpa mia, almeno un po’?”

“credo di sì…” sussurrò, “io troppo amore… il troppo amore soffoca a volte…”

“mi dispiace, Gioia…” le dissi, “io… mi dispiace, non so che cosa dirti”

“ok…” rispose in un sussurro.

“pensi… pensi che sia meglio se ci dividiamo? anche solo per un po’?”

inspirò profondamente.

“forse… forse sì” rispose, e chissà che cosa le stava costando dirlo, “ma per te, non per me”

“solo per me?” le chiesi senza capire, “e… perché solo per me?”

“io… io ho già capito che starti lontana non mi serve a niente, che non è la soluzione, perché più sono lontana da te e più voglio tornare!” rispose accorata, “non lo so perché, ma è così”

“e allora qual è la soluzione?” le chiesi.

“non lo so…”

“e… perché se siamo così… attratti ci facciamo del male?”

“me lo sono domandata tante di quelle volte, quando piangevo” sussurrò, “quando mi guardavo e mi facevo schifo e mi veniva voglia di… non te lo voglio dire…”

mi sentii una morsa ghiacciata nello stomaco.

“forse… è qualcosa che abbiamo dentro” continuò, “è una cosa che abbiamo dentro e che non riusciamo a spiegarci, e che ci fa stare male”

“qualcosa che abbiamo dentro, giusto…”

“io… ho smesso di chiedermi che cos’è” sussurrò, flebile, “ho smesso di cercare”

“tu… tu stai cominciando adesso” aggiunse.

“io non volevo arrivare a questo punto, io… io non ho chiesto niente…” le dissi senza voler essere accusatorio ma riuscendoci benissimo comunque, “mi sono trovato in questa situazione e non avrei mai voluto… esserci!”

“lo so” rispose, “e mi dispiace, mi dispiace davvero…”

ero davvero a pezzi, in quei pochi istanti e con quelle poche parole capii che era tutto finito.

“e cosa dovrei fare, adesso?” le chiesi, “cosa dovrei fare secondo te?”

ma non aspettai la sua risposta.

“dovrei… andarmene? dovrei lasciarti e dimenticarti? che cosa farò dopo? che cosa… che cosa farò se non ci sarai più?”

la sentii tirare su con il naso.

“io… non lo so…” piagnucolò, “amore io non lo so… non lo so proprio…”

“scusa” le dissi, “non voglio che piangi…”

“io… io vorrei aiutarti” continuò piangendo, “ma non so come fare…”

la lasciai piangere e poi Gioia tornò a calmarsi.

“cosa… farai?” mi chiese.

“adesso? adesso non lo so…” sussurrai, scoprendomi stanchissimo, “ho voglia di scappare, di andarmene e di… non vedere più nessuno…”

“sì, so come ti senti…” mi disse, “ma… fidati, non serve a niente, ci sono già passata, lo so che cosa vuol dire starti lontano!”

“cosa?” le chiesi.

“lo sai anche tu, non serve che te lo dico” rispose, “ma tu… tu devi fare quello che ti senti di fare, e se quello che vuoi è andartene… lo devo solo accettare”

“non lo so” le risposi, “non lo so che cosa farò… di qui a un minuto o tra un’ora, non lo so…”

restammo in silenzio per qualcosa che sembrò durare un’eternità, poi la sentii sussurrare.

“prima… prima che prendi una decisione, posso chiederti qualcosa?”

“sì, certo…”

“se… e se ti chiedessi di tornare a casa, e venire da me, lo faresti?” mormorò, con un filo di voce.

“io… sì, tornerei” le risposi, sincero ma anche spaventato.

e forse deluso.

“allora… perché non torni?” mi chiese, "perché non torni a casa?”

“non so se posso” le risposi, “non so se avrei il coraggio di guardarti negli occhi dopo quello che ho fatto…”

“lo troverai il coraggio, come l’ho avuto io quando l’ho fatto a te” sussurrò.

“Gioia… non so che cosa fare” le dissi, quasi cedendo, “non so… se sia giusto tornare da te, e aspettare che ci sia un’altra volta ancora per farti del male e sapere che… CI SARA’ un’altra volta mi sta facendo impazzire!”

“non importa…” mi rispose, “non importa se ci sarà un’altra volta, torna qui, torna da me”

“e poi?” le chiesi, “e… poi che cosa succederà?”

“dobbiamo avere coraggio” continuò a dire, “coraggio di lasciarci tutto alle spalle, andare via, solo noi due, e cambiare tutto, dimenticare tutto, dimenticare… quello che abbiamo fatto!”

“i nostri errori ci seguiranno, Gioia” le dissi.

“li affronteremo” rispose, “li affronteremo cambiando!”

lasciammo scorrere il silenzio, poi Gioia sospirò.

“ti aspetto, torna a casa” mi disse, “torna da me…”

“sto arrivando” le sussurrai.

“ciao…”

“ciao Gioia…”

ormai avevo il cervello in pappa, ero sfinito sia mentalmente che fisicamente, mi vestii in modo meccanico e solo dopo essermi guardato a lungo nello specchio decisi di andarmene da lì, scesi di sotto e consegnai la tessera alla ragazza della reception, mi feci lasciare la chiave dell’auto firmando qualcosa che non ricordo e poi uscii di fuori.

era notte e faceva caldo, tutto era deserto e silenzioso, tutto immobile ad eccezione di un’auto che veniva in direzione dell’hotel rischiarando la strada.

scesi le scale e andai al box coperto, salii in auto e un istante prima di partire mi ricordai che non avevo consegnato la busta gialla, quella da lasciare all’hotel alla conclusione della serata: la cercai nel cassettino e la trovai, tornai in reception e la consegnai alla ragazza ringraziandola di tutto e quando mi voltai per andarmene definitivamente vidi Stella entrare nella sala.

“e dove staresti andando, tu?” mi chiese, con tono di sfida, “pensi di avere finito, qui?”

“addio Stella…” le dissi passandole accanto senza nemmeno degnarla di uno sguardo.

mi rincorse e mi prese per il braccio, bloccandomi, furente.

“...e salutami Enrico, chiunque sia…” aggiunsi con un sorrisetto.

“Enrico è mio marito, stronzo!” ringhiò, “come ti permetti?”

“quante balle mi hai raccontato, Stella?” le chiesi, stanco, “quante… cose ti sei inventata solo per il gusto di… farci del male?”

diventò paonazza.

“io? io fare del male?” ruggì, “IO?”

la ragazza della reception che era rimasta a guardare se la diede a gambe.

“IO non ti ho mai fatto del male! non IO!” gridò ancora, “io sono quella che è stata… ingannata, odiata… disprezzata! IO NON HO MAI FATTO NIENTE!”

non mi feci impressionare, anzi, la considerai solo…

“sei patetica” le dissi, e questo la fece infuriare ancora di più.

“sei… un figlio di puttana” ringhiò, “come ti permetti di… trattarmi così?”

“addio Stella…” le dissi ancora togliendomi dalla sua stretta, “spero di non vederti più”

“BASTARDO!” gridò, “SEI UN BASTARDO! UN GRANDISSIMO BASTARDO!”

“TU E QUELLA TROIA DI GIOIA!” urlò a squarciagola quando ormai ero fuori, ma seguendomi di fuori continuò nel suo show.

“SIETE… ROVINATI!” continuò a gridare, “IO VI DISTRUGGO, VI… VI FACCIO A PEZZI! VI ROVINO!!!”

non dubitavo che facesse sul serio e che le sue minacce fossero reali, ma… non mi importava più.

aveva delle foto ancora peggiori di quelle che mi aveva mandato e che anche Gioia aveva visto?

ok, pazienza, che ne facesse quello che voleva.

Stella scese le scale e si avvicinò minacciosamente all’auto, chiusi la portiera ma senza darle l’idea che mi stavo nascondendo da lei e con estrema calma allacciai la cintura di sicurezza e poi misi in moto.

Stella era stravolta.

aprì la portiera e mi minacciò puntandomi il dito contro.

“TU… TU TE NE PENTIRAI!” gridò, “TU… TORNERAI STRISCIANDO IN GINOCCHIO PER CHIEDERE IL MIO AIUTO E… E…”

“e che cosa, Stella?” le chiesi, calmo e pacato, “e cosa farai? che cosa farai?”

era… stralunata dal furore.

sapevo bene che cosa provava…

“le tue minacce di stasera sono come le mie di poche ore fa, vuote…” le dissi, sereno, “vai, Stella, qualsiasi cosa tu volessi fare… hai fallito, non ci sei riuscita, hai perso…”

“e adesso vattene” conclusi, sempre più stanco, “devo tornare a casa…”

chiusi la portiera e con un colpo di acceleratore la lasciai indietro, lontana, mentre ancora gridava la sua rabbia.

e mentre guidavo nella notte completamente perso nei miei pensieri Stella rientrò in hotel, salì nella stanza 320 e si lasciò andare sul letto, chiudendo gli occhi.

prese la borsetta e tirò fuori il pacchetto, ne accese una, la prima dopo più di cinque anni di e-cig, e inspirò il fumo che le bruciò i polmoni facendole venire la nausea ma la finì, facendo male a se stessa anche lei, spense il mozzicone nel pacchetto ancora nuovo e lanciò via tutto.

e poi prese il telefono e chiamò, con le dita che tremavano.

“sono io…” disse, sospirò e aggiunse “è uscito adesso, è andato”

dall’altra parte silenzio.

“sei sicura?” le chiese la voce dall’altra parte dell’apparecchio, una voce che non tradiva alcuna emozione.

“sì, ero lì…” disse ancora Stella, “ero lì e… l’ho… insultato, l’ho minacciato, l’ho provocato, ma è andato”

dall’altra parte silenzio.

“io… io ho fatto… quello che mi hai chiesto, io… io…” provò a giustificarsi Stella ma dall’altra parte sentì sospirare e allora non aggiunse altro.

“ok, va bene” le rispose la voce dall’altra parte, “va bene così, tranquilla…”

“sei stata brava, hai giocato bene” le disse ancora la voce, “è stata una sua scelta… non è stata colpa tua”

“d-davvero?” chiese Stella, “finisce… così?”

“sì Silvia, finisce così…” le rispose la voce.

‘Silvia’, erano… mesi che non si sentiva più chiamare con il suo vero nome.

“e… il gioco?” chiese esitante Stella/Silvia, “e… tutto quello che abbiamo… costruito? che cosa faccio io adesso?”

“il gioco è finito Silvia” le rispose la voce, “non eri tu che volevi che finisse presto? non eri tu a chiedere di lasciarlo quel gioco? e di tornare dalla tua famiglia? quella vera?”

“s-sì… ma io…” provò a dire ancora Silvia, ma la voce la fermò.

“adesso il gioco è finito, puoi andare…” le disse la voce, con quel tono che non ammette repliche.

“e… cosa… e cosa faccio io adesso?” chiese Silvia, “io… che cosa farò?”

“quello che facevi prima, Silvia,” le rispose la voce, “quello che facevi prima di conoscere me”

“prima avevo una vita” replicò senza essere aggressiva ma comunque tesa, “e… e adesso non ce l’ho più! me l’hai… stravolta tu!”

dall’altra parte sentì un sospiro, stanco.

“ce la farai, Silvia” le rispose la voce, “o ce la farai tu o ce la farà Stella, devi decidere tu chi sei e chi sarai…”

“va bene…” rispose altrettanto stanca Silvia.

“e… e lui?” azzardò a chiedere.

“ci inventeremo qualcosa…” rispose la voce, “ma non per adesso”.

“e… le fotografie? e i video?” chiese ancora Silvia, “che cosa… che ne devo fare?”

“cancellali” le disse subito la voce, “non tenerne traccia, ci sono rischi che possano girare”

“e… quelli che ha già lui?” chiese ancora Silvia, “non pensi che anche quelli possano… girare?”

“no…” rispose la voce, sicura, “lui non lo farà mai, la ama troppo per usarli…”

“la ama?” le chiese Silvia, “tu… credi davvero?”

“più della sua stessa vita…” rispose la voce.

“ok…” rispose Silvia in un sussurro.

“adesso ti saluto, Silvia” le disse la voce.

“va bene, ciao…” sussurrò Silvia ma ormai la comunicazione era stata chiusa.

Silvia guardò l’ora, erano le due e ventidue.

inspirò profondamente, prese il telefono e nella rubrica selezionò “Patrick cell”

“S-Silvia?” sentì rispondere dall’altra parte un uomo con un leggero accento francese, “amore, sei tu?”.

“s-sì, sono io…” sussurrò lei, trattenendo la commozione.

“amore, dove sei?” le chiese, “come stai? stai bene?”

“amore…” piagnucolò Silvia, “vieni a prendermi, portami a casa… io…” provò a dire ma poi scoppiò in lacrime.

“sto arrivando, amore, sto arrivando…” le disse Patrick, “dimmi dove sei che vengo a prenderti, ti riporto a casa!”

tornando verso casa provai a pensare ancora a quello che mi era capitato negli ultimi quaranta giorni ma… stentavo a crederci, ma mi imposi una cosa, di non farlo più.

sarebbe stata dura, ma almeno ci avrei provato… senza lasciarli galoppare e travolgermi.

arrivai davanti a casa alle due e quarantadue, tutto era silenzioso ma la luce del soggiorno era accesa.

aprii la porta e Gioia era seduta sul divano, e appena mi vide si alzò, e mi sorrise.

depositai tutte le mie cose rifugiandomi nei gesti di sempre per trovare sicurezza e conforto, ma non c’era più niente di “confortevole” nella mia vita.

mi avvicinai a lei esitante, non sapevo se… non sapevo bene come muovermi ma ci pensò lei, come sempre, a rompere gli indugi.

mi volò addosso e mi strinse così forte da farmi male, permettendomi a malapena di respirare, poi mollò la stretta mortale ma si tenne abbracciata a me.

“Gioia, io…” prova a dire ma subito si staccò e mi mise un dito sulle labbra”

“andiamo a letto, adesso” mi sussurrò Gioia, “è tardi…”

annuii e docilmente la seguii in camera da letto, mi spogliai, nudo, ed entrai sotto il lenzuolo dove mi stava aspettando, nuda.

e come sempre mise la guancia sul mio petto, con una mano sulla mia pancia ed un braccio sotto al mio cuscino.

e scese il silenzio, ma durò davvero pochi istanti.

“noi non ci lasceremo mai, vero?” mi chiese Gioia.

“no” le risposi, “dopo quello… dopo quello che ci siamo fatti, e se siamo ancora qui, no, non ci lasceremo mai…”

la sentii farsi ancora più vicina.

“buonanotte amore…” sussurrò.

“buonanotte Gioia…” le risposi, e scese il silenzio.

e pochi istanti dopo Gioia si addormentò, ma il suo telefono si illuminò perché ricevette un messaggio, da un numero non registrato.

“ciao Gioia” scriveva questo sconosciuto, “mi chiamo Silvia e vorrei scriverti di me, ma comincio subito chiedendoti scusa…”

FINE

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