il cuginetto mi porta a letto

Chapter 3 - Il cuginetto si approfitta di me

Con il suo carattere dominante, la sua forza di persuasione, il mio cuginetto mi rompe il culo con dolore...

GE
Giovanna Esse

1 year ago

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Il giorno dopo lo passammo al mare, come il solito.

Quando mio cugino si mise a giocare a pallone con i suoi amici grandi, mi presentò agli altri e mi fece mettere in porta. Improvvisai dei grandi salti pur di non farlo sfigurare!

Dopo cena, ci ritrovammo nella camera da letto del nonno, buon’anima.

La casa di famiglia, in Calabria, era a due piani, sotto ci abitavano i miei zii. Noi dormivamo nell’appartamento di sopra, soli soletti nella grande stanza del nonno: Gennaro nel suo lettino, ed io nel vecchio letto matrimoniale.

- Ormai siete grandi... non avrete mica paura? E poi vi fate compagnia. – disse la sorella di mamma, mentre ci faceva i letti, due giorni prima.

Per me era tutto emozionante. Ero felice di stare con loro, di stare al mare, di diventare grande... Quella notte Gennaro venne sul mio lettone, per chiacchierare più intimamente e più a bassa voce...

Lo stesso avvenne anche la sera successiva, e mentre parlavamo di scuola e di calcio ci addormentammo, stanchi della giornata di bagni e di giochi.

Doveva essere notte fonda perché c’era un grande silenzio.

Tra veglia e sonno mi resi conto che Gennaro si era alzato e aveva chiuso la finestra, poi, però non andò nel lettino ma ritornò dove dormivo io, ficcandosi a sua volta sotto il lenzuolo.

Qualcosa di furtivo nei suoi movimenti mi tenne sveglio, quasi in allarme. Lo sentivo che era irrequieto ma feci finta di dormire: ero un po’ a disagio.

Adagiato su un lato (lui stava alle mie spalle) mi sembrava avesse il ballo di san Vito. A furia di girarsi e voltarsi, a un certo punto arrivò a poggiare, delicatamente, il suo inguine al mio fondoschiena. Restai muto: magari era in un sonno agitato e per caso era capitato in quella posizione... anche perché, né parlò, né si scostò, come credevo opportuno.

A quel punto mi sentii un po’ perduto in quella stanza buia e, per un attimo, mi vidi solo, lontano da casa e da mamma, in una situazione che all’improvviso sentivo di non saper gestire. Non potevo e non volevo gridare, ma non sapevo nemmeno cosa avesse intenzione di fare mio cugino.

Era sveglio, ormai era chiaro ma, come me, fingeva di dormire. Nel silenzio sentii le sue dita trafficare molto ma molto lentamente con l’elastico delle mie mutande. Non lo agevolai, fingendomi di piombo, eppure a furia di tirare verso il basso, compresi che mi aveva scoperto il culetto, e quasi del tutto. Fui attraversato da un brivido strano, c’era qualcosa di ipnotico in ciò che capitava alle mie spalle, una cosa che mi dava un’emozione mista, come di paura ma anche di curiosità inarrestabile. Come capita con le pagine di un libro di fantasmi che non riesci a non leggere, nonostante vorresti smettere.

Qualcosa di spesso e caldo, evidentemente carnoso, mi toccò le natiche. Non mi aveva fatto niente ma saltai in avanti, per l’emozione e la paura.

Non c’erano dubbi, capii che la cosa strana che mi aveva sfiorato era il glande di Gennaro, sapevo che quel contatto era proibito, vietato... non doveva succedere.

A scuola avevo visto come prendevano in giro i ragazzi che, appena appena, si mostravano un po’ più sensibili, o conservavano l’acuta voce infantile, mentre gli altri adolescenti diventavano gracchianti tromboni.

Mio cugino, lentamente, ritornò a farsi avanti, di nuovo quella massa calda si poggiò su una chiappa... mi ritrassi, ma di poco stavolta.

Che dovevo fare? Avere il suo cazzo poggiato al mio culo era orribile, ma anche ipnotico e suscitava in me uno strano calore: sentivo le orecchie di fuoco!

Gennaro allora mi sussurrò, fievole:

- Stai... stai solo un poco, voglio vedere che si prova...

Resistetti al terzo contatto, sperando che la faccenda si concludesse in fretta, non volevo scontentare mio cugino più grande, ma avevo anche troppa paura dell’ignoto.

Ero troppo giovane per capire che di li a poco, l’eccitazione mi avrebbe fottuto.

Gennarino, evidentemente, ne sapeva più di me.

Quando comprese che sarei rimasto fermo, inizio a carezzarmi le chiappe con le dita, picchiettando, carezzando, ma soprattutto scavando nella fessura, fino a trovare il mio orifizio, piccolo e vergine.

Ora, con gli anni, posso immaginare perché il suo cazzo divenne così duro e voglioso: il mio ano tumido, le mia chiappe delicate, a stento coperte da una soffice e rada peluria, dovevano essere un’attrazione appetitosa per la sua voglia di maschio adulto. Infatti, nei giorni seguenti, ebbi modo di comprendere quale impeto e quale foia, lui avrebbe saputo infondere nel nostro rapporto, sconcio e incestuoso.

L’ora tarda e la lentezza carezzevole delle sue attenzioni ebbeno l’effetto di rilassarmi. Dovetti pensare che, dopotutto, si trattava solo di carezze, ma molto intime e segretissime; carezze, magari accettabili a causa del nostro legame, del nostro affetto reciproco. Solo che era meglio restassero nascoste, per non dimostrare che anche a noi, veri maschi, piacevano le coccole. Dopotutto, quante volte persino mia mamma, profittando del dormiveglia, mi carezzava il sedere godendone come una Pasqua, oppure mi sbaciucchiava prendendomi in giro?

Così lo lasciai fare, mi abbandonai a una specie di sonnolenza dolce, mentre il piacere diventava di miele e mi godevo tutti quei toccamenti e la fantastica pressione del suo cazzo.

Passarono molti minuti, forse anche mezz’ora. Finchè, all’improvviso, scattò l’allarme... ma ormai era troppo tardi. Purtroppo (o per fortuna) non ero più padrone della mia volontà!

Ora Gennaro si bagnava le dita, certo con la saliva, e me le ficcava nello sfintere. Non mi faceva male, ma era una sensazione quasi fastidiosa, mi ricordava l’orrore di quando la mamma mi metteva la supposta, da piccolo.

Le dita che si muovevano in me non erano più gradevoli come le carezze, ma ancora subii l’intromissione perché non capivo più niente, e dopo... arrivò il glande, a completare l’opera.

Non me lo aspettavo, non ci avevo mai voluto credere veramente, ma adesso era chiaro che Genny me lo voleva introdurre nel culo!

Proprio quella cosa orrenda quel diffusissimo modo di dire, volgare e infamante, che tanto si usava, specialmente tra i ragazzi. “Te lo metterei in culo!”, oppure, “Vai a fare in culo!” eccetera... tutte espressioni che non raccontavano niente di buono e che significavano sempre “fregatura”.

Adesso, non accettavo più timidamente ma al tempo stesso avevo paura e... E venni pervaso da una sensazione di impotenza, quasi sognante; era come se ormai quella cosa dovesse immancabilmente succedere. Come se il fato avesse scelto proprio me, al mondo, per condannarmi e farmi penetrare da mio cugino. Un destino cui non riuscivo ad oppormi...

- Buono, stai buono. Ti metto solo la testa... resisti, che non è niente...

Parlava piano ma con voce vibrante, era eccitato. E mentre parlava premeva, e premeva... la sua capocchia verso il buco del mio culo. Armeggiava, tenendosi il cazzo e dirigendolo, lo sentivo. A volte premeva vicino al buco, mi spingeva solo ma sentivo che non era la giusta via. E allora mi sentii dire anche io, anche se non lo volevo veramente:

- No, che fai? Un po’ più in basso... li no.

E Gennaro spostava il pene e riprendeva a spingere.

- Ma dai, - dicevo – lo vedi che non entra? Che vuoi fare! Mettici le dita, dai. Fai come prima, non ti dico niente. Il pisello non entra.

Ma lui, sempre più deciso e aggressivo:

- Stai buono, stai buono. Piegati in avanti.

Mi sentivo stupido e vittima, ma obbedii. Eravamo entrambi sul fianco.

- Alza la gamba!

- Cosa?

- Alza sta’ gamba che così entra!

Obiettai qualcosa, ma lui sembrava arrabbiato e sgarbato, con la mano mi fece alzare la gamba destra verso l’alto, in modo che le due chiappe si spalancassero.

- Ecco, ecco, tienila così – aggiunse, - tienimi aperte le pacche!

E adesso spingeva, spingeva forte, ma non succedeva praticamente niente: realizzai, finalmente, che era impossibile che quell’oggetto fuori misura potesse entrare in quel mio buco, così piccolo.

Come avevo sempre pensato: “Te lo metto in culo” era solo un’offesa, una parolaccia, iniziai a cercare di convincerlo a smettere. Forse era solo più stupido di quando credessi, e aveva pensato veramente di sfogare il suo desiderio di una femmina, rompendo le scatole a me.

A quel punto anche l’eccitazione mi era passata.

- Smettila, basta. Che vuoi fare! Non lo vedi che non entra e...

E invece, in quel momento ci fu il patatrac!

Non saprò mai se veramente sentii un rumore, insieme a quel dolore lancinante e innaturale, ma se ci penso ancora sono convinto di aver udito, nella camera, un colpo secco, una specie di rapido “plop”, come lo scatto di una molla o il colpo di una frusta.

- Ahia, ahia, ahia, - quasi strillai con le lacrime agli occhi, ma Gennaro mi mise la mano sulla bocca.

- Zitto, zitto, che non è niente. Stai fermo che ti passa subito.

- Mi fa male, leva, levalo... mi ha fatto male, cazzo!

- Aspetta... aspetta, sta buono solo un minuto.

Ero addolorato e terrorizzato, pensavo che mi avesse rotto qualcosa, pensavo mi avesse ferito... per un momento mi raggelai e temetti seriamente che, il bastardo, avesse usato qualche oggetto, magari una lama, per spaccarmi il culetto.

Continuavo a tenere la gamba alzata aiutandomi con la mano, avevo una paura folle che facendo un qualsiasi movimento, avrei peggiorato la situazione.

Gennaro non usciva dal buco. Scesi lentamente la mano per tastare, per capire. Trovai la sua asta dentro me e mi si aprì un buco di terrore alla bocca dello stomaco, eppure... c’era qualcosa di maledettamente sbagliato ma attrattivo in ciò che tastavo.

Non avevamo mai giocato in quel modo con mio cugino, quindi non gli avevo mai visto il pisello; in realtà io non avevo mai visto un cazzo duro, tranne il mio. E il mio era turgido, lungo e spesso, ma come una fava, come due dita messe vicine. Ora che tastavo il cazzo, infisso tra le mie natiche, lo sentii grosso come un tronco. Non sapevo di quanto mi avesse penetrato, ma misurai che ancora ne aveva parecchio, fino a trovare le palle.

- Escimi, escimi... mi rompi tutto!

- Ok, buono, che lo levo, - mi accontentò e venne fuori da me. Ormai piangevo e ripensavo alle parolacce... che per me diventavano reali: avevo veramente il culo rotto. E proprio mio cugino mi aveva trasformato in femminella. Cattivo: come un vampiro aveva approfittato di me per trasformarmi.

Mi sentivo strano, distrutto, tremendamente solo... tradito.

Le lacrime solcarono il mio volto, fino a perdersi nel cuscino. Non mi restava che dormire e aspettare gli eventi. Come mi sarei svegliato? Checca, sicuramente!

Ma mica era finita.

Il porco tornò alla carica, riprendendo posizione come se niente fosse.

- Ancora? - dissi – ma sei matto?

- No, no, tranquillo, lo appoggio solo ma ora non ti farà più niente. Non lasciarmi così, dai fammi arrivare.

- Uffa, - sbottai contrariato – solo appoggiato e fai in fretta!

Mi fregò di nuovo usando il tempo.

Se me lo avesse rimesso subito dietro forse mi sarei definitivamente ribellato. Invece riprese a fare tutto piano, piano. Stavolta lo sentivo chiaramente masturbarsi alle mie spalle. Ormai ero grande, lo facevo anch’io. Pensavo, scioccamente, a dove sarebbe venuto. Mai avrei voluto che mia zia potesse pensare che avevo sporcato le lenzuola con lo spaccio.

Aveva il cazzo appoggiato alle natiche e se lo menava, ora veloce ora piano, mi disse:

- Toccalo...

Reduce dalla scoperta di poco prima, quando sentivo le stelle e me lo ero trovato in corpo, lo accontentai e poi, ero curioso di sentire per intero come era fatto.

Gennaro si mise supino, a gambe aperte, ed io spinsi il braccio dietro e, timidamente, lo presi in mano. Era grande, lungo, e aveva, alla base, le palle, gonfie ma morbide.

- Da li esce lo sburro, - disse piano –adesso sono piene, piene. Che ne dici?

Azione e frase ebbero effetto su alcuni tasti del tutto sconosciuti del mio essere, mi sentii svenire dal desiderio. Se non era per la vergogna e la continua paura della mia novella “frociaggine”, mi sarei offerto di masturbarlo, felice, fino a sentirlo esplodere di goduria.

- Girati, - ordinò – che te lo metto in culo ancora.

- Ma... ma... – obiettai, senza convinzione. Il dolore di prima si era diradato e contro la voglia della mente, il mio corpo lo voleva provare ancora.

- Aspetta, - disse Gennaro, - torno subito.

Sentii che si allontanava nel buio a piedi nudi cercando di fare meno rumore possibile. Tornò quasi subito. Poi seppi che aveva messo un po’ d’olio nel tappo della bottiglia, dalla vecchia cucina del nonno.

- Ci metto l’olio e lo appoggio senza farti male!

- Mi raccomando... guarda che prima mi hai spaccato... un bruciore!

- Con l’olio non senti niente, vedrai.

Sbuffai insoddisfatto a causa della sua insistenza. Non lo riconoscevo più. Non era più amichevole, ma aggressivo; una bestia che aveva solo quel cazzo di scopo, mettermelo nuovamente in culo. Purtroppo non vedevo via d’uscita e pregai solo che quella storia così odiosa e complicata finisse. Stanco e scioccato pensai che, il giorno dopo, con una scusa sarei tornato a casa dai miei.

Inutile dire che Gennaro riprese subito le “ostilità”... altro che poco e piano.

Mi spalmò accuratamente l’ano di olio e poi sentii che si massaggiava il glande, subito dopo riprese il solito esercizio del cazzo. Infisso tra le natiche, spingeva sul buco. E che cazzo duro!

Però stavolta tutto era cambiato, mi sembrava di essere diventato un altro, dopo qualche attimo di piacevole pressione, la sua capocchia mi aprì con poco fastidio ed estrema semplicità. Si fermò. Lasciò che il mio sfintere si dilatasse spontaneamente, poi disse:

- Premi come se volessi fare cacca, non ti faccio male, poi vedi.

Cercai di capire e accontentarlo, convinto che fosse quasi un gioco, per espellere il grosso fragolone che mi aveva ficcato indietro. Ma non andò così. Gennarino si dimostrò assai esperto: in realtà mi fece sì spingere ma solo per ficcare meglio. Anche se molto lentamente, Gennaro mi penetrò fino alla radice del cazzo, fino alle palle, ma non provai particolare dolore, anzi, quello scivolare infinito era godurioso. Mi pareva che un lungo serpente si facesse strada, senza sforzo, nelle mie viscere fino a toccarmi l’osso sacro, dandomi solo un lievissimo fastidio.

Dopo qualche minuto lo scivolìo di mio cugino dentro di me continuò, lento e incalzante, senza crearmi più traumi. Quando capì che ero del tutto suo, m’indirizzò con le mani nella posizione che desiderava. Mi ritrovai di schiena, col cazzo ancora ficcato inesorabilmente in culo.

- Sollevati un poco, - disse – che entra meglio...

Ancora una volta lo accontenti, inarcandomi e rendendomi più disponibile al suo piacere. Era un leggero sollievo pensare che stavo facendo le cose meccanicamente, solo per liberarmi al più presto da quella oppressione.

Probabilmente, mi dissi, il vero frocio è lui, che si accontenta di scopare suo cugino...

Nonostante mi stesse inculando a sangue, ancora non ammettevo, né forse capivo, quanto ne stessi realmente godendo.

Gennaro spinse il cazzo in me in tutti i modi immaginabili: svelto, lento; tutto dentro, tutto fuori... per poi rientrare di botto, riproponendomi senza intoppi la “cerimonia” della “spaccatura”. Finché mi calò addosso, con tutto il peso, e si dovette trattenere per grugnire piano, come una belva ferita, mentre, evidentemente, eiaculava in profondità.

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