Chapter 5 - Menzogne e mezze verità
è sempre difficile dire la verità, ma anche mentire (bene) lo è
5 months ago
CAPITOLO 5
menzogne e mezze verità
probabilmente furono tra i dieci minuti più terrificanti della mia vita.
in quel brevissimo lasso di tempo mi passò davanti tutto, una vita di studio, duro lavoro e sacrificio, una famiglia costruita con amore e con passione, una casa, una posizione professionale… tutto finito in dieci minuti.
tutto finito per… colpa, per debolezza, per inadeguatezza, per seguire istinto e impulso che l’hanno avuta vinta sulla ragionevolezza.
appena posata la cornetta rimasi seduto immobile a guardare verso il vuoto, incapace anche solo di reagire o di alzarmi in piedi: e vedevo Gioia che parlava con una delle cameriere della sala, tutta allegra, tutta felice, ignorava tutto…
oppure no? oppure… sapeva?
ancora una volta Stella mi aveva dato quella coltellata dentro che mi faceva dubitare di mia moglie, di tutto quanto aveva detto, giurato, e ancora giurato non so più quante volte, solo che ad ogni passo se ne aggiungeva un pezzo.
non sapevo se credere a lei o a Stella, e mio malgrado… con tutto il dolore che potevo provare, ero costretto a credere a Stella, che anche se per lucro o per… perfidia mi aveva sempre detto la verità, o almeno mi aveva mentito meno volte rispetto a Gioia.
e… e come fa un uomo a vivere così? come può essere diviso tra una donna come Stella e la propria moglie?
Gioia rideva, spensierata, non si rendeva nemmeno conto di quello che aveva scatenato e della portata delle sue… bugie.
poteva il mio amore per lei compensare tutto questo? potevo decidere di lasciarla fuori da questa tratta schifosa “sacrificando” me stesso?
e… e per quanto sarebbe durato?
sì, perché le parole di Stella, anche se… dure, sudice e che ti facevano voglia di uccidere, erano vere, “credi davvero che Gioia sia tua? per sempre?”
fino a quando l’avrei potuta… trattenere? e a quale costo? e a quale sacrificio?
e la domanda successiva arrivò brutale: “ne vale la pena?”
come avrei potuto fidarmi di una donna che… professava il suo amore per me e per la famiglia quando sognava di… prostituirsi?
no, non era possibile, non stavo davvero vivendo quel momento…
mi alzai e lasciai la postazione, non uscii verso il salone ma dalla parte opposta, dove c’era un piccolo patio forse per fumatori ma che in quel momento era deserto.
pensai ancora a una possibile soluzione, forse… pagare, corrompere gli stessi corruttori, cedere da una parte e vincere dall'altra ma… ma come fare? con chi parlare? con Stella? sarebbe stato impossibile, anzi, per lei trattenermi e ricattarmi era più utile…
con la polizia? e che cosa avrei raccontato? che mia moglie si prostituiva in un bordello legalizzato?
e in mezzo a quello tsunami emotivo arrivai alla consapevolezza che ero fottuto, completamente fottuto, non c’erano vie di mezzo: potevo… fregarmene e subire le conseguenze, Stella avrebbe fatto di tutto per distruggere me e Gioia e la nostra famiglia, con il suo colpo di pungiglione avvelenato ci avrebbe fatti a pezzi, non dubitavo che ne avesse i mezzi e comunque le sarebbe bastato colpire me per masacrarci tutti quanti…
non potevo contrastarla, non direttamente almeno.
ma non l’avrebbe passata liscia, quello glielo potevo garantire: poteva… scapparmi per un po’, ma non per sempre, poteva nascondersi dietro i suoi ricatti ma una volta ottenuto quello che voleva probabilmente avrebbe abbassato la guardia, e io sarei stato lì pronto per lei…
cosa le avrei fatto? cosa le avrei fatto fare da qualcuno… magari specializzato in quelle cose? non lo sapevo, e non lo volevo nemmeno… pensare, ma una cosa la sapevo, non l’avrebbe passata liscia.
restai da solo a pensare per una buona mezz’ora prima che Gioia mi venisse a cercare, e mi trovò.
“amore…” mi sentii chiamare da dietro, “ma… dove sei andato? non ti ho più vist…”
potevo nascondere me stesso ma non quello che avevo dentro.
“amore… cos’è successo?” mi chiese terrorizzata.
e non so come riuscii a tenerle nascosto quello che mi stava esplodendo dentro.
“problemi di lavoro, con la catena…” le dissi, “sembra che vogliano ridurre, ma non si sa…”
mi guardò triste, compassionevole, e mi fece ancora più male.
e… mentire per mentire…
“sabato mattina ho un incontro a Lione con la direzione del Dental Life, vediamo come va…” le dissi, mesto, e cercando di anticipare qualcosa di poco piacevole aggiunsi “potrebbero chiudere diversi studi… quelli più piccoli, presumo, e… potrebbe toccare anche a me”
chiuse gli occhi e restò immobile per una manciata di secondi, poi li riaprì e mi abbracciò stringendomi forte per farmi sentire il suo amore e la sua vicinanza.
e non so come riuscii a trattenere le lacrime…
e diventai bugiardo proprio come lei perché il mio dolore non era per lo studio che in realtà andava a gonfie vele (era l’unica parte sana della mia vita, a quel punto!), ma per tutto il resto, per il pacchetto di menzogne che era diventata la nostra vita, per tutto quello sporco giro schifoso che era diventato il contorno della nostra vita, per quella piega inaspettata e terrificante che avevano preso le nostre esistenze, con la speranza che si fermasse “solo” alle nostre due senza estendersi a quello che avevamo di più caro, e puro… che per fortuna era lontano, e virtualmente al sicuro, e irraggiungibile.
“amore… vuoi che venga con te?” mi chiese, amorevole e dolce.
“no, non serve, davvero” le dissi, “andiamo in treno, lo sai come sono fatti quelli per il contenimento dei costi, parto venerdì pomeriggio e arrivò alla sera così possiamo parlare fra noi… peones prima di farci sbranare dai cani feroci…”
annuì triste.
“mi… mi dispiace di averti coinvolto…” mi scusai, “non volevo rovinarti gli ultimi due giorni di vacanza…”
mi accarezzò il viso e allungandosi sulla punta dei piedi mi baciò le labbra (il bacio di Giuda?), poi mi prese entrambe le mani e me le strinse.
“io sarò sempre insieme a te, lo sai, vero?” mi disse, e per un istante fui tentato di risponderle che no, non lo sapevo, ma ovviamente continuai ad aggiungere bugie su bugie…
“sì, certo che lo so…” le risposi.
“succeda quello che succeda” continuò, “noi ci saremo sempre, noi due, ok?”
ma… ma come faceva? come faceva a mentire così? come poteva… come poteva avere la capacità di dirmi quelle cose così accorate e che venivano da dentro quando sapeva che cosa c’era dietro le sue spalle, quando conosceva il castello di falsità e di menzogne che aveva costruito per nascondere la sua vera natura…
“ok, sì…” riuscii solo a dire, poi Gioia mi abbracciò nuovamente.
“andrà tutto bene…” sussurrò con il viso premuto sul mio petto, “vedrai, andrà tutto bene, andrà tutto bene…”
“sì, tutto bene…” sussurrai, ma con la mente ero già a quell’impegno che avevo preso…
e mentre l’abbracciavo stringevo i pugni fino a sentir scrocchiare le articolazioni.
“guai a te, Stella, guai a te se ti trovo da sola… guai a te…”
quella mattina la passammo da soli, nessuno dei due voleva compagnia ma tra una cosa e l’altra li ritrovammo al mercatino del borgo e fu inevitabile fare ancora comunella anche se non ero dello stato d’animo migliore.
c’era un banchetto in cui due ragazzine di chiara origine gitana vendevano bigiotteria e collanine di perle e corallo e immediatamente Gioia ci si tuffò sopra seguita da Cinzia e anche da Renato, che da orafo si erse a grande intenditore illustrando alle donne questo e quel tipo di lavorazione, e mentre Gioia continuò ad ascoltarlo e a ridere delle sue battute Cinzia mi raggiunse all’ombra di un tendone e mi approcciò con il suo solito modo…
“allora, bel cazzone” mi disse con quel sorriso sghembo che il suo dentista le aveva fatto, “hai dormito bene stanotte?”
dovevo risponderle che avevo dormito bene e che dormivo comunque bene anche senza i suoi “pompini della buonanotte” ma non mi sembrò elegante sottolinearlo, così mi limitai a sorridere.
“se stasera va tutto bene… non vedo l’ora di passare la notte insieme a te” sussurrò, “e tu?
“be’, vediamo…” le risposi, “vediamo…”
forse capì l’antifona e si distrasse un secondo guardando il telefono, feci la stessa cosa ma visto che c’era troppo riflesso e non lo riuscivo a vedere bene mi spostai dietro il tendone al riparo dal sole ma anche da presenze moleste, provai ad aprire l’applicazione della messaggistica che si era bloccata ma mi sentii cingere da dietro, sentii due tettone morbide appoggiate sulla schiena e due mani che mi stringevano il pacco.
“ti nascondi?” mugolò roca Cinzia, “mi scappi?” aggiunse, e con entrambe le mani si infilò nei miei pantaloncini prendendolo a pelle.
non mi opposi, tanto sarebbe stato inutile, la lasciai fare e in pochi istanti me lo ritrovai duro.
“senti qui che tarello…” sussurrò con la sua inflessione romagnola, “un bel tarello tutto per me…” ridacchiò e cominciò a scappellarmelo.
“ti farei un pompino qui, lo sai?” mugolò ancora, “e se ci vede qualcuno chissene frega, eh?”
“non credo che…” riuscii solo a dire, ma un istante dopo sentimmo la voce di Gioia che mi chiamava e con la velocità del fulmine Cinzia mi mollò il cazzo e si volatilizzò, alla faccia del “se ci vede qualcuno chissene frega…”
“amore?” mi chiamò, “amore, dove sei?”
“sono qui…” le risposi emergendo da dietro il tendone e Gioia mi venne incontro con un intero campionario di collanine e braccialettini chiedendo il mio parere su cosa scegliere, e cosa fa un bravo marito?
“perché non li prendi tutti?” le risposi, Gioia si fece un risolino infantile e poi scappò via tutta felice lasciandomi solo.
e ne avevo bisogno…
presi il telefono e pur con pochissima carica nella batteria e con troppa luce che mi accecava ripristinai il contatto di Stella (morivo dalla rabbia, ma dovevo farlo) e immediatamente sull’icona apparvero altri tre suoi messaggi, di cui uno vocale: mi aspettavo qualcosa di simile, ma fu un colpo lo stesso.
lanciai un’occhiata a Gioia che era ancora in compagnia di Renato e sentii che stavano ancora mercanteggiando con le sue ragazzine così mi isolai e ascoltai subito quello vocale, della sera precedente alle undici.
“è inutile che mi blocchi tanto so come raggiungerti e come farti sentire la mia voce e te lo farò vedere presto, è meglio per te se mi ascolti e se fai quello che ti chiedo, e anche se ti sarà difficile… credimi che lo faccio solo per il tuo bene perché ci tengo davvero a te, e non voglio vederti soffrire. chiamami”
ogni parola era un cucchiaio di miele mescolato con il veleno, sentivi subito la dolcezza e ti illudevi che ci fosse davvero solo quella ma poi arrivava il veleno che ti stroncava.
perché a quel punto non potevo avere solo il veleno? almeno non mi illudevo…
poi c’erano altri due messaggi, il primo di stamattina, poco prima della chiamata al telefono dell’hotel, e Stella scriveva “alla fine devo usare le maniere forti, come preferisci, ma poi non lamentarti, ok?”
se non altro manteneva quello che prometteva.
nel secondo Stella mi “girava” tutte le istruzioni per l’incontro (‘meeting’, così lo chiamava) di venerdì sera: la sostanza era che avrebbe organizzato tutto il club, io dovevo solo… partecipare.
punto di ritrovo fuori città in un hotel che non conoscevo personalmente ma che avevo sentito nominare, e dove c’era una prenotazione a mio nome: lo dovevo raggiungere nel pomeriggio di venerdì e lì avrei trovato tutto quello che mi serviva, e quella sarebbe stata la mia “base”.
alle nove sarebbe passato il driver a prendermi per condurmi al club e lì avrei fatto quello che dovevo fare, avrei incontrato le persone che dovevo accompagnare e il resto sarebbe arrivato da sé, ogni altra informazione mi sarebbe stata data in corso di serata.
tutto organizzato alla perfezione, ma di questo ne ero già al corrente perché ne avevo già avuto un assaggio alcuni giorni prima.
e chiudeva con una delle sue battute, che mi gelò il sangue.
“a proposito” scriveva, “lo sai che per venerdì sera sarò ufficialmente la tua mogliettina? non sei felice?” e aggiungeva le faccine che ridevano.
fui tentato di rispondere ma il ritorno di Gioia e la sua “piccola” felicità per l’acquisto di collanine e braccialettini mi fecero dimenticare tutto e fortunatamente riuscii a distrarmi anche se dentro avevo un masso piantanto sullo stomaco.
ma di una cosa ero felice, ammesso che potessi parlare di felicità in un momento come quello: Gioia era fuori, Gioia era estranea, o almeno così sembrava, o almeno così mi faceva credere, ma se quel gioco era ancora più complicato di quello che riuscivo a concepire… avrei avuto l’ennesima, enorme, colossale delusione da mia moglie, o quello che era rimasto di mia moglie.
l’ultima delusione, perché non avrei mai permesso di riceverne ancora.
nessun uomo avrebbe potuto sopportare, anche per amore, di essere tradito, di essere umiliato, di essere preso in giro e invischiato in un giro di scambio di coppie per giustificare una pulsione malata e perversa, ed essere continuamente sballottato emotivamente fino a perdere il senno.
per poi finire triturato in una macina solo per salvare quelle poche cose che gli erano rimaste…
no, non lo potevo più accettare.
scoprii di essere rimasto indietro mentre gli altri tre procedevano allegri e spensierati di bancarella in bancarella ridendo e scherzando tra di loro, e quello, in sintesi, era come mi sentivo: vedevo le altre persone ridere, divertirsi, del resto erano in vacanza, mentre io ero ancora inchiodato a quel maledetto venerdì sera di luglio.
e mi montò la rabbia, la voglia di… ribaltare tutto e di fuggire via urlando al mondo la mia furia, liberarmi da quel giogo che mi opprimeva e che mi regalava sesso “sporco” per ingoiare merda e stare zitto.
“amore…” sentii dire da Gioia che senza che me ne rendessi conto si era staccata dagli altri due e mi era venuta incontro: non rideva più e sul suo viso c’era tristezza e sconforto, ma non la volevo vedere così.
“amore, abbracciami…” mugolò, l’abbracciai e le baciai i capelli che sapevano di salsedine, e il suo veleno mi invase, perché ogni volta che ero con lei… mi faceva dimenticare tutto, si faceva perdonare tutto.
e stavolta il groppo non riuscii a mandarlo giù e sentii le lacrime che mi bruciavano gli occhi ma riuscii a mandarle indietro, io, non lei.
e Renato e Cinzia ci trovarono in quello stato, fermandosi a distanza immaginando che qualcosa non andasse ma ci pensò Gioia a spiegare tutto facendoli restare male.
ci offrirono amicizia e vicinanza ma Gioia preferì ringraziarli e chiedergli di lasciarci spazio così i due ci salutarono e sparirono sicuramente “ringraziandoci” per avergli rovinato anche quella giornata oltre alla serata precedente…
e fu particolarmente duro, almeno per me, sentirmi male dover raccontare una menzogna inventando il motivo per il quale ero giù, senza poter nemmeno avere la liberazione di poter parlare con Gioia e sfogarmi, sgravarmi di quel peso che mi stava uccidendo.
nessuno dei due ebbe voglia di pranzare, ci ritirammo in camera nostra e lì restammo fino a sera, Gioia dormicchiò mentre io finsi (fino ad un certo punto, comunque) di trovare altre soluzioni dopo la chiusura dello studio.
e mi scoprii a sorridere, perché forse… forse c’era voluto tutto quel casino per trovare davvero il coraggio di vendere tutto e ritirarmi sul lago a fare il dentista “quello di una volta”, con due stanze molto semplici per fare solo cosette banali i per curare i denti ai ricchi turisti tedeschi o olandesi che pagavano bene…
sì, ma poi?
“Gioia, Gioia, dove ti sei andata a cacciare?” mi chiese guardandola mentre dormiva, “ma cosa ti è saltato in mente?”
ma forse… forse non era nemmeno colpa sua, forse era stata davvero invischiata senza volerlo, forse Stella mentiva, forse il ricatto… forse qualsiasi cosa, ero troppo stanco per mettermi a pensare di nuovo a tutto, chiusi il portatile e chiusi anche gli occhi, poi andai a stendermi e sentii le fibre del corpo che si rilassavano, ma feci svegliare Gioia.
aprì gli occhi e mi vide lì accanto a lei e allora si girò ed appoggiò il viso sul mio petto, abbracciandomi.
ed ancora una volta scoprii che Gioia, nel bene o nel male, era l’unica… cosa che mi faceva veramente stare bene, perché averla vicina e sentire il suo calore… era tornare a vivere.
avrei potuto rinunciare a tutto, studio, lavoro, soldi, reputazione… ma non a Gioia, e questo mi legava, mi incatenava a qualcosa che mi stava uccidendo, ma di cui non potevo fare a meno.
e, forse, questo era usato contro di me.
verso l’ora di cena ci contattarono i due “orfani” per la cena, ci scusammo (ci pensò Gioia) ma rinunciammo, e poco dopo Gioia mi propose di partire la mattina successiva.
e dissi di sì, era meglio così, quel posto mi stava strangolando, erano successe troppe cose in quei pochi giorni, alcune delle quali mi avrebbero segnato la vita probabilmente per sempre!
e a giudicare da come si stavano mettendo le cose… probabilmente erano gli ultimi giorni che avrei potuto passare in serenità con Gioia prima che arrivassero i momenti dei chiarimenti.
era venerdì, la vacanza era durata solo sei giorni, ma evidentemente era destino… e col senno di poi mi dissi che non avremmo mai dovuto accettare l’offerta di Stella e Enrico (a proposito, non ne faceva cenno Stella, forse… forse anche lui era solo una marionetta nelle sue mani…).
ma non volevo tornare a casa, non subito, almeno.
“che ne dici” le chiesi, “se ci prendiamo ancora qualche giorno, solo noi due? senza nessuno di mezzo?”
e soprattutto senza nessuno che mi vuole scopare la moglie in cambio della sua, mi venne da aggiungere!
Gioia mi guardò con un sorriso che mi ripagava di ogni amarezza.
“sì, amore, sì!” rispose, lasciò perdere tutto e venne ad abbracciarmi, “tutto quello che vuoi, tutto quello che vuoi…” sussurrò.
e decidemmo di “trasferirci” sul lago Maggiore, prenotando cinque giorni di permanenza in un hotel a cinque stelle che era praticamente un castello appena fuori Arona e che nella mia testa doveva diventare il mio baluardo difensivo, la mia Alamo.
solo noi due, cinque giorni interi con trattamenti nella Spa dell’hotel, gite in barca a vela sul lago, cene romantiche e… quello che veniva veniva, non mi ponevo limiti.
ma neanche aspettative.
prenotai trovando l’ultima suite disponibile per il periodo (non la più bella, ma comunque più che spettacolare!) e poi Gioia fece tutto da sola, trovò il volo di ritorno con una compagnia sconosciuta (ci mancava pure di precipitare, e sarebbe stata la ciliegina sulla torta!) con arrivo a Malpensa nel pomeriggio, prenotò il trasferimento dal nostro hotel fino all’aeroporto e pagò con carta di credito (ormai stava fondendo, poveraccia…), e tutta soddisfatta tornò ad abbracciarmi.
“amore, non sai quanto sono felice di stare sola con te…” mugolò, “io… sto bene solo con te…”
e anch’io stavo bene con lei, ma perché allora mi passavano sulla testa i miei pensieri, come nubi nere in una giornata di sole? perché pensavo che… stavo abbracciando una donna che voleva diventare… una prostituta, farsi scopare da altri uomini (e forse, non ero certo, l’aveva già fatto)?
perché tutta la mia vita doveva essere così dannatamente difficile?
certo, i veri problemi sono altri, i problemi sono lavorare dalla mattina alla sera e non riuscire a portare a casa abbastanza soldi da dare da mangiare alla propria famiglia, o avere problemi di salute o vedere i propri cari che soffrono ed essere lì impotente e non fare niente…
io… io me la sarei cavata, in un modo o in un altro, lo sbattimento vero era cercare di salvare capra e cavoli ma a quel punto sapevo che potevo avere o uno o l’altro, non entrambi, non più.
e comunque il tempo volò, la sera uscimmo per mangiarci una piadina (grandissima cena di fine vacanza!) e mentre passeggiavamo per smaltirla incontrammo Renato e Cinzia, e quando gli dicemmo che l’indomani saremmo ripartiti alla volta di casa ci rimasero male (soprattutto lei, che aveva ancora un certo arretrato con me).
l’indomani mattina avevano una mini crociera in partenza alle otto, quindi… ci salutavamo.
abbracci e strette di mano, uno sguardo… offeso da parte di Cinzia e poi ci separammo.
e da lì il tempo volò.
Stella non scrisse più, già aveva scritto a sufficienza, comunque.
la sera del giorno successivo passeggiavamo per Arona, soli: il lago era magnifico, la sera calda ma non afosa come quelle di casa e nemmeno così caotica come la Corsica, e anche se le località di lago mi hanno sempre comunicato un senso di malinconia… lì ci stavo bene, forse perché ero malinconico anch’io in quel momento.
“ecco, vedi?” mi disse Gioia, “è così che dovremmo vivere, solo noi due…”
non aveva torto.
“magari fra dieci o quindici anni…” le risposi ma lei ridacchiò e insistette dicendo “no, adesso!” e ridendo e giocando ci ritrovammo abbracciati tra la gente che passeggiava sul lungolago, evitandoci perché ci eravamo piantati in mezzo al flusso delle persone.
“e tu?” le chiesi, “tu lasceresti… tutto per venire qui?”
“m-m” rispose, con il suo bel sorriso sulle labbra e con gli occhioni azzurri più grandi e luminosi che mai.
prostituta? escort? ma per piacere… era una donna innamorata, magari anche… troppo innamorata, ma… mercenaria del sesso? no, impossibile!
‘ah, Mauro… ricordati che non le conosci le donne, tu…’ mi sembrò di sentirmi dire dal mio vecchio amico Giorgio, che dio ti abbia in gloria ovunque tu sia.
passammo cinque giorni rilassanti tra massaggi e vita beata, e quando arrivò il momento di partire non nascondo che non ne fui contento come di solito mi capita quando finisce una vacanza, contento perché mi stavo annoiando…
era stata una vacanza magnifica, quello che ci voleva in quel periodo turbolento per entrambi, ma era finita.
ed eravamo stati così bene insieme e ci eravamo sentiti così in sintonia che non avevamo nemmeno sentito il bisogno di fare l’amore, anche perché a Gioia arrivò il ciclo la sera prima di partire… un po’ in anticipo in realtà, ma l’età recava i suoi problemi le dissi (e presi un bel pugno nello stomaco per questo).
e il giovedì pomeriggio eravamo a casa, tornati alla normalità dopo quasi quindici giorni di assenza.
e cominciò il conto alla rovescia…
quella sera, a letto, Gioia parlò poco, non le piaceva stare a casa da sola e sapeva che il pomeriggio successivo sarei partito quindi… era un po’ giù, ma non c’era molto che potevo fare…
il mattino successivo, quello del venerdì fatidico, l’accompagnai a fare la spesa e a portare le cose sporche al lavasecco e a sbrigare le piccole faccende di casa, tutto per tenermi impegnato, e l’ora della partenza arrivò in un lampo.
preparai il (finto) bagaglio e alle sei la salutai con la promessa che le avrei mandato un messaggio appena arrivato a destinazione che sarebbe stato abbondantemente dopo la mezzanotte, ma Gioia preferì riceverlo la mattina successiva, come buongiorno.
“già, un gran bel buongiorno…” mi venne da dire.
ci salutammo con un abbraccio e Gioia mi seguì fino al cancellino, e lì rimase fino a quando la vidi allontanarsi nel retrovisore fino a scomparire.
“mi dispiace tesoro…” sussurrai, “scusami…”
e poi cambiai umore.
“me la paghi, Stella, questa me la paghi…”
seguii le indicazioni e arrivai all’hotel che mi era stato assegnato, un posto… esageratamente bello, fin troppo per un posto così sperduto in mezzo al nulla!
lasciai l’auto in consegna e pagai per metterla al coperto, lontano da seppur improbabili sguardi indiscreti, mi presentai alla reception con la prenotazione Rastrelli e pochi minuti dopo ero in un qualcosa che era a metà tra una suite e una camera da letto Ikea, forse gli abbinamenti erano voluti ma… erano ridicoli!
ma non ero lì per fare il critico, lasciai il mio bagaglio e su uno dei comodini trovai una busta, anonima, la aprii e dentro c’erano le istruzioni, che in parte già conoscevo.
quelle che mancavano erano dettagliatissime.
e quasi… offensive.
doccia e rasatura accuratissime, l’igiene personale e intima doveva essere impeccabile, la scelta dell’abbigliamento era a discrezione del ‘soggetto’ (...) ma comunque limitata alle possibilità offerte, il tutto era nel guardaroba.
lo aprii e dentro ci trovai tre completi, uno grigio chiaro, uno blu molto improbabile e un altro nero, ciascuno in quattro taglie diverse, camicia rigorosamente bianca, cravatta assegnata, la mia era grigia scura, scarpe disponibili in diverse taglie e fogge.
aprii anche l’altra metà dell’armadio e dentro ci trovai l’equivalente ma da donna, una decina di abiti di varia lunghezza e colore, scarpe, pochette, accessori, addirittura gioielli e fermagli per capelli.
non avevo mai visto un’organizzazione così curata, se la sanità italiana fosse gestita anche solo la metà di come veniva condotto quel che era il club vivremmo un Paese felice…
feci quello che mi veniva chiesto, mi sbarbai e mi docciai restando sotto una buona mezz’ora se non altro per rilassare i muscoli della schiena e del collo, contratti e doloranti, e quando uscii avvolto in un accappatoio fantastico (glielo avrei dovuto fregare, il mio di casa non era così bello!) vidi che lo schermo del telefono era acceso, andai a controllare ma già avevo un presentimento, e infatti…
“dove sei?” scriveva Stella, “sei in camera?”
“sì” risposi, lesse il messaggio ma non replicò.
finii di asciugarmi e poi tornai in bagno per asciugarmi i capelli con il phon, li pettinai come dovevano stare e quando tornai in camera per poco non mi si fermò il cuore.
cacciai una specie di gemito roco e gridai “cazzo!” facendo rimbombare la mia stessa voce.
Stella era seduta sul letto, e mi aspettava.
forse fu la sorpresa o quella “botta” di adrenalina ma mi dimenticai di avere davanti la mia peggior nemica, la persona che più al mondo volevo vedere morta (e non scherzavo).
“che… cazzo ci fai qui!” esclamai, “vuoi… farmi venire un infarto?”
sorrideva…
“e come cazzo hai fatto a entrare, eh?” le chiesi, incazzato ma più… frustrato che incazzato, e Stella esibì una tessera magnetica, sicuramente clone di quella che avevo io.
che ingenuo…
quella camera era “del club”, come poteva lei non avere libero accesso?
avevo un asciugamano legato in vita e nient’altro e Stella mi guardò curiosa.
“ti trovo bene…” disse, “non hai messo su peso, vedo… bravo, bravissimo…”
si alzò e mi raggiunse e quando fu a portata…
non si fece impressionare dal gesto, ostentando un sorriso sicuro, ma quando cominciò a far fatica a respirare e il suo viso diventò paonazzo allora mi mise le mani sul braccio per farmi staccare la mano che le bloccava la respirazione stringendole il collo, ma senza riuscirci.
i suoi occhi allora trasudavano paura, la sentivo, la percepivo.
sentii che emetteva dei rigurgiti come se stesse annegando e quando cominciarono a cederle le gambe allora mollai la presa facendola afflosciare come un sacco vuoto e sedere sul letto, di peso.
inalò aria e tossì, e quando si riprese si alzò furente e provò a mollarmi uno schiaffo ma le presi la mano al volo e gliela girai dietro la schiena facendole compiere una rotazone di centottanta gradi, trovandomela davanti di schiena, bloccata.
“che c’è?” le sussurrai, “non è il benvenuto che ti aspettavi?”
“figlio… di… puttana” ringhiò, “mi stavi soffocando, bastardo!”
“la prossima volta, Stella, la prossima volta…” le sibilai nell’orecchio, “la prossima volta non sarai così fortunata…”
la lasciai andare e me la trovai di nuovo davanti, sempre furente, sempre paonazza.
“la prossima volta saremo solo noi due…” ringhiai, ormai senza più controllo, “e quanto è vero iddio non tornerai a casa…”
“no?” mi sfidò.
“no, non lo farai” la sfidai a mia volta, avvicinandomi fino a sovrastarla fisicamente, “non tornerai più a casa, te lo giuro”
mi guardava… sprezzante, ma poi distolse lo sguardo, da vera codarda, e tornò a sedersi ma solo per un istante perché andò a specchiarsi e a controllarsi il collo, completamente arrossato.
“b-bastardo…” ringhiò, “guarda come mi hai ridotta…”
“ti è andata bene” le risposi, “credimi, è già tanto che non sei… accidentalmente caduta da quel terrazzino… ma non è escluso, sai, non è escluso che tu faccia un bel volo…”
diede una manata all’armadio e mi raggiunse, minacciosa.
“tu… tu credi che… sia… tutta opera mia, vero?” cominciò, “tu pensi che sia… colpa di questa troia di Stella, giusto?”
alzai le spalle.
“credi che se… mi fai sparire tutto torna alla normalità? tutto si risolve?” gridò.
“no, non credo” le risposi, calmo, “ma tu non ci sarai per vedere come andrà a finire, e questo mi basta, per il momento, al resto ci penserò”
non erano sicuramente le parole che voleva sentirsi dire, nessuno se le sarebbe volute sentir dire.
“hai… proprio deciso di farmi fuori, allora” continuò in tono più dimesso e meno… meno minaccioso, non le conveniva, “ok, lo capisco, visto dalla tua parte… è da capire”
non replicai e tornai in bagno a pettinarmi e a massaggiarmi la pelle rasata di fresco con la crema emolliente che usavo ormai da vent’anni.
“capirai che non c’è solo Stella, e che non ci sono solo… queste cose” continuò, “e forse… forse mi darai anche ragione, e capirai la mia situazione”
“crepa, Stella” le risposi.
“ok… crepa Stella è già qualcosa” continuò, “almeno non mi vuoi fare fuori, è già un miglioramento…”
“però” continuò e la sentii avvicinare, “però ti chiedo solo di lasciarmi spiegare la situazione…” aggiunse, e me la trovai sulla porta, nuda.
si era tolta i jeans e la polo Nike rosa che indossava e anche tutto il resto, ed era un spettacolo da vedere perché troia o non troia, rovina famiglie o tutto quel cazzo che era, ma come femmina Stella…
la guardai sprezzante continuando con il mio massaggio.
“posso?” mi chiese, facendomi capire che doveva entrare.
“cosa vuoi da me?” le chiesi, brutale.
“voglio che mi lasci fare la doccia” rispose, “devo prepararmi anch’io, come hai fatto tu”
“qui?” le chiesi schifato, “qui? in questa camera?”
annuì.
“siamo marito e moglie, ricordi?” disse, ma dallo scatto che feci e da come la fulminai con lo sguardo Stella arretrò, e chiuse la bocca.
la lasciai passare e la vidi entrare nella doccia, seppur con la coda dell’occhio, così uscii e la lasciai sola ritirandomi davanti alla porta che dava sul terrazzino da cui si dominava… il nulla.
“ma certo…” pensai “ecco il senso di costruire una struttura del genere tra campi arati e mais, con il niente tutto attorno… doveva essere un posto per… certe cose, per incontri clandestini, magari di gente che non voleva pubblicità o gente curiosa attorno…”
ma dove cazzo ero finito?
mi misi le mani sulla faccia e rimasi a guardare l’esterno, la campagna bruciata dal sole di agosto in piena pianura, non si vedeva muovere una mosca, né un volo di uccello, niente.
l’acqua della doccia si chiuse, sentii la portina di vetro che si apriva e poi il fruscio di un accappatoio o di una spugna e qualche istante dopo Stella uscì, e standomi alla larga (aveva imparato in fretta) andò a sedersi sul letto, un letto enorme, una volta e mezza il mio a casa che era già fuori standard di suo.
restò in silenzio per interi minuti, quelli che passai a guardare di fuori, poi aprì bocca.
“mangiamo qualcosa?” mi chiese.
e mi venne da ridere.
l’avevo minacciata di morte… e voleva mangiare.
“sarà una serata lunga, e anche la nottata” mi disse, “serviranno energie, lo sai…”
incredibile… Stella era semplicemente incredibile.
“e… che cosa? e dove?” le chiesi, “ci troviamo un posticino… romantico?”
“no” rispose con sufficienza, prese il telefono e me lo mostrò, “ordiniamo, qui funziona così…”
mi propose cucina cambogiana, non me ne fregava niente ma quando arrivò e assaggiai… presi un appunto mentale che Gioia ce la volevo portare a mangiare cambogiano.
“Gioia…” pensai, “povera Gioia, come ti sto… trattando…”
ma il pensiero “cattivo” mi sussurrò ‘perché, lei che cos’ha fatto con te?’ e allora cancellai tutto.
dovevo solo concentrarmi sul presente.
mangiammo e spazzolammo tutto alla faccia del non ho fame, e tra silenzi, uscite di Stella per fumare la sua e-cig che diventavano sempre più ravvicinate man mano passava il tempo arrivarono le otto.
“ti serve il bagno?” mi chiese.
nemmeno le risposi, e allora si chiuse dentro portando una sua pochette e uscì pochi minuti dopo, tesa.
“volevo… chiederti” mi disse, “se hai bisogno di qualcosa che i carichi un po’... qui c’è tutto”
“droga?” le chiesi con schifo.
non rispose, di fatto confermando, e mi fece impazzire dalla rabbia.
“come quella che hai usato su Gioia?” ringhiai davanti alla sua faccia, “come quella che le hai dato per… farla stuprare?”
“non… ho fatto niente” rispose, “io quella sera non c’ero…”
“NON ME NE FREGA UN CAZZO SE NON C’ERI!” gridai furioso, e Stella chiuse gli occhi per un istante temendo sicuramente il peggio.
“non me ne frega un cazzo se non eri lì” continuai, con le vene del collo e delle tempie che pulsavano, “è stata solo colpa tua…”
non dissi altro, non volevo rischiare che mi partissero le coronarie.
lasciai passare qualche istante di silenzio, poi glielo chiesi.
“è… cocaina?” le chiesi, “quella che c’è in bagno?”
“sì” rispose, “serviti pure… l’ho… preparata per te, se… se ne senti il bisogno”
avevo un blocco allo stomaco.
“l’hai… usata?” le chiesi.
“non uso droghe” rispose subito, “è per te, se ti… se serve…”
bastò uno sguardo per risponderle.
“se… ti serve… aiuto… per… stanotte” mi disse ancora, “c’è qualcosa anche per quello…”
non afferrai e lei lo capì.
“per… per l’erezione” aggiunse e allora ci arrivai, da vero sveglio.
“fottiti, Stella” risposi incazzato, e non la guardai nemmeno in faccia.
andai all’armadio e tirai fuori il completo nero, lo “provai” presentandomelo addosso davanti allo specchio e allora Stella mi raggiunse.
“metti… il blu” mi disse.
“fatti i cazzi tuoi” risposi, secco.
“sono in blu anch’io stasera” mi disse, inespressiva, “facciamo almeno… finta di essere marito e moglie, ci vogliono come marito e moglie e ci avranno come marito e moglie, intesi?”
non risposi, misi via il completo nero e presi il blu, che a guardarlo bene era davvero bello, Zegna, roba di classe.
presi un paio di boxer assolutamente nuovi e li indossai tenendomi coperto con l’asciugamano perché mi stava guardando, e dopo averli messi cominciai a vestirmi, calze, pantaloni, cintura, camicia… tutto nuovo, tutto di una qualità eccellente, ad occhio e croce in quell’armadio ci saranno stati venti e trenta mila euro di capi di abbigliamento tra uomo e donna…
scelsi un paio di scarpe a stivaletto, Ferragamo, e una volta pronto ad eccezione di giacca e cravatta le lasciai spazio: Stella indossava l’accappatoio e quando si trovò davanti allo specchio, e davanti a miei occhi, lo aprì lasciandolo cadere a terra restando nuda, si guardò la pelle del viso e del collo e con la coda dell’occhio vidi che mi scrutava, sorridendo.
sì, Stella fai un effetto clamoroso…
indossò un perizoma nero trasparente sotto al quale si vedevano le labbra della vagina, come se non indossasse nulla, e dietro era formato da un cordoncino che segnava la vita e da un altro cordoncino che scendeva lungo il solo delle chiappe, nient’altro.
non mise il reggiseno, mise le calze autoreggenti nere velate con dentro dei cristalli radi e luminosissimi e poi infilò l’abito blu lungo, completando il tutto con scarpe dal tacco altissimo che la facevano arrivare al soffitto.
era bella da togliere il fiato…
si truccò, pochissimo, mise il rossetto e aggiustò i capelli, due gocce di J'Adore ed era pronta.
strinsi la cravatta, mi aggiustai il collo ed ero pronto anch’io.
“ehi” si raccomandò prima di uscire, “non facciamo cazzate, ok?”
“ma sta zitta…” le risposi ma Stella mi strattonò per un braccio.
“ascoltami!” esclamò, seria, “ci sono… soldi in gioco stasera, ma non solo soldi!”
“non - fare - cazzate” ripeté scandendo le parole, ma liberandomi dalla sua stretta uscii dalla porta e mi avviai verso l’ascensore venendo raggiunto da Stella che camminava velocemente per non restare indietro, scendemmo insieme e lo specchio della cabina ci restituì l’immagine di una coppia… praticamente perfetta.
“siamo perfetti” sussurrò Stella, e ancora una volta… imprecai, perché mi leggeva dentro, ne ero certo!
erano le nove meno cinque minuti e il driver era già pronto, Stella disse qualcosa alla receptionist e poi mi raggiunse, uscimmo ed eccola lì la nostra auto, una Mercedes limousine, venuta chissà da dove…
durante il viaggio di andata non parlammo mai, io guardavo fuori da una parte e lei guardava fuori dall’altra, ci mettemmo quaranta minuti buoni per arrivare ma quando cominciai a riconoscere il posto allora mi voltai verso di lei, e la vidi… quasi impaurita.
non amo trattare male le persone, e odio chi tratta male le donne.
e io l’avevo fatto.
non so il perché ma le presi la mano facendole fare un sobbalzo, gliela strinsi e la vidi aprire la bocca quasi volesse dire qualcosa.
“andrà bene” le dissi, “andrà tutto bene…”
le strappai un mezzo sorriso.
“e comunque… sei bellissima, Stella” le sussurrai, “sei uno spettacolo…” e allungandomi verso di lei le posai un bacio sulla guancia lasciandola ancora di più a bocca aperta.
parcheggiammo davanti all’ingresso e il driver venne ad aprirci, scesi per primo e diedi la mano alla mia dolce metà (di quella sera) e prendendola per mano entrammo nel club accolti come amici e quasi “mezze celebrità”, scambiammo strette di mano e baci senza contatto e poi ci ritrovammo soli.
“comunque” mi disse maliziosa, “sembri nato per stare in certi ambienti, sai?”
“ma sta zitta…” le dissi, ma senza la cattiveria di poco prima, e ancora una volta le strappai un sorriso.
“beviamo… qualcosa?” mi chiese, ormai amichevole.
ci facemmo servire un flute a testa di ottimo champagne (non si badava a spese lì dentro…) e ancora prima di gustarlo facemmo tintinnare i bicchieri e ci scambiammo un sorriso.
“a te” sussurrò, “che sei l’unico al mondo di cui mi possa fidare…” aggiunse, lasciandomi basito.
“allora… a te” le risposi, “che sei l’unica donna che vorrei… ammazzare ma al tempo stesso portare a letto…”
mi sembrò di vederla scossa da un brivido, i nostri bicchieri tintinnarono di nuovo e poi li vuotammo, depositandoli sul tavolo.
aspettammo insieme, Stella parlò con qualcuno e sembrò prendere accorti e quando ormai mancavano pochi minuti alle nove una delle ragazze del servizio venne da Stella, le disse qualcosa all'orecchio e allora Stella mi fece l’occhiolino.
erano arrivati.
ero nervoso ma anche… cazzuto, l’odio viscerale se n’era andato, era ancora latente, ma dovevo essere super concentrato, e lo dovevo fare, per me, per Gioia, ma anche per Stella.
ci accompagnarono in un’altra sala e in lontananza vidi una donna biondissima, altissima ed elegantissima, in abito nero, lungo e stretto che le evidenziava tutte le curve (anche abbondanti), tutta sorridente, truccatissima e con le labbra da bocchinara, come le chiamava Gioia.
e sorriso perfetto, veramente perfetto (piccola deformazione professionale).
era accompagnata da un uomo più o meno della mia età, sorridente ma non troppo, e si vedeva che il gioco lo conduceva lei…
sì, non c’erano dubbi, era proprio ‘la’ Anna che conoscevo, una vera tuttofare della tv, ex modella, all’occasione attrice anche di teatro ma soprattutto personaggio da rotocalco e da trasmissioni di gossip pomeridiane, con anche un passato da cantante e da sportiva professionistica nella pallavolo nel suo paese di origine, la Slovenia o la Croazia, non lo ricordavo.
“vieni… andiamo…” mi disse Stella, e sorridentissima si presentò alla nostra ospite, le porse la mano e poi le due si scambiarono i soliti due baci senza nemmeno sfiorarsi, e poi toccò a me.
era alta, altissima, più di Stella, ma le “davo” ancora qualche centimetro.
“piacere” mi disse stringendomi la mano, “sono Anna, e tu sei…?”
“lui è Enrico” si affrettò a dire Stella, piccolo particolare che aveva rischiato di farsi sfuggire, “mio marito…”
Anna si avvicinò e anche per me ci furono i due baci contactless, come il bancomat, e Anna mi guardò per un istante di troppo negli occhi prima di presentarmi il suo di “marito”, Claudio.
“allora” ci chiese Stella, a tutti quanti, “beviamo qualcosa?”
“sì, certo” le rispose Anna che era ancora… distratta perché guardava me, “volentieri!”
e lì si compì quella che era la magia di quel posto, che avevo sperimentato una sola volta ma che avevo apprezzato.
arrivammo all’angolo bar (altro che angolo, era un’intera parete…) a coppie, Anna con Claudio e Stella con me, e mentre parlavamo tutti e quattro, insieme, di quanto era bello quel posto e di quanto fosse esclusivo come la gente che lo frequentava la magia si compì, Stella “soffiò” Claudio ad Anna ed io… sottrassi Anna a Claudio, trovandomi solo con lei.
“allora Enrico” mi chiese, facendomi quasi venire da ridere e bruciarmi quella che era una copertura farlocca, “che fai di bello nella vita?”
le dissi che ero… avvocato, penalista, inventai qualcosa e mentre Anna beveva e mi scrutava io scrutavo lei.
quasi cinquant’anni ben portati, bel fisico ancora tonico ma con un po’ di pancetta ‘gonfia’ e i fianchi che cominciavano ad inchiattirsi, ma nel complesso una grandissima gnocca.
e due occhi fantastici…
non le chiesi nulla di lei, anzi, evitai completamente, e dopo aver esauriti i miei (scarsi) argomenti le chiesi se volesse ancora champagne.
“hai… solo quello da offrirmi?” mi chiese.
“no” le risposi, “spero solo di no…”
sorrise e annuì.
“bene, perché non sono venuta qui per bere champagne…” sussurrò, “sono venuta a divertirmi…”
“questa ci va giù pesante” mi dissi, dovevo adeguarmi.
“bene, allora…” provai a dire, ma Anna mi bloccò.
“...e a succhiare cazzi…” aggiunse, guardandomi dritto negli occhi.
e lì per lì… non seppi davvero che cosa dire, o fare, ma ci pensò lei che evidentemente non era proprio nuova di certi giochetti...
“quindi se hai un cazzo e vuoi fartelo succhiare… portami via da questo posto” sussurrò direttamente nel mio canale auricolare facendomi sentire il calore del suo alito, “vedrai che non te ne pentirai…”
“bel posto di merda” pensai.
evidentemente non c’era tempo da perdere, le porsi il braccio ma Anna mi prese la mano e si lasciò guidare verso l’uscita, nessuno ci fermò né ci degnò di uno sguardo, uscimmo e trovammo il nostro diver del tutto inespressivo che ci attendeva, Anna salì per prima e io la seguii, e pochi istanti dopo eravamo diretti all’hotel.
e lì… Anna li lasciò andare.
si avvicinò e mi cacciò la lingua in bocca e ovviamente risposi, slinguazzammo animalescamente e senza molto pathos ma mettendoci quello che serviva, poi… poi Anna fece quello che era venuta a fare, a succhiare cazzi…
senza chiedere niente, nemmeno al driver perché alzasse il divisorio (lo fece comunque lui), mi aprì cintura e pantaloni e me lo tirò fuori ovviamente duro e teso, lo impugnò, mi fece un sorrisetto (speravo di apprezzamento) e poi ci si tuffò sopra ingoiandolo.
e quello che sentii fu solo il calore della sua bocca, la ruvidezza della lingua e la morbidezza della labbra “da bocchini” che per una volta tanto facevano il loro dovere.
e mentre me lo succhiava mi arrivò un messaggio, pensavo fosse una comunicazione di servizio di Stella quindi guardai il telefono ma il messaggio veniva da Gioia.
“salutami Stella…” scriveva.
e cominciò una delle notti più… assurde della mia vita.
fine capitolo 5
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